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CARNEFICINA NEL CARCERE 16/3/05

Una carneficina ha concluso una sommossa carceraria originata da un tentativo di fuga e conclusasi, nel cuore di Manila, con l’intervento deciso delle forze di sicurezza. Che ha chiuso la bocca rapidamente e per sempre, oltre che ai tentati evasori, anche alla leadership di Abu Sayyaf, il gruppo islamo-terrorista di sequestratori e banditi in salsa radicale. Che ora minacciano di “portare la guerra” fino a Manila (nell'immagine il "Comandante Robot")

Emanuele Giordana

Mercoledi' 16 Marzo 2005
Galib Andang, nome in codice “Comandante Robot”, incriminato per il sequestro di 21 turisti a Sipadan, Malaysia, nel 2000. Alhamser Limbong, nome in codice “Comandnate Kosovo”, sotto accusa per sequestro di persona e una strage nel 2004 con oltre cento morti. Nadzmie Sabtulah, conosciuto come “Comandante Global”, finito in carcere per i fatti di Sipadan. I loro nomi, accanto a quelli di un’altra ventina (bilancio provvisorio 22 carcerati e un poliziotto) sono adesso passati dal registro degli indagati a quello dei defunti. Sono tra le vittime della carneficina che ha concluso una sommossa carceraria originata da un tentativo di fuga e conclusasi, nel cuore di Manila, con l’intervento deciso delle forze di sicurezza. Che ha chiuso la bocca rapidamente e per sempre, oltre che ai tentati evasori, anche alla leadership di Abu Sayyaf, il gruppo islamo-terrorista di sequestratori e banditi in salsa radicale che dal 2000, dopo una partenza in sordina diversi anni prima, terrorizzano il piccolo arcipelago delle Sulu e Mindano. E che ora minacciano di “portare la guerra” fino a Manila.
La ricostruzione ufficiale parla di una prima fase della rivolta iniziata lunedì, quando alcuni prigionieri, rubate le armi ai sorveglianti per tentare la fuga, ne uccidono tre. La reazione scatta immediatamente e si avvia una trattativa. A condurla sono proprio alcuni dei “politici”, molti dei quali affollano la prigione di Camp Bagong Diwa, dove è detenuta la “testa” di Abu Sayyaf. Dall’altra parte del filo c’è un parlamentare musulmano che, dopo la strage, commenterà con un certo disgusto la scelta della linea dura, imputata ad Angelo Reyes, ministro degli Interni e falco del governo della presidente Arroyo. Martedi la trattativa precipita. Secondo alcune fonti i carcerati avrebbero chiesto da mangiare, ma le forze di sicurezza restano inflessibili sulla scadenza dell’ultimatum che si esaurisce dunque in un pugno di minuti. A quel punto scatta l’operazione che, a giudicare dai risultati, viene messa in pratica senza la benchè minima garanzia. Carta straccia di ogni diritto, proprio mentre il deputato stava trattando una resa a determinate condizioni anche perché, come si è visto, quello nelle carceri filippine non è certo un clima disteso.
Come che sia, l’irruzione delle forze di sicurezza chiude la partita rapidamente e chiude soprattutto la bocca alla leadership del gruppo terrorista. Non è la prima volta che fatti controversi accadono nelle galere filippine, carceri dalle quali l’evasione è uno sport assai praticato come ricorda una ricostruzione del Manila Times: Faisal Morohombsar, capo della banda criminale Pentagon scappa con due sodali nel 2002 da Camp Crame. Lo stesso anno, sempre da Camp Crame, diventa uccel di bosco Henry Tan, zar degli stupefacenti. Tra il 2003 e il 2004 oltre una cinquantina di sospetti per terrorismo prendono il largo. Tra questi, in un colpo solo, 53 membri di Abu Sayyaf. Ma se c’è chi avanza sospetti sulle connivenze con qualche amico in polizia, la vicenda dell’indonesiano Fathur Rohman al-Ghozi, scappato da Camp Crame nell’estate del 2003 con due compari, assume caratteri da giallo. Intanto Camp Crame ha anche una sezione di massima sicurezza e poi Fathur è appena stato arrestato e lo si dice il teste chiave per chiarire i rapporti tra terrorismo filippino, la Jemaah Islamiyah e soprattutto Al Qaeda. Insomma, è uno dei famosi “anelli mancanti”. Alcuni mesi dopo però viene ucciso dalla polizia a Mindanao e quindi la sua bocca resta chiusa per sempre. Un caso o un’esecuzione sommaria, anzi mirata? Dubbio che si fa strada a leggerne il curriculum. Suo padre era stato arrestato negli anni ’70 come membro di Komando Jihad, gruppo armato islamista indonesiano. Una conferma delle radici radicali di Fathur? Chi lo sa: Komando Jihad era un gruppo fasullo creato dall’intelligence di Suharto per snidare gli islamisti.



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