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SERGIO VISTO DA SERGIO 24/9/04

Sergio Trippodo si racconta in questo articolo apparso sulla rivista che dirigeva, Stringer, e dal titolo "Fare il giornalista? Meglio che andare a lavorare! " (nell'immagine, Sergio, a destra, con Beniamino Natale)

Sergio Trippodo

Venerdi' 24 Settembre 2004
Mi risulta sempre difficile capire se ho scelto io questa professione, oppure se è accaduto il contrario. In linea di massima direi che, delle due tesi, la terza è quella più giusta: una cosa tira l’altra.

Scherzi a parte, non vedo come un bambino di sette anni possa ‘decidere’ di fare il giornalista da grande. Eppure è stato proprio a quella età che ho visto pubblicato il mio primo articolo sul giornalino di scuola.

L’insegnante ci aveva dato il titolo del tema da svolgere a casa: "Il funzionamento del cervello". Un gelido silenzio calò nella classe, composta da ragazzini che sapevano a malapena come si allacciavano le scarpe. Qualcuno trovò il coraggio di protestare: "Troppo difficile! Non lo sanno neppure gli scienziati!". Ma la maestra Jolanda, così si chiamava l’anziana e materna signora, ci invitò a non rinunciare subito e a riflettere. E il silenzio si fece falsamente impegnato.

Ora immaginate un ragazzino di sette anni, introverso e sognatore, che fa finta di riflettere mentre l’immaginazione lo trascina lontano. Quello ero io. Visto da fuori, sembravo uno che stava seriamente meditando su quella scatola nera che si chiama cervello. In realtà stavo pensando a mio fratello maggiore, che mi mancava tanto perché era andato a fare il militare.

"Bella storia – pensavo – io a Roma da solo e lui a Napoli a fare il centralinista per l’esercito". Che mestiere noioso: tutto il giorno ad ascoltare le chiamate e a passarle infilando i cavetti con i jack nei buchi corrispondenti ai vari reparti. "…Esattamente come fa il cervello quando trasmette gli stimoli alle varie parti del corpo", pensai tra me e me.

"Trippodo! In quali sogni ti stai perdendo?". Era la maestra che, con voce calda ma decisa, tentava di riportarmi in questo mondo. Mi conosceva bene, lei.

Timido come ero, cominciai a balbettare: "Pe…pensavo che si po…potrebbe paragonare l’attività del cervello a quella di un centralista". Un’intuizione geniale che i compagni di classe cercarono di fare loro. Se non ci fosse stata la maestra Jolanda a difendere il mio copyright, avrei regalato una bella idea a tutti.

Il tema piacque anche al direttore, che decise di pubblicarlo nel giornalino scolastico. Fecero tutto loro, e a me rimase l’impressione di non aver avuto alcun merito nella vicenda.

Così ero e così sono rimasto: un po’ sprovveduto e ingenuo, con la testa sempre tra le nuvole, incapace di vendermi bene. L’unica cosa che ho sempre saputo fare è viaggiare, curiosare tra le diversità del mondo e raccontarle. Il resto mi è capitato. Certo, per vivere di questo lavoro ho dovuto imparare a vincere la timidezza e a propormi, ma non sono mai riuscito a capire i giochi sociali e le astuzie del mercato. Per me, parole come ‘ambizione’ o ‘carriera’ sono concetti astratti che non riesco a spiegarmi.

Il cosiddetto ‘successo’, che in oltre quarant’anni è andato e venuto a suo piacimento, lo vedo soltanto come un casuale e momentaneo incontro di interessi: i miei e quelli dell’editore di turno. Io, da parte mia, non faccio altro che andare avanti come un mulo: attratto dalla mia biada e non da quella altrui.

La mia biada preferita è l’avventura. Ancora oggi non riesco a pianificare un viaggio o un lavoro, anche perché agli inizi non so bene qual è la meta che voglio raggiungere. Percepisco soltanto una spinta interiore verso una certa direzione o idea. E’ una questione di carattere: c’è chi comincia a scrivere partendo dal titolo che ha in mente e chi si lancia a capofitto senza preoccuparsi di dove andrà a parare. La via dello studioso e quella dell’intuitivo, ragione contro passione.

E il mio caratteraccio appartiene alla seconda categoria. Mai programmato un viaggio con la carta geografica alla mano. Mai studiato e approfondito qualcosa di cui non ho fatto prima esperienza. Preferisco andare direttamente sul posto, curiosare e imparare a presa diretta. Solo al ritorno, quando rimetto ordine tra le impressioni e le esperienze, vedo con chiarezza cosa devo analizzare ulteriormente.

