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ESPULSIONE O RENDITION? LA TRAMA OSCURA DIETRO LA STORIA DI ALMA 11/7/13

ORA E SEMPRE CROCE ROSSA 4/1/05

Parte per il Sud dell’Asia l’operazione Cri. Con tre ospedali da campo

Emanuele Giordana

Martedi' 4 Gennaio 2005

C’è un’operazione Iraq2 nel futuro della Cooperazione italiana. E soprattutto nel futuro dell’Asia del Sud. Un futuro che, ancora una volta, porta il nome di Maurizio Scelli e le insegne della Croce rossa italiana. Stando a voci ufficiose raccolte in ambienti diplomatici, l’organizzazione diretta dal commissario straordinario, che nel dopoguerra iracheno suscitò un mare di polemiche per la scelta di creare un ospedale da campo a Bagdad, intende ripetere il suo modulo operativo in Indonesia, Maldive e Sri Lanka. Ufficialmente la Cri non conferma, anche perché non c’è ancora un avallo diretto della Farnesina che, almeno ufficialmente, ha il coordinamento della task force italiana, ma i giochi sembrano fatti. Un team di esperti, in maggioranza della Cri e dove figurerebbe solo qualche responsabile dell’Istituto superiore di sanità e del ministero degli esteri, sarebbe in partenza già oggi per capire dove impiantare gli ospedali e con quale tipo di struttura. Certo non si tratterà della roboante operazione messa in piedi a Bagdad dal costo iniziale di 7 milioni di euro erogati dalla Farnesina. Anche perché di soldi non ce n’è.
Nel comunicato con cui il ministero ha cercato di chiarire dove reperirà i settanta milioni di euro promessi dal governo si scopre infatti che gli unici milioni “veri” e non virtuali sono circa 4. Che, a quanto sembra di capire, finiranno nelle tasche della Cri, diventata ormai la bandiera della nostra cooperazione all’estero. E le Organizzazioni non governative cui Scelli nel suo intervento di venerdi scorso alla Farnesina ha promesso gioco di squadra? Resteranno in panchina, si dice ridacchiando nei corridoi della Direzione per la cooperazione allo sviluppo che, sia detto per inciso, sta spendendo un po’ meno (3,5 milioni) dell’equivalente offerto ai paesi disastrati per ristrutturare i suoi uffici al quinto piano del ministero. Quanto agli altri 66 milioni che mancano all’appello, il ministero ha messo in piedi una classica partita di giro contabile, sommando i debiti da condonare ai paesi verso cui vantiamo crediti e quelli che dovranno essere erogati dall’Unione europea (in parte certamente italiani).
Per fortuna i soldi arriveranno da altre parti. Ci sono 23 milioni raccolti via sms dal buon cuore degli italiani che sembrano però destinati alla Protezione civile “che non se li sfarà sfilare”, sentenziano alla Farnesina. E poi i soldi che le regioni e i comuni spenderanno nei paesi disastrati. Anche in India, nonostante il governo di Delhi abbia detto di non voler nessun aiuto. In realtà i governatorati locali hanno fatto sapere che accetteranno volentieri di esser aiutati. Al momento la parte del leone la farà Colombo, l’unica capitale che ha aperto le porte a tutti. Più difficile l’Indonesia, dove i militari hanno fatto capire che la gestione sarà unicamente locale attraverso i 55mila soldati (altri 15mila sono stati infatti appena inviati) che ormai compongono l’operativo nella provincia ribelle.
L’Italia è dunque ancora in stato confusionario, uno stato per altro non molto diverso, se la cosa può consolare, da quello in cui versano anche altri paesi. Non è una novità ad esempio che in Gran Bretagna, privati e Ong abbiano incassato più soldi del governo obbligando Blair a rilanciare. Ma in Italia non si sa bene chi gestirà cosa: Farnesina, come si dice, o Protezione civile come appare sempre più evidente? E se li gestirà la Farnesina, viene da chiedersi, come mai un così risicato manipolo di esperti viene inviato in missione all’estero? Tra i tecnici del ministero c’è malumore. Nessun sembra far più conto sulla decennale esperienza accumulata dai nostri esperti cui il governo sembra sempre più preferire le improvvisate di Scelli. Molte cose del resto stanno cambiando in questo settore chiave per la nostra politica estera e il nostro buon cuore umanitario. E’ di questi giorni la notizia che ad Herat gli uffici della cooperazione andranno a integrarsi nella struttura militare. Sul modello americano, chiariscono alla Farnesina, perché ciò semplifica gli aspetti logistici. Una cosa che, certamente, non sarà necessario spiegare ai soldati indonesiani che ad Aceh già stanno lavorando così.



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