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VIOLENZA CONTRO LE DONNE, L'AUTOGOL DI ANKARA DI FRONTE ALL'UE 8/3/05

La dura repressione di una manifestazione femminista domenica scorsa a Istanbul, ha provocato la ferma reazione della troika dell'Unione europea, in visita ad Ankara per preparare il negoziato di adesione della Turchia. L'incidente non poteva capitare in un momento peggiore. Il governo Erdogan, su pressione dell'Ue, ha annunciato l'apertura di un'inchiesta.

Gabriele Carchella

Martedi' 8 Marzo 2005
L’avvicinamento tra Ankara e Bruxelles inciampa sui diritti delle donne. Fra qualche mese, forse, sarà considerato solo un incidente di percorso. Ma di certo la polizia turca non poteva scegliere momento più infausto per rispolverare le maniere forti. Il fattaccio è accaduto domenica scorsa, a Istanbul, quando i poliziotti hanno disperso a colpi di manganello e gas lacrimogeni una manifestazione non autorizzata di gruppi di sinistra. I manifestanti, circa 300, rivendicavano uguaglianza di salari e diritti per le donne, in vista della festa dell’8 marzo, scandendo slogan antigovernativi. La scintilla si è accesa quando un centinaio di persone ha continuato la protesta, nonostante l’alt della polizia, che ha così deciso di picchiare duro senza risparmiare il gentil sesso.
Il guaio è che le crude immagini delle percosse sulle donne hanno fatto il giro del mondo proprio alla vigilia di un’importante visita ad Ankara della troika dell’Unione europea. La delegazione Ue ­ composta dal ministro degli esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn, da Denis MacShane, ministro per l'Europa della Gran Bretagna (prossima presidente dell'Ue) e dal Commissario europeo per l'allargamento, Olli Rehn - è giunta ieri mattina nella capitale turca in vista dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione, che si apriranno il 3 ottobre prossimo. Ma prima di parlare di procedure e adempimenti, la troika ha espresso la sua condanna per gli incidenti di Instanbul, facendo chiaramente capire che su certe questioni l’Ue non è disposta a concessioni. Con un comunicato ufficiale, la troika si è detta “scioccata dalle immagini della polizia che colpiva donne e giovani manifestanti”. E ha sottolineato che i diritti delle donne sono una questione importante, chiedendo alle autorità turche di aprire un’indagine sugli incidenti. Il governo di Recep Tayyip Erdogan non s’è l’è fatto dire due volte. Il ministro degli esteri turco Abdullah Gul, a capo della delegazione turca nei colloqui con la troika, ha annunciato ieri l’apertura dell’inchiesta.
Resta però il fatto che l’incontro è cominciato con il piede sbagliato. Proprio sulla questione dei diritti umani, infatti, la Turchia si gioca buona parte delle sue chance di adesione. Bruxelles tiene sotto la sua lente d’ingrandimento i diritti delle minoranze, in primis i curdi, e quelli delle donne, anche se dal 1999 in poi, quando il paese è diventato candidato ufficiale all’adesione, i progressi non sono mancati. La pena di morte è stata abolita e il codice penale riformato, rendendo più severe le misure contro la tortura. Sono state proprio queste riforme a spingere l’Ue nel dicembre scorso, dopo un serrato dibattito, a fissare la data dell’apertura dei negoziati ufficiali per l’adesione, grazie anche alla decisione della Turchia di riconoscere Cipro come membro ufficiale dell’Ue. Eppure non mancano, nell’Europa a 25, i paesi che nutrono ancora riserve sull’ingresso del paese a larga maggioranza musulmana. Soprattutto Cipro, entrata nell’Ue solo per la parte greca, dopo il fallimento del referendum per la riunificazione. L’estremo tentativo di abbattere l’ultimo muro d’Europa si è infatti scontrato con la volontà dei greco-ciprioti e del loro ledaer Tassos Papadopoulos, uno dei più acerrimi nemici di Ankara. Anche in sede europea. Germania, Austria e Olanda non hanno mai nascosto le loro perplessità sull’ingresso della Turchia, così come la Francia, che solo ultimamente ha addolcito la sua posizione, riservandosi però di esprimere il suo consenso finale solo dopo un referendum. Washington, al contrario, preme per l’adesione nell’Ue di quello che considera un importante alleato. Ma anche l’economia ha il suo peso nei negoziati. Le autorità turche si sono sforzate di trasmettere l’immagine di un paese in netta crescita: disoccupazione in calo, inflazione sotto controllo, tagli delle tasse per attirare investimenti, industria del turismo in rapida espansione e un Pil i cui ritmi di crescita sono del 6% l’anno. Per non paralre del fatto che, se ammessa, la Turchia verserà nelle casse dell’Ue sei miliardi di euro in pochi anni. Anche se più di un’economista punta il dito contro l’enorme debito pubblico, che ammonta a circa l’80% del Pil.


Questo articolo è stato pubblicato oggi su Il Riformista



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