In quel momento comincio a comprare cartine e a leggere libri. Ma, anche questi, al mio solito modo. Prima il testo, poi le note e infine l’introduzione. Non sopporto l’idea che qualcuno, per luminare della scienza o della letteratura che sia, mi indichi a priori come devo leggere un libro. Limiterebbe la mia intuitività.

Preferisco invece rimanere per un po’ nel limbo, tra il ricordo delle esperienze e quello delle curiosità intellettuali soddisfatte. Soltanto lì possono incontrarsi le attività del centralinista che conosco e quelle del cervello che ho studiato.

Per me viaggi e lavoro sono sempre andati di pari passo, non so perché. Non so neppure perché fin da bambino mi sono sentito attratto dall’Asia meridionale. In particolare dall’India. A vent’anni avevo già viaggiato in lungo e in largo per tutta l’Europa, l’Africa del nord e il Medio oriente. Ma non mi bastava.

Quando ho messo piede in India per la prima volta, nel 1977, ho intuito di essere giunto alla mia meta. Lì non ero più un’eccezione alla regola sociale dell’occidente. In quello strano posto tutti insegnavano, apprendevano e vivevano in un modo che sentivo vicino e congeniale. Prima si impara a farsi capire nella lingua del posto. Poi, sempre che ce ne sia bisogno, a leggere. E poi ancora, dopo anni e anni, a scrivere le prime frasi. Non come mi obbligavano a fare a scuola: "Innanzitutto impara a tradurre Chaucer – mi dicevano quando avevo undici anni! - poi ti sarà facile sapere come si dice cucchiaio o coltello in inglese". Tanto facile che, quando mi trovai per la prima volta all’ufficio postale di Londra, impiegai una buona mezz’ora a cercar di spiegare con vocaboli dotti e giri di frase rocamboleschi che volevo un semplice francobollo.

Così, nel subcontinente indiano, imparai a diventare ancora più mulo. Apparentemente stavo perdendo tempo prezioso tra lezioni di tabla (le percussioni indiane), pellegrinaggi nei luoghi sacri e lunghe chiacchierate con gente di tutte le estrazioni. Leggevo anche i giornali e mi informavo, certo, ma ero molto preso dalla vita quotidiana.

Tornato in Italia dopo vari anni, mi sentii un pesce fuor d’acqua ed ebbi la netta impressione di aver perso tempo. Invece, una volta ripresi i contatti di lavoro, scoprii di essere involontariamente diventato quello che in occidente chiamano uno "specialista di area". Già, perché molti colleghi avevano letto tonnellate di agenzie stampa e di libri sull’Asia, ma pochi la conoscevano ed erano in grado di predire quali sarebbero stati gli sviluppi in una determinata situazione.

A guardar bene, la politica estera non può mai essere considerata a prescindere dal suo contesto culturale. Le decisioni adottate da un premmier induista di casta brahmanica non saranno certo le stesse di quelle prese da un leader fondamentalista sciita o da un militare buddhista. E altrettanto si può dire dei meccanismi che influenzano l’opinione pubblica, le campagne elettorali, le guerre.

E’ quasi scontato sottolineare che questo modo di fare giornalismo è andato spesso a cozzare contro le visioni da talpa di molti direttori. Ci sono voluti anni di "hai visto che non sono entrati in guerra?" oppure di "te lo avevo detto che sarebbe caduto il governo", prima di avere un po’ di credibilità. Ma nel frattempo sono quasi morto di fame.

La lotta per la sopravvivenza mi ha portato a fare tante esperienze alternative che alla lunga mi sono servite. Per arrivare alla fine del mese, e per avere ancora la possibilità di scrivere, ho fatto mille mestieri: dall’impiegato al libraio, dal fotoreporter al traduttore di filosofia orientale. Mestiere quest’ultimo che continuo tuttora a praticare con grande soddisfazione.

Arrampicandomi sui vetri ho imparato a usare la macchina fotografica, il computer, la videocamera. Ma, soprattutto, ho imparato una lezione fondamentale per chi si ritrova a fare il freelance: non farsi prendere dal panico durante i periodi di magra e sfruttarli per riprendere energie e per studiare.

Il mercato del lavoro, però, non si cura molto del destino dei ‘liberi battitori’ e spesso li dimentica. Arrivano quindi le frustrazioni e i momenti di sconforto. La fase più pericolosa è quando, di fronte a un’agenda vuota di impegni e a un estratto conto bancario ancora più vuoto, si comincia a pensare: "Avessi sbagliato tutto?".

