Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


OXFAM, GAZA WEEKLY UPDATE 14/01/10

JERUSALEM BLUE 21/11/09

OBAMA, IL NOBEL E GLI ARABI 9/10/09

IL PRIMA E IL DOPO GAZA NELLE CONSTITUENCY DI HAMAS 6/10/09

GERUSALEMME, SEGNALI PERICOLOSI

LA ECO-SCUOLA DEGLI JAHALIN 31/08/09

GAZA, PARLANO I SOLDATI ISRAELIANI 15/7/09

GERUSALEMME, TRASLITTERAZIONI (POLITICHE) 13/7/09

GERUSALEMME, DEMOLIZIONI IN CITTA' VECCHIA 29/6/09

NIENTE PALFEST. A GERUSALEMME 29/5/09

I MURI SI POSSONO ABBATTERE 14/5/09

GERUSALEMME DIVENTI VERAMENTE CITTA' DELLA PACE 13/5/09

HANNO UCCISO LE VITTIME, NON I LORO NOMI 12/5/09

IL PAPA AD AMMAN: PROFONDO RISPETTO PER I MUSULMANI 9/5/09

PAPA IN TERRASANTA, TRA LE POLEMICHE 8/5/09

PRONTI A EMIGRARE DALLA CITTA' SANTA 21/12/04

Cristiani in Palestina: doppia minoranza

Paola Caridi

Martedi' 21 Dicembre 2004
Più d’uno lo dice a malincuore. Alla fine, se proprio non ce la farà più, sarà costretto a emigrare. Non tanto per se stesso, o per il lavoro. Quanto per i bambini, che ormai chiedono ai genitori di cambiare posto. Andarsene. Magari in Europa. Forse in Canada.
I cristiani di Palestina hanno sempre ingrossato le file dell’emigrazione che dalla Terrasanta ha popolato il Vecchio Continente, le Americhe, l’Australia. Ma da quando è iniziata la seconda intifada, da ormai quattro anni, il fenomeno è diventato ancora più evidente. Anche se pochi, a dire il vero, ne parlano apertamente.
Non è certo come in Iraq, dove la conta approssimativa dei cristiani che lasciano il paese è arrivata a quota 40mila, distruggendo una delle più vivaci e ricche comunità di tutto il Medio Oriente. No, tra Israele e Territori palestinesi la situazione dei cristiani non è così nera. Ma il senso di una minoranza sempre più esigua si avverte, eccome. Dal 10% della popolazione araba di mezzo secolo fa, si è passati velocemente al 2%, forse anche meno. 50mila in Palestina e poco più di 120mila in Israele. L’intera comunità arabo-cristiana, suddivisa in una quindicina di riti, non arriva alle 200mila unità. E il futuro non promette nulla di buono.
Non tanto per gli arabi cristiani con passaporto israeliano che vivono concentrati nel nord del Paese, in Galilea. Le loro rivendicazioni sono, in sostanza, quelle degli arabi-israeliani. Concentrate sui diritti di cittadinanza.
Diversi i problemi, invece, che investono i cristiani palestinesi. Alle condizioni difficili dei palestinesi, infatti, i cristiani concentrati soprattutto nella Cisgiordania assommano il senso di essere doppiamente minoranza. All’interno del proprio mondo, di cui hanno sempre condiviso con pienezza la battaglia nazionale per la creazione dello Stato palestinese, il loro numero è sempre più esiguo. Come sempre più esiguo il loro peso specifico, nonostante tradizionalmente i cristiani abbiano sempre rappresentato la borghesia cittadina e uno dei perni commerciali. La radicalizzazione della situazione, ivi compresa la crescita del fondamentalismo, sta inoltre rendendo la loro posizione più scomoda.
Altrettanto scomodo, poi, sta diventando il rapporto con gli israeliani. Soprattutto in zone grigie come Gerusalemme, dove la popolazione araba cristiana raggiunge le diecimila unità, suddivise tra il fulcro tradizionale della Città Vecchia, e i nuovi centri residenziali nella cintura cittadina. Che il muro di separazione voluto dagli israeliani sta staccando dal tessuto famigliare e sociale che è rimasto, per esempio, nel Quartiere Cristiano all’interno delle mura antiche. Tra Santo Sepolcro e zona armena. Un caso tipico è quello di Beit Hanina, quartiere a nord di Gerusalemme, a due passi da A-Ram, zona popolosa a ridosso della strada per Ramallah. La barriera passa di lì, e il destino di una cinquantina di famiglie cristiane è appeso a un filo. Di qua o di là dal muro. Probabilmente staccati dalla loro parrocchia di San Giacomo, la cui frequentazione dovrebbe essere assicurata da un gate con carta elettronica. La comunità si era traferita lì su terreni posseduti da ordini come i francescani o le Dame del Rosario, che avevano deciso di aiutare i loro fedeli costruendo strutture residenziali a riscatto. Da mesi, invece, i bambini sono costretti a estenuanti viaggi attraverso i check point per arrivare a scuola. E le famiglie si rinchiudono in casa perché passa la voglia di andarsi a fare una passeggiata. Magari andare a trovare i genitori in Città Vecchia.
Per non parlare delle difficoltà della comunità cristiana palestinese in luoghi come Beit Jalla, Beit Sahur, Betlemme. Staccata ormai da Gerusalemme, distante appena una quindicina di chilometri. Quei pochi pellegrini che torneranno alla Natività – in numero leggermente maggiore rispetto a un anno o due fa - si concentreranno a Natale, per andare via già il giorno dopo.
Nei mesi scorsi, poi, due problemi hanno reso più delicate le relazioni tra cristiani e autorità israeliane. Il primo, diventato di dominio pubblico all’inizio dell’anno, ha riguardato i visti di soggiorno di preti e suore, distribuiti con molte più difficoltà. Il secondo, un rigurgito di intolleranza da parte di alcune frange dell’ortodossia ebraica, culminato con lo sputo sulla croce che l’arcivescovo armeno stava portando in processione all’interno della Città Vecchia, da parte dello studente di una yeshiva, di una scuola religiosa ebraica. Episodio chiuso con le scuse dello studente, ma che per alcuni giorni ha riaperto polemiche e ferite non ancora cicatrizzate.


Leggi l'analisi a pag.5 del Riformista



Powered by Amisnet.org