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Legge anti/secessione. Per una grande potenza come la Cina sempre più emergente, e non solo nello spazio asiatico, è inimmaginabile pensare che non voglia, sempre di più, mettere i puntini sulle i. Ma la guerra per ora è solo a parole

Lettera22

Mercoledi' 16 Marzo 2005
La guerra delle parole, innescata dal parlamento cinese con la legge anti secessione su Taiwan, rischia di creare una guerra soprattutto nella bella isola orientale che, ai tempi delle colonie d’Asia, si chiamava Formosa. Non è un caso forse se presidenza e governo hanno tenuto un basso profilo e se il capo dello stato, Chen Shui-bian, ha preferito lasciare alla vicepresidenza il compito di rispondere per le rime ai cinesi della madrepatria. Taiwan non ha un seggio all’Onu e, nonostante un’offensiva diplomatica che dura da oltre cinquant’anni, sono soltanto venticinque i paesi che hanno con Taipei formali relazioni diplomatiche. L’isola che non c’è, almeno dal punto di vista ufficiale nel cerimoniale di oltre 150 nazioni, ha da qualche anno un presidente apertamente secessionista che, nonostante abbia moderato col tempo i toni, ha fatto irruzione nel delicato equilibrio della grande diaspora con la pesantezza di un Bossi dagli occhi a mandorla. Creando scompiglio e problemi in casa, ancor prima forse che a Pechino.
Chen ha vinto il suo secondo round alle presidenziali nel 2004 con un certa fatica e un margine dello 0,2%. Pochino per essere, come vorrebbe la dialettica delle democrazie parlamentari, il “presidente di tutti i taiwanesi”. La vicenda della sua rielezione è stata poi attraversata dal controverso attentato alla sua persona, che rese l’intero processo consultivo offuscato da nubi non ancora dissipate. Arrivato al potere nel 2000 e riconfermato 4 anni dopo, oscurando più di dieci lustri di governo del Kuomintang, erede della politica del fondatore della “provincia ribelle” Chiang Kai-shek, Chen sfidò col suo partito (Democratico Progressive Party's - Dpp) le acque ormai stagnanti ma sicure del quieto vivere, fatte proprie dagli eredi del padre fondatore. Ma le sue progressive prese di posizione indipendentiste, in seguito attenuatesi dopo le batoste elettorali, hanno dimostrato che nell’isola le tendenze secessioniste non sono esattamente le benvenute. E non solo per l’opposizione di altre formazioni politiche. Un referendum che doveva meglio attrezzare le difese di Taiwan verso l’ingombrante vicino e che si doveva votare contestualmente alle presidenziali del 2004, terminò senza esiti mentre, qualche mese dopo, il Dpp di Chen subiva una disfatta elettorale alle politiche, dove i partiti favorevoli a un approccio più moderato, e in linea con l’antica vocazione nazionalista ma non secessionista, imposero al presidente di dimettersi dal partito che aveva appena guidato alla sconfitta.
Gli abili diplomatici di Wen Jiabao e di Hu Jintao sapevano dunque che la legge antisecessione, al di là del provocare le reazioni di rito a Taipei, Washington e Tokio, avrebbero soprattutto indebolito il già fragile assetto politico di una provincia ribelle che, in fin dei conti, sta bene come sta. Valvola di sfogo, come è stata – e in parte ancora è - la Hong Kong che apparteneva alla corona britannica. Per esigenze commerciali e, chissà mai, persino per tastare il polso di come possa funzionare una democrazia in salsa di soia. I toni dei cinesi del resto, il giorno dopo il passaggio parlamentare, sono stati più da guerra fredda che non da conflitto imminente, né è un mistero che la discussa legge sia stata oggetto di un discreto dibattito interno. Per addolcirne i toni prima del varo parlamentare.
Ovviamente non è che nulla sia cambiato. Ma fa sorridere la richiesta di scuse avanzata in questi giorni dalle autorità di Taiwan. Nella logica orientale, le scuse hanno un valore molto più che formale e perché una persona, o addirittura un paese, si prestino a porgerle, significa che davvero non esiste più alcuno spazio negoziale. Così non è. Lo spazio rimane né Pechino sta certo pensando a mettere bombe nei cannoni puntati sullo stretto. Ma per una grande potenza sempre più emergente, e non solo nello spazio asiatico, è inimmaginabile pensare che non voglia, sempre di più, mettere i puntini sulle i. A cominciare dal cortile di casa anche se è diviso da un braccio di mare.

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