Ecco, quello è proprio il momento di non mollare. Se non funziona una cosa, ne andrà bene un’altra. Per arrivare a capire quale, non resta che proseguire incoscientemente nell’avventura.

Così è nato il periodico Stringer.

Erano i primi anni ’90, quando Tangentopoli aveva messo in ginocchio affari e politica: ovvero il motore e il carburante delle testate giornalistiche. Nei cassetti delle redazioni giacevano decine di miei articoli non pubblicati. Migliaia me ne roteavano in testa ogni volta che leggevo un lancio di agenzia sull’Asia. Ma le risposte alle mie proposte erano immancabilmente le stesse: "Moooooolto interessante, ma non abbiamo spazio ….. Richiamami il mese prossimo, ma forse il nostro giornale sarà già fallito, ecc., ecc.".

Sopravvivevo accettando i lavori più odiosi: traducevo noiosissimi e inutili rapporti delle agenzie umanitarie, vendevo foto ai rotocalchi per adolescenti, …ho persino avuto la sfacciataggine di insegnare informatica! Ma la frustrazione stava per aver ragione di me.

Allora, come quando sognavo a occhi aperti seduto davanti alla maestra Jolanda, mi venne in mente di mettere assieme tutte le cose che avevo imparato e di farmelo io un giornale dove pubblicare ciò che volevo.

Da solo, come un folle invasato, passai notti intere a cercare il modo più semplice di impaginare al computer gli articoli che scrivevo. Un grafico mi sarebbe costato troppo.

Per superare i due grandi scogli dell’editoria, stampa e distribuzione, ricorsi a un fai-da-te che è tuttora in funzione per l’edizione cartacea: impaginare con il programma Word, stampare una sola copia, fotocopiarla in 500 esemplari da inviare per posta a una mailing list di specialisti, politici e studiosi. Si fa in un paio di giorni e costa quanto una cena in un buon ristorante. Inoltre, a me è sempre piaciuto cucinare in casa.

Registrai la testata con il nome di "Stringer", uno dei rami del giornalismo indipendente che più stimo. La frustrazione era vinta, ma di soldi neppure l’odore.

A questo punto anche i lavori più noiosi assunsero un aspetto diverso, più positivo: mi resi conto che mi facevano sbarcare il lunario senza dover mendicare di redazione in redazione e mi permettevano di far funzionare il mio giocattolo editoriale. Così il mal di fegato cominciò a scemare e le notti insonni si fecero più rare. Vero è che ogni tanto mi chiedevo "ma chi me lo fa fare?" ma, non trovando risposta, non mi rimaneva altro che andare avanti come un mulo. Al solito.

Un paio d’anni più tardi ebbi la soddisfazione ‘morale’ di leggere alcune recensioni di Stringer su varie testate italiane. C’era già qualche illustre collega che scopiazzava i miei pezzi, senza citarli nella vana illusione di non essere scoperto. Buon segno.

Decisi allora di affrontare l’avventura su Internet. Anche in questo caso, viste le esose richieste dei webmasters, fui costretto al fai-da-te. Da Roma andai a Milano, dove viveva mio nipote Marco: un ottimo programmatore. In due pomeriggi mi insegnò a usare i programmi per costruire pagine web e per trasferire i file in rete.

Imparai parolacce come "effetippare" (usare il File Transfer Protocol), "zippare" o frasi intere come "downloadare una jpeg da editare su Frontpage come Thumbnail". Per un purista della lingua quale sono era un orrore, come mettere il parmigiano nel cappuccino, ma era anche l’unico modo di comunicare con quello zombi di mio nipote.

La redazione era cresciuta: ora eravamo in tre, dato che si era unita all’avventura anche la mia compagna. A lei l’ingrato compito di seguire ‘economia e cultura’. A me quello di passare a scanner centinaia di diapositive per "Stringer Asia" e per il nuovo "Stringer Photo": primogenito della stirpe "Stringer Links", " Video", " Story" e via dicendo.

Un lavoraccio, ma che bello poter spaziare nella rete e aggiungere pagine su pagine a bassissimo costo. Quando i giornali erano solo su supporto cartaceo, neppure i colossi dell’editoria potevano permettersi lussi del genere.

Spazio e velocità, ecco il grande vantaggio dell’informazione online. E poi, che soddisfazione battere la Bbc o la Cnn con delle breaking news più tempestive!

