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IL DUELLO DI SHARM 1/3/03

Scontro in diretta tv tra Gheddafi e il principe Abdullah

Paola Caridi

Sabato 1 Marzo 2003
Il mondo arabo “rifiuta recisamente” la guerra all’Iraq. Così come quella contro qualsiasi altro suo membro. Il documento finale uscito dal vertice della Lega Araba di ieri a Sharm el Sheikh unisce nei principi i paesi arabi attorno a una linea comune. Ma non riesce ad andare oltre, e a essere propositivo nei confronti della crisi tra Stati Uniti e Iraq. Anche la delegazione incaricata di presentare all’Onu, ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e a Bagdad la posizione araba sarà una delegazione “diplomaticamente corretta”. Formata, come la trojka europea, dal presidente di turno del Bahrein, da quello precedente (il Libano), e dalla Tunisia che ospiterà tra un anno il prossimo summit della Lega.
Niente di più, niente di meno è uscito da un vertice difficile e delicato, che per settimane era riuscito a scatenare tensioni persino su quando e dove avrebbe avuto luogo. Le divisioni sono rimaste le stesse della vigilia: i radicali riuniti attorno alla Siria, che chiedevano di non assistere i militari americani; i piccoli paesi del Golfo, Kuwait in testa, a guidare la pattuglia degli avversari dell’Iraq. E infine i moderati come Egitto e Giordania, impegnati a mediare tra gli opposti.
Più interessante del documento finale, è stato invece quello che è successo tra le palme e i vacanzieri di Sharm. Non tanto il discorso dell’iracheno Ezzat Ibrahim, scontato nel suo attacco agli Usa e nel suo tentativo di coalizzare la solidarietà verso Bagdad. Bensì lo scontro in seduta pubblica, a telecamere accese, tra Muhammar Gheddafi e il principe saudita Abdullah. Nessuno aveva previsto, infatti, che il leader libico attaccasse Abdullah, vero uomo forte di Ryadh, per aver concesso spazio e potere agli americani. E che il principe ereditario della casa el Saud rispondesse a tono, accusandolo di essere un bugiardo e un figlio del colonialismo.
Telecamere spente, seduta sospesa, mediazioni per calmare gli animi e far ritornare nel consesso il principe Abdullah. La faticosa ricomposizione del vertice la dice lunga sul clima di tensione in cui gli arabi stanno vivendo quella che – secondo alcuni analisti - è solo la coda della crisi che essi vivono dal 1991, dalla prima Guerra del Golfo. Perché il discorso di Gheddafi, come sempre l’enfant terrible della Lega, è stato una vera e propria analisi politica della presenza americana nella regione. E soprattutto del rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita, alla quale il leader libico ha rimproverato di non aver saputo tener testa a Washington.
Accuse dure, che fanno seguito – invece – a quello che sembrava un clima più costruttivo tra Tripoli e Ryadh: Gheddafi si era infatti incontrato a febbraio con il ministro degli esteri Feisal proprio a Sharm, ospite il presidente egiziano Hosni Mubarak. Si dice per provare la strada dell’esilio di Saddam Hussein.
Il j’accuse di Gheddafi, a questo punto, sembra dire che non c’è più niente da fare. E che la guerra americana al rais di Bagdad non ha alternative. Solo gli Emirati Arabi Uniti, attraverso una lettera del loro capo di Stato, lo Sheikh Zayed, avevano deciso di fare pubblica la proposta dell’esilio per Saddam e dell’amnistia per tutti gli iracheni coinvolti nel suo regime: una soluzione da mettere in pratica entro due settimane. Ma nessuno ha voluto raccogliere il testimone, e la mediazione araba si è condensata solo nella delegazione tripartita.
“Si supererà anche questa crisi – commenta Wahid Abdel Meguid, uno degli analisti del Centro di studi politici e strategici Al Ahram del Cairo -. Una crisi che non è la prima nella storia della Lega Araba. Si supererà con danni minimi. E cioè con un clima più sospettoso tra i suoi membri e con più debolezza.”
L’Iraq, così, è stato l’unico argomento di un vertice ordinario che ha parlato poco di Palestina. E non ha parlato affatto dell’altro tema sul tappeto: quello della riforma politica interna dei paesi arabi. Una proposta, questa, fatta dai sauditi e che avrebbe portato i leader arabi a parlare di partecipazione politica e, forse, di democratizzazione dei regimi dell’area. Il tema della riforma era, ed è, il vero convitato di pietra della riunione. Perché tutti sanno che la democratizzazione è una delle richieste di Bush per il dopo-Saddam. Non solo in Iraq, ma in tutta la regione.



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