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Guinea, Sierra Leone, Liberia, Costa d'Avorio. Quattro paesi attraversati da una costante. La guerra per le risorse. I profili dei protagonisti

Lettera22

Martedi' 7 Dicembre 2004

Si chiama Lansana Conté, golpista dal pugno di ferro, l’uomo che dal 1984 tiene in mano la Guinea, paese dell’Africa occidentale che per 25 anni era stato guidato da Ahmed Sekou Toure, il padre padrone del grande schiaffo alla Francia che aveva inaugurato la sua personale Guerra fredda africana scegliendo Mosca. Lansana Conté rimetterà i giochi a posto, rinunciando alla carta socialisteggiante del predecessore. Ma la Guinea, uno dei paesi più ricchi di minerali in Africa, resta invece tra i più poveri del continente. Sostenuta da chi credeva che Conakry avrebbe riequilibrato una fetta di mondo destabilizzato dalle guerre di Monrovia e Freetown, la mano pesante di Lansana Conté si farà invece sentire anche nei paesi limitrofi. Alleanze con questa o quella consorteria, incursioni armate in Liberia passando per la Sierra Leone, back stage per contrabbando e traffico d’armi, frontiera porosa in cui filtreranno nel 2000 mezzo milione di profughi dai paesi limitrofi. Ma che oggi ha espulso oltre 120mila persone nella vicina Liberia.

Il bubbone più purulento è comunque scoppiato proprio in Liberia, il paese dove Charles Taylor, l’uomo che ha estromesso e ucciso il dittatore Samuel Doe, detta la sua legge di guerra per 15 anni, fino a che non viene espulso in Nigeria nel 2003 da un paese che è ormai sotto egida Onu (con Gyude Bryant come presidente di transizione) e che nel 2005 dovrebbe tenere libere elezioni e tenere a bada le tante guerriglie del paese.

In gran parte proprio a Taylor si deve anche la guerra decennale della Sierra Leone, paese dove il commercio illegale dei diamanti ha visto protagonista una guerriglia divenuta famosa per i bambini soldato e le amputazioni. Almeno 50mila i morti. Ora è sotto tutela Onu, che inviò un contingente di 17mila caschi blu, ora ridotti a 6mila e in scadenza di mandato. Una partenza che il presidente Ahmad Tejan Kabbah preferirebbe rinviare.

Liberia e Sierra Leone sono stati i teatri preferiti dei diversi mercenari assoldati per spegnere guerre e guerriglie o, dice qualcuno, attizzarle. Un elemento che pare abbia contagiato anche la Costa d’Avorio, paese dove è stata giocata la carta della xenofobia (interna ed esterna) e di una purezza ivoriana servita come grimaldello per creare consenso. Oggi è il turno dell’ivoirité di Laurent Gbagbo, che la sta giocando in chiave anti francese. E proprio Gbagbo è accusato dalla stampa francese di aver utilizzato mercenari, questa volta israeliani, per colpire Parigi. Una crisi in pieno corso e dagli esiti ancora tutti da verificare.




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