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Summit arabo a Sharm

Paola Caridi

Venerdi' 28 Febbraio 2003
Dopo gli oltre centomila del Cairo, riuniti giovedì nello stadio della capitale egiziana, è stata oggi la volta delle migliaia di manifestanti in Bahrein e Yemen. Tutti idealmente uniti nel combattere la guerra all’Iraq, e soprattutto nel condannare Stati Uniti e Israele. La più imponente di tutte, quella del Cairo, è stata la più grande manifestazione che gli egiziani ricordino. Alcuni sostengono sia stata quella più numerosa dai tempi di Nasser e della sconfitta del 1967, quando la gente chiese al rais di rimanere al potere nonostante lo scacco subito. Certo, è quella più importante dai tempi dell’assassinio di Sadat.
Lo stadio del Cairo è famoso per i derby che, di frequente oppongono le due squadre della capitale egiziana, il blasonato Zamalek contro lo Al Alhy. Raramente, invece, ospita manifestazioni come quella di giovedì: almeno centomila persone che scandiscono slogan contro la guerra all’Iraq. E soprattutto contro gli Stati Uniti. Centomila persone riunite nello stadio, previa autorizzazione del governo, in un paese dove le proteste di piazza sono proibite da oltre vent’anni e dove, appena tre giorni fa, è stata prolungata di tre anni la legislazione di emergenza che vige in Egitto.
Opposizione di sinistra, islamisti, sindacati professionali, comitati di solidarietà con i palestinesi. Pubblico eterogeneo, insomma, quello dello stadio del Cairo. Cui, fra qualche giorno, replicherà il partito al potere con un’altra, imponente manifestazione di massa. Perché le masse, al Cairo come in tutto il mondo arabo, non capiscono la guerra contro Saddam. Se non in un modo solo: un piede degli Stati Uniti premuto sul collo prima degli iracheni, e poi dei suoi vicini.
Le dimostrazioni pacifiste e antiamericane nel mondo arabo si sono concentrate tutte alla vigilia del vertice più difficile – quello della Lega Araba in programma per domani a Sharm el Sheikh - che i leader della regione devono affrontare. Almeno dai tempi della prima guerra del Golfo. più plausibilmente, dai tempi di Camp David e della pace tra Egitto e Israele del 1979.
Perché se in piazza tutti sono uniti nella solidarietà all’Iraq e nella rabbia contro Bush, ben diversa è la situazione nell’atmosfera vacanziera di Sharm. Dove i ministri degli esteri della Lega Araba stanno cercando da ieri di mettere insieme un documento che non escluda nessuno. Come invece era successo due settimane fa, durante il burrascoso meeting dei capi della diplomazia araba al Cairo, quando il Kuwait aveva dovuto subire un documento che escludeva l’assistenza militare agli americani. E aveva scatenato, dall’indomani, una dura battaglia diplomatica con il Libano, presidente di turno della Lega.
Più cauti, dunque, i ministri degli esteri riuniti a Sharm, nel difficilissimo tentativo di far quadrare il cerchio attorno alla questione irachena. Una questione, quella del braccio di ferro tra Saddam e Bush, che divide molto di più di quanto divida la politica araba sulla questione palestinese. I paesi riuniti nell’organismo nato oltre cinquant’anni sembrano, infatti, essere divisi in tre tronconi.
Quello rappresentato da una parte degli emirati del Golfo, seguito dal settore tradizionale dei moderati (come Giordania ed Egitto) e dal fronte dei falchi, con la Siria in testa. Gli iracheni, che saranno presenti in forze alla riunione, cercheranno però di sfruttare al pieno la carta della solidarietà del popolo arabo: una corda molto sensibile, come le manifestazioni di piazza e gli umori della strada dimostrano bene. Tenteranno, insomma, di far approvare un documento contro la guerra che allarghi il fronte del no agli americani. E cercheranno, nello stesso tempo, di evitare l’invio di una delegazione ad alto livello della Lega Araba a Bagdad, per ricondurre Saddam a più miti consigli. Che pure, secondo le ultime notizie, è tra gli argomenti ancora in discussione.
A Sharm, insomma, rischia di andare in onda un vertice in cui i timori della guerra supereranno la capacità di definire una politica comune araba. Perché la guerra, da queste parti, fa molta paura. Soprattutto per le conseguenze a breve e a medio termine in una regione in cui la crisi economica è alla porte.



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