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Un commento alla recente visita di Ciampi in questo articolo pubblicato per gentile concessione di Galatea, su cui è pubblicato nel numero di marzo

Marco Valerio Corvino

Venerdi' 4 Marzo 2005
La visita di stato del presidente Carlo Azeglio Ciampi in India (12-16 febbraio) è stata la prima al massimo livello dal gennaio 1998, quando vi era stata quella dell'allora presidente del Consiglio Prodi. Dovuta da tempo, è stata considerata in India come una sorta di riparazione, dopo che, poco più di un anno fa, il nostro presidente del Consiglio aveva inaspettatamente cancellato una visita analoga, adducendo - in modo giudicato dagli indiani assai poco convincente - vaghe motivazioni di salute.
La visita di Ciampi è nata anche, forse soprattutto, dalla percezione, che incomincia ad essere ormai abbastanza diffusa nei circoli economici italiani (anche se lo sembra assai meno in quelli politici e accademici), secondo cui accordi con economie in rapida espansione, come quella indiana, sono ormai imperativi. L'economia indiana sta crescendo al ritmo di oltre l'8% l'anno (il secondo tasso di crescita al mondo, dopo quello della Cina), ha una serie di settori di punta (dall'industria informatica a quella spaziale) e, da ultimo ma non per importanza, è caratterizzata da un mercato interno di almeno 200 milioni di consumatori (i membri della cosiddetta classe media, in realtà una minoranza, ma equivalente alla popolazione di tre o quattro grandi stati dell'Unione Europea messi insieme).
Fra gli accordi firmati vi è stato quello per il restauro da parte italiana di due delle massime espressioni artistiche indiane: i dipinti murali di Ajanta e di Ellora. Sono stati anche finalizzati i protocolli d'intesa per la collaborazione nelle attività spaziali, nelle nanoteconologie e negli studi biologici. È stato poi firmato un protocollo volto a facilitare i rapporti di collaborazione e gli scambi di studenti e di docenti fra alcune Università italiane (Napoli, Roma, Venezia e Torino) e alcune Università indiane. In quest'ultimo caso si sono ampliati accordi già esistenti o si è dato seguito a un'iniziativa in fase avanzata di realizzazione, grazie soprattutto all'attivismo di Agostino Pinna, il nostro console generale a Calcutta. Fra gli accordi che sono stati inseriti nei protocolli d'intesa vi è stato anche quello riguardante le attività in India dell'industria dolciaria Perfetti (in realtà già in atto). Infine, la Piaggio di Colaninno si è impegnata a riprendere la produzione in India della Vespa.
Fra gli accordi che non sono stati raggiunti, ma che dovrebbero essere ripresi in un prossimo futuro, sono importanti soprattutto due. Il primo mira a regolare la concessione di finanziamenti al cinema indiano, se operante in Italia, e a quello italiano, se operante in India. Il secondo riguarda la collaborazione italiana alla realizzazione di infrastrutture in India.
Quest'ultimo accordo, se portato a buon fine, offrirebbe grandi potenzialità di sviluppo per l'industria italiana. La strozzatura rappresentata dall'insufficienza delle infrastrutture - ad incominciare da quelle di tipo, per così dire, tradizionale: porti, aeroporti e strade - è una delle principali minacce alla continuazione del rapido sviluppo economico in corso in India. I politici indiani ne sono consapevoli e, da alcuni anni, stanno cercando di far fronte al problema anche con il ricorso ad investimenti esteri. In particolare, il passato governo indiano ha lanciato la costruzione, continuata dal presente governo, di una gigantesca autostrada, il cosiddetto «quadrilatero d'oro», che dovrebbe unire la quattro principali metropoli indiane: Nuova Delhi, Kolkata (Calcutta), Chennai (Madras) e Mumbai (Bombay). In questo contesto, è fin qui stato motivo di stupore per gli indiani lo scarso interesse dimostrato dal mondo economico e finanziario italiano per questi progetti. Solo alcuni mesi fa, l'ambasciatore indiano a Roma, Himachal Som, parlando ad alcuni accademici a Pavia, in occasione di un convegno, ha lamentato il fatto per cui gli italiani, a suo dire sempre all'avanguardia nella costruzione di infrastrutture stradali fin dal tempo dell'impero romano, non avessero partecipato alla presentazione di preventivi per la costruzione del sistema autostradale del «quadrilatero d'oro».
Alla firma di un certo numero di accordi concreti si è accompagnato un vero e proprio flop mediatico. La copertura data all'evento della stampa indiana è stata prossima allo zero. A parte la pubblicazione di due fotografie di Ciampi (una su «The Hindu», l'altra su «The Indian Express») accompagnate da brevi didascalie e di un certo numero di inserti a pagamento, fra cui alcuni decisamente penosi (sul principale quotidiano economico indiano, l'«Economic Times» del 17 febbraio, ne è apparso sul ... turismo!), è apparso un unico articolo. Si è trattato di un editoriale, decisamente di buon livello, firmato da Gianfranco Fini e pubblicato il 14 da «The Hindu». In esso il nostro ministro degli Esteri diceva alcune cose interessanti non solo sul reciproco vantaggio di promuovere i rapporti economici fra i due paesi, ma anche sulle differenze politiche che dividono l'India dall'Italia. Queste ultime, com'è noto, riguardano la riforma dell'ONU: Nuova Delhi aspira ad un posto permanente nel Consiglio di sicurezza, con diritto di veto; l'Italia, invece, propone periodiche elezioni di nuovi membri al Consiglio di sicurezza.
