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ISLAMISMO E MIRE RUSSE IN ASIA CENTRALE

Gli autocrati centroasiatici impreparati contro L'Is

ASIA CENTRALE/ COLPO GROSSO DI PECHINO 24/8/05

GLI EQUILIBRI INTERNAZIONALI E LA SVOLTA DI BISHKEK 25/3/05

GLI EQUILIBRI INTERNAZIONALI E LA SVOLTA DI BISHKEK 25/3/05

Molti paesi osservano quello che avviene nel piccolo paese dell'Asia centrale: Use e Russia, ma anche Cina e India

Emanuelew Giordana

Venerdi' 25 Marzo 2005
IL DIFFICILE EQUILIBRIO INTERNAZIONALE
Emanuele Giordana
Le prime dichiarazioni sui fatti di Bishkek riflettono bene le preoccupazioni del pianeta su una rivoluzione dagli esiti incerti, consumata tra sventolii di bandiere ciclamino, cavalli a briglia sciolta, soddisfazione per la vittoria e l’annullamento delle elezioni ma anche saccheggi e violenze. Mosca è cauta: il ministero degli esteri segnala che la Russia segue gli eventi "con grave preoccupazione" e lancia un appello "per il ritorno allo stato di diritto". Il premier Mikhail Fradkov auspica che ''l'uso della forza non diventi l'elemento decisivo'' e che la crisi sia superata ''nel rispetto della Costituzione''. Quanto agli Stati Uniti, l'ambasciatore in Kirghizistan, Stephen Young, ha dato il suo appoggio all'opposizione via Cnn: ''gli Stati Uniti sono fieri di avere un ruolo di sostegno'' ha detto, ma si è dimenticato di aggiungere che è proprio con Akayev che gli Usa hanno trattato la base aerea installata nel paese dell’Asia centrale durante la campagna afgana. E che il monopolio della vendita del carburante per l’esercito stellestrisce era prerogativa del genero del presidente, quel Adil Toigonbaiev, marito della figlia prediletta Bermet Akayeva, a capo della principale casa editrice del paese e con diversi interessi nei più svariati settori, dall’alcool al tabacco.
Sia Mosca che Washington hanno dunque investito su Akayev tenendosi buono un abile diplomatico in politica estera ma incapace, in casa, di rinunciare a quella che ormai era una sorta di dinastia locale mal tollerata. Mosca dal canto suo aveva negoziato col presidente in disgrazia una base anche per le sue truppe. Equilibrio difficile e passi felpati in un paese con una crisi politica interna alle porte. Del resto né gli Usa né Mosca hanno mai puntato tutte le carte solo su Akayev. Washington ha largamente finanziato e sostenuto l’opposizione che adesso è in piazza. Mosca però si è ben guardata da un appoggio incondizionato ad Akayev, come era accaduto nei casi ucraino e georgiano. E infatti non è Mosca il luogo dove Akayev si sarebbe diretto in fuga da Bishkek. Putin insomma questa volta aspetta di vedere come andrà a finire, prima di puntare su un cavallo che non si sa dove corra. La preoccupazione è che i tulipani si macchino di sangue gettando il paese in una crisi senza uscita: l’opposizione non ha una voce sola e il quadro è confuso. Non a caso l’Organizzazione europea per la Sicurezza e la Cooperazione auspica un governo di unità nazionale.
Ma Mosca, Washington e Bruxelles non sono gli unici spettatori della crisi che interessa da vicino almeno altri due grossi vicini, oltreché tutti gli altri quattro paesi dell’Asia centrale ex sovietica, due dei quali – Tajikistan ed Uzbekistan – dividono col Kirghizistan, oltre che le frontiere, la rigogliosa valle del Fergana, la zona più popolata della regione. E temono un effetto domino. Con preoccupazione guarda al Kirghizistan la grande Cina, il cui confine occidentale, lo Xinjang abitato dalla ribelle minoranza uigura, confina con quelle regioni. E all’Asia centrale guarda anche l’India, il colosso emergente dell’Asia, ben intenzionato a non restare tagliato fuori dalla nuova riedizione del “grande gioco”, dopo che la fine della Guerra fredda ha rimesso in discussione i vecchi equilibri. Da questo punto di vista, il dittatoriale Akayev era una garanzia di stabilità nel nuovo assetto in divenire. Ora tutto si ridiscute e forse si aprono anche nuovi spazi di intervento. Nuove pedine che si possono affiancare a quelle già mosse per tempo da Washington e Mosca.



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