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SIMONA E SIMONA RACCONTANO LA PRIGIONIA IN IRAQ 1/10/04

Ieri a Roma le due italiane del Ponte ostaggio per tre settimane dei sequestratori iracheni. Ringraziamenti alla società civile soprattutto irachena. Ma anche alle istituzioni italiane, a Letta e alla Cri

Gabriele Carchella

Venerdi' 1 Ottobre 2004

I volti tirati e gli occhi lucidi per la stanchezza. Le due Simone arrivano alla conferenza convocata a Roma
da “Un ponte per…” visibilmente tese. E davanti ai media di tutto il mondo, per bocca di Simona Torretta, confessano di aver avuto paura: “Abbiamo temuto per la nostra vita sin dal primo giorno. Il primo periodo di detenzione è stato il più duro. Poi, a poco a poco, i nostri rapporti con i sequestratori sono migliorati: loro hanno cominciato a riconoscere il nostro lavoro in Iraq, anche grazie alla mobilitazione generale. Ci ha aiutato molto il fatto di stare insieme durante la prigionia”. Nonostante il “buon trattamento” ricevuto e l’assenza di qualunque violenza, la prigionia delle giovani volontarie italiane è stata dunque una prova dura. Accanto alle due Simone c’è anche la pacifista giapponese Takato, rapita e rilasciata anche lei nell’Iraq del dopoguerra.
Parlano poco la Torretta e la Pari. “Le due ragazze – spiega Lello Rienzi, portavoce di “Un ponte per…”, devono rispettare il segreto istruttorio e inoltre sono molto stanche”. Alle domande dei giornalisti finisce così per rispondere il presidente del Ponte, Fabio Alberti, mentre le ragazze tengono le bocche cucite rispondendo solo alle domande più semplici: “I sequestratori fanno probabilmente parte di un gruppo religioso di cui ignoro la collocazione politica - dice Alberti. “L’elemento più importante, comunque, è che la liberazione dei nostri volontari è avvenuta grazie alle pressioni esercitate all’interno dell’Iraq. Siamo stati sostenuti da ambienti religiosi e politici assai diversi tra loro: sunniti, sciiti, forze del governo provvisorio e uomini vicini alla resistenza”.
Un appoggio unanime da parte della società irachena che, secondo l’Ong, è un attestato del buon lavoro svolto nella terra tra i due fiumi: “Abbiamo oggi un motivo in più per lavorare affianco al popolo iracheno: la riconoscenza che questo ci ha mostrato in questa vicenda per quanto da noi fatto nel corso degli anni”, afferma Alberti, che dice di non credere al riscatto: “Alla ricostruzione dei fatti nel dettaglio procederemo con calma. Non ci risulta però che sia stato pagato alcun ricatto. Per chiarire queste questioni, però, dovete chiedere a chi ha condotto la trattative”.
Ringraziano tutti, e opposizioni quelli, del Ponte: governo, Croce rossa italiana, il sottosegretario Gianni Letta. Riconoscono anche l’importante ruolo giocato dall’impegno del Vaticano, da sempre contrario alla guerra in Iraq e che aveva fatto sapere di aver attivato i suoi canali per ottenere la liberazione. Ma all’Ong con sede a Roma non sanno quando potranno tornare con personale occidentale a Baghdad, mentre annunciano un’iniziativa che partirà presto per il rispetto dei diritti umani in Iraq.
Tutto chiaro dunque? Non proprio, ed è normale che sia così. C’è un’inchiesta in corso. Sulla versione del rilascio fornita dal commissario della Cri Maurizio Scelli, Un ponte per… sostiene di non avere elementi e preferisce che parli il diretto interessato. All’Ong sono convinti però che il rapimento sia legato alla nazionalità italiana delle due volontarie e non al sospetto che si trattasse di spie, con tanto di nomi su una lista dei servizi segreti americani. Ma Un ponte per… preferisce unirsi alla gioia che l’universo dell’umanitario ha espresso in questi giorni di festa e di lasciare gli interrogativi per un altro momento. Le due ragazze hanno tanta voglia di riposarsi al riparodei riflettori. Mentre Alberti lancia un messaggio di speranza: “La liberazione dei nostri volontari è una metafora della guerra e dimostra che il dialogo è possibile e lo scontro di civiltà si può ancora evitare”.



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