Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


IRAN-ISRAELE: LA NUOVA GUERRA FREDDA SI COMBATTE ANCHE IN ERITREA 16/12/12

CARESTIA, LA STRAGE SILENZIOSA IN ERITREA 15/09/2011

ERITREA/GIBUTI, PROVE DI GUERRA 14/06/08

ERITREA, CAMPAGNA ARRUOLAMENTI 25/02/06

VIA LE ONG DALL'ERITREA 20/2/06

VENTI DI GUERRA TRA ETIOPIA ED ERITREA 06/10/05

LA LUNGA MARCIA PER L'ERITREA 21/7/05

LE BOMBE A GRAPPOLO NELLA GUERRA DEI SASSI 10/10/04

LE BOMBE A GRAPPOLO NELLA GUERRA DEI SASSI 10/10/04

L'Etiopia bombardò un campo profughi eritreo con cluster britanniche. Ma nessuno sa chi vendette ad Addis Abeba o ad Asmara quei micidiali ordigni

Emanuele Giordana

Domenica 10 Ottobre 2004
Nella guerra dei sassi tra Etiopia ed Eritrea furono usati ordigni cluster, le micidali bombe a grappolo che disseminano centinaia di submunizioni che, rimaste inesplose, si trasformano in mine anti persone. Nel caso dell’Etiopia, che bombardò un campo profughi eritreo nel 2000, la provenienza delle bombe fu documentata: erano di produzione britannica. Ma quelle bombe ufficialmente non vennero mai vendute a nessuna delle due ex colonie italiane e le denunce dell’organizzazione non governativa Landmine Uk ricevettero solo risposte confuse dalla casa produttrice e dal governo. Risposte da Comma 22: la casa produttrice rimandava al governo perché la vicenda riguardava il ministero della Difesa, mentre la Difesa rimandava all’azienda perché si trattava di... questioni commerciali.
Proprio nei giorni in cui Tony Blair si recava in visita in Etiopia, si è svolto a Roma il convegno organizzato dalla Campagna italiana contro le mine che ha lanciato ufficialmente anche nel nostro paese l’appello che chiede una moratoria su uso, produzione, commercio e stoccaggio delle cluster. Al convegno di giovedi scorso è venuto anche Rae Mc Grath che, nei suoi appunti, accanto alle stime sulle vittime di cluster in Iraq e Afghanistan, ha anche la memoria di una vicenda ancora controversa che riguarda quel conflitto dimenticato quanto inutile: la guerra dei sassi combattuta sul finire del secolo tra due paesi poveri africani. In cui furono usate cluster occidentali paradossalmente mai vendute da Londra ai belligeranti. Ma andiamo con ordine. Mc Grath, la persona che nel ’97 ritirò a nome della Campagna internazionale contro le mine, il Nobel per la pace, racconta questa storia al manifesto con dovizia di particolari.
“Tutto comincia – ci dice Rae - con il campo profughi di Korokon, popolato da sfollati della guerra iniziata nel 1998 tra i due Paesi. Gente in attesa di tornare nelle loro case nella zona presso il confine conteso con l’Eritrea. I combattimenti sono durati due anni ma per loro la guerra è stata più lunga. Molti degli abitanti del campo provenivano dalla zona di Shilalo, nell’Eritrea occidentale, dove da poco si sono potute iniziare le operazioni di rientro, in seguito alla bonifica del terreno dagli ordigni inesplosi. La causa principale di incidenti in quella regione non è infatti rappresentata dalle mine, bensì dagli ordigni inesplosi: l’Eritrea ne è letteralmente invasa”.
Korokon era un piccolo villaggio eritreo, trasformatosi in campo profughi che in certi periodi era arrivato a contare 17mila persone. Su quel campo furono sganciate cluster dall’Etiopia per attaccare le posizioni eritree dall’aria. “Uno di questi bombardamenti - prosegue Rae - ha avuto luogo nel maggio 2000 anche se, secondo il direttore del campo e di altri testimoni, al momento dell’attacco aereo non erano presenti forze militari. C’erano 7.000 famiglie ma neanche un soldato. Gli aerei arrivarono volando a bassa quota e fecero cadere le bombe cluster una alla volta”. Ne hanno sganciate più di dieci, riferiscono le testimonianze. E in realtà ci fu una sola vittima il che sembra una buona notizia. “Il fatto è che ciò era dovuto all’alto tasso di mancata esplosione delle munizioni utilizzate. In quella guerra si è parlato di un tasso di submunizioni inesplose anche del 30 per cento. Nel caso di Korokon per essere precisi fu del 29%. I profughi sono stati costretti a convivere con grandi quantità di ordigni inesplosi e anche dopo l’intervento del genio militare eritreo e degli operatori della organizzazione non governativa britannica Halo Trust, si sono continuate a rinvenire nuove munizioni. Si trattava di submunizioni BL755, prodotte in Gran Bretagna dalla Hunting Engineering, nota ora con il nome di Insys”.
