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La Suprema corte cilena ha deciso di mantenere l’immunità per l' ex dittatore (nelle immagini documenti di Pinochet falsificati) per l'omicidio del generale Carlos Prats e di sua moglie. Le motivazioni della decisione lasciano perplessi gli osservatori e la stampa cilena.

Adalberto Belfiore

Sabato 26 Marzo 2005
Probabilmente, a novant’anni suonati, l’impunità dai reati di cui è accusato, tra cui assassinio e genocidio, il generale Augusto Pinochet se l’è ormai garantita. E’ notizia recente che il generale, è scampato ancora una volta al rischio di essere indagato per l’assassinio del generale Carlos Prats e di sua moglie Sofia Cuthbert, fatti saltare in aria con una bomba nel ‘74 in Argentina, dove si erano rifugiati per sfuggire alla mano dura della dittatura.
La Suprema corte cilena, infatti, ha deciso giovedì scorso di mantenere l’immunità per il vecchio ex dittatore. Le motivazioni, a quanto si legge sulla stampa cilena, appaiono giuridicamente dubbie e perfino pretestuose.
A più di trent’anni dai fatti, è ormai evidente che difficilmente si potranno accertare le responsabilità di questo personaggio che ha forse scritto la pagina più nera della storia recente dell’America Latina, impadronendosi del potere in Cile con il colpo di stato del settembre 1973, in cui fu assassinato il presidente legittimamente eletto Salvador Allende,
Ma lo smacco di essere smascherato davanti a tutto il mondo come ladro e imbroglione non glielo potrà risparmiare nessuno, nemmeno la Suprema corte. I documenti a cui lo scorso 15 marzo è stato tolto negli Usa il segreto di stato dalla Commissione del Senato sulla sicurezza interna, divenendo così pubblici, non lasciano spazio a dubbi: le carte dimostrano che l’ex dittatore si è servito di un buon numero di nomi e documenti falsi (almeno dieci) per gestire più di 125 conti segreti milionari presso la Riggs National Bank, la Citibank e altri otto istituti finanziari negli Stati Uniti, nel più assoluto spregio per le leggi del suo stesso paese, di cui si rivela uno dei principali evasori fiscali e riciclatori di denaro sporco.
Niente male per un capo di stato, che ancora alcuni giovani rampolli delle oligarchie cilene chiamano con affetto “el abuelo”, il nonno, vedendo in lui il padre della patria. Sul piano politico, dopo la declassificazione di molti documenti coperti dal segreto di stato, il ruolo dell’ex presidente americano Richard Nixon e in particolare di Henry Kissinger (allora consigliere per la sicurezza nazionale e in seguito segretario di stato) nell’appoggiare Pinochet e la sua giunta non appare più in discussione.
Ma i vari processi a carico del generale cileno fanno ancora paura a molti, perché il vaso di pandora delle complicità non ha ancora dischiuso di nomi di molti personaggi eccellenti, sia in Cile che negli Stati Uniti. Basti pensare che l’Ufficio federale per il controllo delle valute (Occ), dove lavorano vari funzionari di alto livello che potrebbero essere coinvolti nelle malversazioni finanziarie di Pinochet, si rifiuta ostinatamente di rendere pubblica la documentazione in suo possesso, anche se ormai il Senato degli Stati Uniti ha pubblicato centinaia di documenti bancari che provano le transazioni illegali dell’ex dittatore. E che il presidente della Riggs Bank, Timothy Coughlin, nel 1988 ancora augurava i maggiori successi a Pinochet per i servizi resi al Cile.
“Questo è l’ultimo chiodo sulla tomba dell’eredità di Pinochet”, ha affermato Peter Kornbluh, un esperto di questioni cilene alla Columbia University di New York. Resta il fatto che le vittime della dittatura e numerose associazioni di difesa dei diritti umani continuano a chiedere che Pinochet sia processato una volta per tutte per le accuse di corruzione, evasione fiscale, omicidio, genocidio e terrorismo. Un’eredità pesante, che molti in Cile e in tutto il continente americano vorrebbero consegnare all’oblio, relegandola per sempre negli archivi della storia.



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