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BATTAGLIA A JOLO 10/2/05

Centinaia di nuovi soldati sono partiti ieri sera per Jolo portando ad almeno 3mila il numero di militari coinvolti in una battaglia che avrebbe già fatto una sessantina di morti

Emanuele Giordana

Giovedi' 10 Febbraio 2005
Sul cosiddetto fronte asiatico della guerra al terrorismo le acque sono agitate. Da tre giorni si combatte nell’isola filippina di Jolo, nel piccolo arcipelago del Sud che un braccio di mare divide da Mindanao, isola della minoranza musulmana (circa il 6%) nel paese più cattolico dell’Asia. Centinaia di nuovi soldati sono partiti ieri sera per Jolo portando ad almeno 3mila il numero di militari coinvolti in una battaglia che avrebbe già fatto una sessantina di morti, venti dei quali tra i militari. Diverse centinaia di civili sono sfollati e stanno per essere evacuati dalla Croce rossa mentre aviazione e marina hanno bombardato le postazioni dei ribelli e la caccia all’uomo procede. La situazione è “fluida”, secondo i funzionari dell’esercito. Una maniera nobile di descrivere un pasticcio nel quale non è chiaro chi combatte e per quale fine. E non è nemmeno chiara la funzione dei militari americani che, racconta il sito Internet del filippino Inquirer, sono scesi martedì a Jolo da un aereo con le insegne Usa. Si tratta di due persone ma, dice il giornale, è nota in loco la presenza di diversi “consiglieri” statunitensi (in passato fu inviato anche un corpo di marine) che appoggiano le operazioni anti guerriglia istruendo i soldati filippini.
La situazione è precipitata lunedì dopo che l’esercito aveva attaccato le postazioni dei ribelli di Abu Sayyaf, un gruppuscolo terrorista e dedito ai sequestri e che si vuole legato, anche se non è mai stato chiaro in che forma, con Al Qaeda, la sigla buona per tutte le occasioni. Ma questa volta il quadro è davvero complesso e più esplosivo. Sempre secondo fonti ufficiali, la battaglia vera sarebbe iniziata solo dopo l’entrata in scena di alcune centinaia di uomini del Fronte Moro di liberazione nazionale (Mnlf). Il gruppo più antico della guerriglia separatista musulmana delle Filippine, intenderebbe far pressione su Manila – dice l’esercito - per far trasferire in un carcere di Jolo il vecchio leader del Fronte, Nur Misurai (nell'immagine in una vecchia foto), personaggio controverso e firmatario degli storici accordi di pace che condussero il Moro a negoziare la pace con Manila e lo smantellamento del gruppo armato. Che in realtà, almeno in parte, ha conservato le armi. Questa nuova fase di riarmo del Mnlf si deve probabilmente allo stesso Misuari che da Manila aveva tentato di ottenere di più rispetto alle cariche amministrative attribuitegli in passato dal governo (è stato anche governatore della regione autonoma di Mindnao). Il ritorno all’opzione armata sarebbe dunque soprattutto un braccio di ferro tra i fedeli di Misuari e la presidente Arroyo anche perché, alla fine, Misuari è stato arrestato.
Benché il quadro resti confuso - non sono infatti chiari i rapporti tra il Fronte e Abu Sayyaf - il pericolo che adesso si paventa è che la miccia accesa a Jolo conduca anche il Fronte islamico di liberazione Moro (Milf, una costola del Mnlf) a rompere la trattativa in corso con Manila. I leader del Milf hanno smentito un loro possibile coinvolgimento in una ennesima guerra col governo, con cui sono in corso negoziati in Malaysia, ed effettivamente tra Milf e Mnlf non corre buon sangue, da quando la corrente più radicale del separatismo filippino si staccò dalla formazione madre. Ma come spesso accade in questi casi, il peggioramento del conflitto potrebbe far precipitare anche la fragile tregua in corso tra i ben più agguerriti separatisti del Milf e il governo di Manila, sempre in bilico tra l’opzione morbida e quella dello scontro frontale. Anche perché, contrariamente al vecchio Fronte di Misuari, il Milf dispone di circa 12mila uomini. Con le armi in stand-by.



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