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DIMENTICARE MOUSSA

L'ENNESIMA INTUIZIONE DI KAROL

Vaticano e Iraq

Paola Caridi

Venerdi' 28 Febbraio 2003
Scomodo, come sempre. Papa Wojtyla lo è anche sulla questione irachena, con la sua strenua ricerca di una soluzione pacifica, così com’era stato scomodo nella sua posizione sui Balcani, quando aveva al contrario richiesto un intervento in favore delle vittime dei crimini. Tanto scomodo, il pontefice, da aver ancora una volta rivoluzionato i campi dei suoi detrattori e dei suoi alleati.
L’intuizione geniale di Wojtyla, stavolta, è stata quella di togliere il mondo cattolico, e quello cristiano in generale, dalla palude dello scontro tra le religioni che Osama Bin Laden e la sua magmatica Al Qaeda stavano cercando di sfruttare. Iconizzando Bush come il nuovo crociato da combattere in una nuova jihad. Ebbene, il Papa polacco ha tolto a Bush la veste del nuovo crociato, trasformandolo in uno degli avversari più strenui non solo della politica vaticana verso l’Iraq, ma dello stesso mondo che si riconosce nel Vangelo. Sia esso cattolico, protestante, anglicano, ortodosso, copto, cristiano d’Oriente.
Nessuna guerra tra le religioni potrà essere invocata dai fondamentalisti alla Bin Laden o dai suoi epigoni, quando tenteranno di compattare le masse islamiche contro gli Stati Uniti e i suoi alleati militari. Nessuno scontro tra civiltà potrà fare gioco in una regione come quella araba, dove un tale teorema avrebbe potuto accendersi facilmente come paglia. Bush è stata lasciato solo, dal Vaticano, a combattere una guerra solo geopolitica, solo diplomatica e militare. Solo terrena, insomma, senza l’imprimatur di una etica religiosa.
La scelta di Wojtyla, oltre a mantenere la forza morale della Chiesa di Roma e – anzi – a rendere il Vaticano ancora una volta importante nel suo ruolo di mediatore, è la scelta di un finissimo politico. Che spariglia le carte e riapre il gioco. Non tanto quello della guerra, che pure nella diplomazia di Oltretevere ha trovato un avversario duro e difficile da contrastare per i poco duttili falchi dell’amministrazione di Washington. Quanto quello degli scenari che dopo la guerra si potranno aprire nell’area mediorientale e nordafricana.
Il mondo cristiano, insomma, non potrà essere ritenuto un alleato, e dunque altrettanto responsabile, dell’avventura intrapresa da Bush. Salvaguardando, per quanto possibile, quelle comunità cristiane numerose e importanti in molti paesi arabi, che dall’accentuarsi di un’ondata islamista avrebbero vita difficile.
Wojtyla, si badi bene, non ha paura dello scontro della Chiesa con il potere. Non ne ha avuto paura nell’Europa sotto il tallone sovietico. Tantomeno ne ha paura ora, mentre sfida l’unica superpotenza rimasta sul pianeta. Ha a cuore, invece, il futuro. Il futuro dei cristiani e del loro ruolo morale, sociale, politico. Il futuro di una Chiesa che non vuole, stavolta, essere scambiata con Cesare come più volte, in questi duemila anni, ha fatto abiurando il Vangelo.




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