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COOPERAZIONE: LA BATTAGLIA PER RIFORMARE LA LEGGE 49 7/12/04

Al Senato si prepara un testo unico per la riforma della legge di cui si parla da anni. Tutti d'accordo? No. Nemmeno nella maggioranza

Emanuele Giordana

Martedi' 7 Dicembre 2004
La Cooperazione italiana riparte dall’Africa occidentale? Sembrava questa l’ipotesi dopo che la Farnesina aveva invitato a Freetown, Sierra Leone, una ventina di giornalisti e una nutrita schiera di parlamentari delle commissioni estere a una conferenza internazionale sui bambini soldato. Un paravento in realtà. Che nascondeva un altro (nobile) obiettivo.
Il fatto è che Siniscalco ha sottratto alla direzione generale per la Cooperazione 250 milioni di euro facendo inviperire mezzo ministero, dai diplomatici ai tecnici, passando per i sottosegretari. Quasi 150 sarebbero stati recuperati ma agli uffici di Via Contarini, ancora non risultano in cassa. Si tratta di quattrini già impegnati che (soprattutto per il sottosegretario Alfredo Mantica, con delega per l’Africa), palesano almeno due schiaffi da parte del governo: il primo è che si farà fatica a rispettare gli impegni pregressi con conseguente pessima performance della nostra diplomazia all’estero. La seconda è che, se i nostri sforzi diplomatici non potranno usare la leva dei fondi pubblici per investire nei paesi del Sud del mondo, nel momento in cui si cercano buoni amici per la battaglia al Consiglio di sicurezza (la Sierra Leone ad esempio), le nostre promesse varranno sempre meno.
Alla Farnesina stanno facendo di tutto per far quadrare i conti. Compreso lo spostamento di 200 milioni di euro dai 900 che l’Italia versa, un po’ a fondo perduto, alle banche di sviluppo, come la World Bank. Quattrini che, lamentano i diplomatici, si perdono via e che, in termini di immagine, restituiscono poco all’azione dell’Italia all’estero.
Così la conferenza di Freetown, che per la prima volta aveva fatto scegliere di parlare dell’Africa in una città africana, si è trasformata in una sorta di conteggio aritmetico tra quello che l’Italia promette, le aspettative che crea, e le risposte che è poi in grado di dare. L’intera faccenda è un guazzabuglio con molte sfaccettature. Anche all’interno della stessa maggioranza. Proprio in questi giorni Fiorello Provera, leghista atipico che presiede la Commissione esteri del senato e che non si diletta di pistole e rivoluzioni padane, sta mettendo a punto il testo unico sulla nuova legge di riforma della legge 49 sulla cooperazione. Impresa complicata, anche perché Provera non è in linea con le proposte della maggioranza di governo. La legge 49 è del 1987 ed è dunque un po’ invecchiata, anche perché strapazzata dalla mannaia giudiziaria (poi finita in nulla) della Tangentopoli che investì il ministero nell’epoca post demichelisiana. Recita che “La cooperazione allo sviluppo è parte integrante della politica estera dell'Italia”, una formula che a molti pare obsoleta. La proposta di Alleanza Nazionale (primo firmatario Landi di Chiavenna) la ritiene invece un vero e proprio strumento della politica estera nazionale. Ed è questo il motivo per cui alla Farnesina è Mantica quello che più ha usato la cooperazione in questo modo, soprattutto in Africa. Spingendo perché si smettesse di usare come veicolo il multilaterale (leggi: dare quattrini a Onu, Ue o Banca Mondiale) privilegiando il canale bilaterale (leggi: tra stato e stato), utilizzando al meglio le organizzazioni non governative (Ong), che se la passano maluccio in questi tempi di tagli.
Forza Italia e cattolici non sembrano avere grandi idee in merito. Sono per una revisione della 49 che consenta procedure più rapide e soprattutto l’ingresso di consulenti esterni. La tesi di Berlusconi sullo sviluppo dei paesi poveri l’ha spiegata bene Alberto Michelini, che ha l’altisonante incarico di rappresentante personale del premier per l’Africa, con un noto refrain: privato, privato, privato. Una tesi che ha poche sponde. C’è poi il nodo della cosiddetta “Agenzia”, una vecchia proposta della sinistra che vorrebbe che la cooperazione passasse, armi e bagagli, fuori dal ministero: un’idea che ha sempre visto contrari i diplomatici (che riuscirono a bloccare la proposta di Stefano Boco nella passata legislatura) e ovviamente AN. Il problema è che invece l’Agenzia piace a Provera che si spinge più in là. “La cooperazione – dice – deve fare bene e presto” e non è affatto detto che debba passare attraverso l’utilizzo di imprese italiane. “A promuoverle – dice – basta il Commercio estero”. Una nota stonata per Michelini.
Dunque sarà battaglia e qualcosa si è già capito a Freetown. Mentre il presidente della commissione esteri della Camera Gustavo Selva, si avventurava sui lirici sentieri di un’Italia che ritorna in Africa con una nuova missione umanitaria, tenendo alta la bandiera tricolore, i due rappresentanti dell’opposizione, Iovene (Ds) e Martone (Verdi), suonavano un’altra campana. Entrambi hanno messo l’accento sul fatto che la politica estera, così come la cooperazione, dovrebbero stare più attente alle cause che producono squilibri nei paesi poveri. Ma anche al traffico d’armi, all’uso di mercenari o al cosiddetto Kimberley Process. “Quello che verifica – dice Martone - che i diamanti immessi nel circuito commerciale internazionale non siano di provenienza illecita e non servano a finanziare dittature e movimenti armati”. Argomento forte in Sierra Leone, dove i diamanti sono stati la principale causa di guerre, traffico d’armi, esodi, omicidi, stupri, mutilazioni e bambini soldato. Di solito attirano i privati.
Chissà che una mediazione non aiuti a trovarla il presidente della Commissione diritti umani Enrico Pianetta, un uomo dall’area eterea che si è molto appassionato al tema cooperazione coniugato a quello dei diritti. Non è un caso se a Freetown il senatore di FI ha voluto trascinare tutti i parlamentari alla Corte speciale, formata da Onu e governo di Freetown per giudicare i misfatti della recente decennale guerra. L’Italia ci ha investito parecchio e, per Pianetta, sono soldi spesi bene. Chissà. Per ora l’attenzione sembra orientata ad altro. E il can can sulla cooperazione lo hanno fatto soprattutto le Ong. Cui la finanza più o meno creativa sta tagliando l’erba sotto i piedi. Spingendole verso una bancarotta che sta per coinvolgere anche il ministero degli Esteri.



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