Le statistiche dicono che Halo Trust ha rinvenuto e distrutto 402 submunizioni BL755 solo nel cortile della scuola e nei pascoli limitrofi. Inoltre ha rimosso altri tipi di submunizioni e di “Uxo”, sigla che indica in genere i residuati bellici. Tra gli ordigni rinvenuti da Halo Trust c’erano anche due involucri di bombe cluster che ancora contenevano submunizioni. La vittima di Korokon, un bambino, avvenne proprio per via di uno di questi ordigni, una delle bomblet contenuta in una cluster che non era esplosa. Amotetzion Ghebrehewit ha perso suo figlio a causa dell’esplosione di queste submunizioni che infestavano il campo. Ha raccontato: Secondo il calendario etiope, mio figlio Golom è rimasto ucciso il 24 di agosto del 2000. Per il calendario europeo sarà stato il 4 o 5 di settembre. Golom aveva 16 anni. Stava solo giocando, non sapeva che quello che stava facendo era pericoloso.
Il calendario è una cosa che ha a che vedere con le cluster perché le submunizioni, diventate ormai mine, possono esplodere anche dopo un numero considerevole di anni. Quelle lanciate a Korokon dovevano esplodere al momento del bombardamento. Ma non fu così.
“Golom era rimasto ucciso mentre cercava di aprire una submunizione BL755 usando una pietra. Alcuni ragazzini – continua Rae - avevano preso l’abitudine di utilizzare il cono di rame della carica sagomata per farne dei campanacci per gli animali da pascolo. Raccoglievano i coni dai mucchi di componenti sparsi o cercavano di ricavarli dalle submunizioni complete, appendendo poi due coni con una corda intorno al collo dell’animale per farne una campana. Forse Golom stava facendo proprio questo. O forse stava semplicemente cercando di scoprire cosa fosse lo strano oggetto che aveva trovato”.
L’esplosione gli procurò una grave ferita alla testa - secondo i suoi amici fu questa la causa della morte - e gli ha reciso il braccio destro all’altezza della spalla. E’ stata fatta arrivare di corsa un’automobile da usare come ambulanza, ma Golom era già morto.
“Ad ogni modo - continua Rae - era incredibile che bombe cluster britanniche, sia pure usate da un altro esercito, fossero state utilizzate per bombardare un campo profughi. All’inizio la cosa fece rumore ma poi calò il silenzio. Korokon non era più una “hot news”. Per i giornali diventò presto una storia già scritta ma non per Landmine Uk. Anche perché non risultavano da nessuna parte vendite di questi ordigni all’Etiopia. Come erano arrivate in Africa? Chi le aveva vendute? Se non era una vendita diretta chi era stato a fare la triangolazione? Chiedemmo lumi alla società produttrice che alla fine ci rese nota una lista di paesi che avevano comprato le loro munizioni. Erano 17 nazioni: otto erano Paesi Nato (tra cui l’Italia si venne poi a sapere) e poi c’erano Pakistan, Nigeria, Arabia saudita, Svizzera e Jugoslavia (la ex Jugoslavia ndr). Dei paesi Nato non dissero i nomi (vedi sotto) e comunque dalla lista mancavano ancora quattro paesi. C’erano tra questi Etiopia ed Eritrea? La risposta fu chiara: dovevamo chiederlo al ministero della Difesa perché l’argomento era sensibile. Non ci demmo per vinti ma anche dal ministero sapemmo poco. Volevamo sapere a chi la Hunting Engineering aveva venduto le sue bombe? Ma queste erano informazioni commerciali e la Difesa non poteva fornirle. Bisognava rivolgersi alla casa costruttrice.....”
Per la ditta produttrice e per la Difesa il caso era chiuso ma gli attivisti decisero di non demordere. Stando attenti ai despistaggi: “Ad un certo momento – commenta Rae – cominciò a girare una voce non ufficiale sulla Jugoslavia” che, nel frattempo, era entrata nella lista dei cattivi. Il giorno prima che l’embargo a Belgrado chiudesse i porti jugoslavi al commercio europeo, una nave aveva trasportato in Jugoslavia armamenti britannici. “Ecco allora che la voce insinua come la triangolazione possa essere avvenuta via Belgrado”. Durante la guerra di Bosnia, furono rinvenute migliaia di mine della più diversa provenienza. Effettivamente l’esercito di Belgrado aveva scorte invidiabili. Ma con la dissoluzione della Jugoslavia agli inizi degli anni ’90, sarebbe stato davvero complicato risalire al potenziale acquirente o al potenziale venditore. La triangolazione annegava nel fatto che ormai la Jugoslavia non c’era più.
La vicenda di Korokon è emblematica. Riguarda Londra ma potrebbe riguardare le decine di paesi produttori tra cui c’è anche il nostro. Per ora le cluster bomb sono dei normali sistemi d’arma considerati ottimali per le prestazioni militari. Sono invece delle mine antiuomo camuffate. Delle bombe a tempo. Come Gologon ha imparato a sue spese.






Powered by Amisnet.org