Anche in questo caso non me ne venne in tasca niente. Ci guadagnai solo un paio di occhiaie perenni, per aver passato troppo tempo al computer. Ma almeno Stringer era online e avevo risolto il problema della ‘distribuzione internazionale’! Rimaneva da vedere chi l’avrebbe letto,…e in lingua italiana.

Siccome "nell’amor non v’è ragione", non ci preoccupammo più di tanto e continuammo tutti a testa bassa. Il morbo stringeriano stava diffondendosi e, con esso, anche la testata. Da una parte cominciavamo a ricevere e-mail dai giornalisti "veri": quelli, per intenderci, che oggi potete trovare cliccando sul link "chi siamo" dalla Home Page. Dall’altra sgranavamo gli occhi davanti ai ‘referrers’ degli hits: provenivano da paesi impensabili come la Bosnia, l’Australia, il Cile, la Cina o la Bulgaria.

Il boom delle visite c’è stato quando le televisioni giapponesi hanno scoperto le foto dei Buddha di Bamiyan nei giorni in cui i Taliban stavano minacciando di distruggerli. In quella occasione scoprimmo l’universalità del messaggio tramite immagine. E con orgoglio ci accorgemmo che i Jap avevano usato il traduttore di Google per leggere anche gli articoli.

La prima riflessione fu: "Ma allora non siamo totalmente folli! Le nostre stranezze interessano veramente qualcuno". E infatti oggi veniamo intervistati e citati da radio e televisioni. Hanno trovato un buco per una recensione anche quelle testate che non hanno mai spazio in pagina.

I soldi da tutto questo? Neanche una lira bucata! Ma qui viene il bello. Ci siamo accorti, nel tempo, che Stringer è diventato un’ottima vetrina per mostrare le nostra capacità professionali. E questo vuol dire ottenere lavori che prima non riuscivamo neppure a immaginare. Per non parlare del tempo risparmiato con gli editori: "Le servono delle foto su Ayodhya? Articoli sul Pakistan? Guardi nel sito e ci faccia sapere per e-mail se le piace il nostro taglio".

Una volta questo scambio di informazioni era tanto costoso da vanificare l’eventuale vendita della foto, del video o del reportage. Bisognava vincere la diffidenza, mandare un pezzo in visione, fare i duplicati delle diapositive e spedirli alla redazione con il rischio di non rivederli mai più o peggio ancora di vederli pubblicati su qualche testata estera, senza la possibilità di esigere crediti.

Oggi le cose sono cambiate. Non si diventa miliardari con un sito come il nostro, ma ci si vive. E’ come andare al Casino, puntare cento dollari, vincerne mille e poi perderne settecento. Si torna in albergo in taxi e si paga anche il conto della stanza.

Certo, i più scaltri riuscirebbero a ottenere fondi, prestiti per lo sviluppo o pubblicità. Noi tentiamo anche queste strade, ma con prudenza. Non vorremmo rinunciare all’aspetto più gratificante del mestiere di freelance: l’indipendenza.

Perciò facciamo finta di essere dei "signori" e vagliamo con cautela tutte le possibilità. Se un giorno i nostri interessi collimeranno con quelli del finanziatore di turno, ben vengano gli aiuti economici. Abbiamo anni di arretrati da pagare a tutti e miliardi di progetti in mente per il futuro. Ci basterebbe iniziare con la traduzione in inglese del sito e con un buon back-desk.

Se così non fosse, va bene lo stesso. A conti fatti la bellezza del viaggio sta nel viaggiare, non nell’arrivare alla meta. Anche perché la meta, quella finale, non esiste. Così pensiamo noi muli di Stringer. E continuiamo per questa via, dritta o zigzagante che ci si presenti.

A noi interessa di più aver trasmesso la nostra passione ai giovanissimi. Sono tanti quelli che hanno scritto alla redazione per farci i complimenti e per proporre timidamente i loro primi articoli. Ragazzi e ragazze che hanno avuto l’umiltà di accettare le correzioni o di riscrivere il pezzo dall’inizio alla fine secondo i nostri consigli.

Universitari che usano il nostro piccolo portale dell’informazione indipendente per fare le tesi di laurea. Viaggiatori che chiedono e forniscono informazioni. Pacifisti che trovano uno spazio per dire la loro sugli orrori della guerra. Webmaster che propongono scambi di link. Grafici che chiedono il permesso di usare le foto dei Buddha di Bamiyan per farli rivivere almeno nel web. Bambini che inviano i loro disegni sull’11 settembre.

Questo, secondo noi, è il vero successo.



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