Ma, con l'eccezione dell'editoriale di Fini, pubblicato, un po' ironicamente, sul più a sinistra fra i grandi quotidiani indiani (in India, a differenza di quanto sostiene l'on. Rutelli nel caso dell'Italia, destra e sinistra sono ancora divisioni reali e fortemente sentite dall'opinione pubblica), le conseguenze mediatiche del passaggio in India di Ciampi sono state nulle. Quella che, evidentemente, era - o, quanto meno, avrebbe dovuto essere - una finalità importante della visita di Ciampi, cioè convincere gli opinion makers e l'opinione pubblica indiani della rilevanza per l'India di una collaborazione con l'Italia - non è assolutamente stata raggiunta. E vale la pena di interrogarsi sul perché di questo fallimento (perché tale è stato).
Chi scrive ha avuto un'esperienza diretta di solo una parte degli incontri, e non necessariamente di quelli più importanti. Ma, anche così, non ha potuto fare a meno di essere colpito dall'impressione di confusione, di disorganizzazione e d'improvvisazione che regnavano. Una situazione ben diversa da quella che aveva avuto modo di osservare in occasione della visita di Prodi del 1998. Solo per fare un esempio fra molti, quando il ministro Marzano è arrivato all'inaugurazione della mostra sul design italiano non ha trovato nessuno ad attenderlo. La mostra stessa - organizzata dall'Istituto italiano di cultura - era francamente insignificante e, in ogni caso, la sua inaugurazione ha attratto un pubblico di non più di una trentina di persone (compresi i dipendenti dell'Istituto di Cultura). La traduttrice del ministro non sembrava una professionista, ma una volontaria rimediata all'ultimo momento. Il ministro, quando è passato a parlare a braccio ha parlato piuttosto bene, ma ha creato qualche problema alla traduttrice, che aveva fino ad allora utilizzato il testo scritto e che, evidentemente, non era abituata alla traduzione consecutiva. In ogni caso, quando subito dopo il suo intervento Marzano se ne è andato, se ne è andata anche la traduttrice: quando dopo di lui ha parlato un rappresentante di Confindustria, non vi era nessuno che fungesse da interprete. Dopo un momento di sconcerto si è fatto sì avanti un volonteroso funzionario degli Esteri, ma è apparso subito chiaro che, anche lui, non aveva alcuna esperienza di traduzione consecutiva. Più che tradurre, ha infatti parafrasato (a volte in maniera creativa) ciò che diceva il rappresentante di Confindustria. Questo mentre la responsabile diretta del disastro, la direttrice dell'Istituto di Cultura, sorrideva beata sullo sfondo, evidentemente compiaciuta per quello che a lei, per qualche strana ragione, doveva sembrare un ottimo risultato.
È chiaro, insomma, che la logistica dei vari eventi è stata segnata dall'improvvisazione e dalla disorganizzazione. Ma, per chi scrive, l'impressione è stata forte che, al di là di questo, vi fosse un problema di fondo, di carattere più generale. Sia la nostra Ambasciata, sia il nostro Istituto di Cultura stavano evidentemente raccogliendo i frutti di una loro mancanza di interesse e di empatia per il mondo politico, economico e culturale indiano; mancanza che, chiaramente, non è cosa dell'ultimo mese. Il fatto che nessuno fra i principali giornalisti e fra i maggiori accademici indiani sia intervenuto con articoli o con interviste sui media indiani la dice infatti lunga su una situazione caratterizzata dalla mancanza di canali di comunicazione significativi fra i nostri rappresentanti in loco ed il mondo indiano del giornalismo e della cultura.
È una situazione che appare tanto meno scusabile in quanto esistono già basi concrete (certamente non costruite né dall'Ambasciata, né dall'Istituto di Cultura) su cui aprire rapporti importanti e non episodici. Ad esempio, almeno uno dei più noti giornalisti indiani, Prem Shankar Jha, editorialista dell'influente settimanale «Outlook», ha avuto cordiali rapporti, ancorché di natura personale, con l'Italia. Dal canto loro, alcuni dei maggiori accademici indiani sono stati più volte invitati a convegni in Italia, anche se grazie ad iniziative intraprese non dal Ministero degli Esteri, ma sia da alcune Università (in particolare Pavia, Bologna e Roma), talvolta con il contributo di Italindia (l'Associazione italiana per lo studio dell'India moderna e contemporanea), sia dall'ISIAO (l'Istituto per lo studio dell'Africa e dell'Oriente di Roma).
Esemplare del modo di funzionare dei nostri rappresentanti in India è stato il grande ricevimento dato dall'ambasciatore Armellini la sera del 15. A parte che, contrariamente alla prassi vigente, l'ambasciatore non era presente a ricevere i suoi invitati (è comparso solo a serata inoltrata), l'unica concessione fatta ad un paese dove il vegetarianesimo è praticato dalla maggioranza dei suoi abitanti è stata quella di far circolare fra gli invitati alcuni piatti di frittelle di verdure. Per nessuna delle paste preparate sul momento da numerosi chef (fra l'altro tutti indiani) era previsto un condimento vegetariano. Un fatto forse minore, ma di per sé simbolico della mancanza di empatia con cui i nostri rappresentanti in loco si rapportano al mondo indiano.



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