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Il Marocco a un anno dal varo della nuova legge di famiglia marocchina. Una partenza difficile

Ornella Tommasi

Lunedi' 14 Febbraio 2005

Tangeri - Uguali nel nome di Dio e per volere del Re. Così recita il nuovo codice di famiglia, in vigore da un anno in Marocco, e fortemente voluto da Mohammed VI che alla sua qualità di sovrano associa quella di “principe dei credenti”, discendente in linea diretta dal profeta suo omonimo. Che quindi, in materia di fede, sa quello che dice. Ma a Rachid la nuova legge sul diritto di famiglia non va proprio giù. Sparito dal regime matrimoniale il dovere di obbedienza della donna, ancora in vigore nella vicina Algeria, resi quasi impraticabili poligamia e ripudio, inserite nuove garanzie economiche per la moglie in caso di divorzio, per Rachid è davvero troppo. Piuttosto non si sposa. Anche perché la modernità per lui si traduce in una perdita di privilegi tout court, almeno sulla carta.
Nella realtà l’effetto psicologico, un vero e proprio choc in qualche caso, enfatizza timori del tutto infondati, concentrati sullo spauracchio della donna-vampiro pronta a sottrarre al marito metà del patrimonio in caso di divorzio. In verità la norma vale solo per i beni acquisiti in regime matrimoniale, e non per quelli posseduti dallo sposo in origine. Resta il fatto che a pensarla come Rachid, a torto o a ragione, sono sempre di più e la disaffezione al matrimonio si avvicina a diventare un fenomeno sociale. Le prime a denunciarlo sono le operatrici delle tante organizzazioni attive sul territorio col compito di rendere le donne consapevoli dei loro nuovi diritti, in grado di testare anche gli umori dell’altra parte in causa. Qui nulla è stato trascurato per informare e divulgare, dalla legge spiegata per immagini in grandi cartelloni colorati all’edizione del testo in arabo dialettale. In un paese con un tasso di analfabetismo che supera il 60% e sale al 90 per le donne delle zone rurali, il problema della mancanza d’informazione rischia di rendere lettera morta non solo la nuova “mudawana” ma anche l’illuminata dichiarazione del re quando in uno storico discorso affermava che “…una società non può sperare nel progresso e nello sviluppo quando la metà dei cittadini non godono della dignità loro conferita dalla nostra santa religione…”.
Plauso internazionale per la legge, in cui qualcuno ha voluto vedere un tributo pagato dal Marocco alle buone relazioni internazionali, soprattutto con gli Usa. Ma se Rachid si deve rassegnare al principio che “in caso di divorzio i due coniugi hanno il diritto alla metà del patrimonio”, è più difficile replicare quando ribatte: “Lo smig (il salario minimo garantito) è rimasto lo stesso, 250 euro al mese, dai tempi di Hassan II. Qui si rischia di dividere solo la miseria”.

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