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Il premier Erdogan promette alla Commissione europea che l'adulterio non sarà reato. Ennesimo ostacolo rimosso (forse) sulla via dell'adesione di Ankara

Paola Caridi

Venerdi' 24 Settembre 2004
Pericolo scampato, almeno per ora. Ma il sorriso tornato sui volti di turchi ed europei - riuniti di gran corsa ieri a Bruxelles – è solo a tempo determinato. Perché rimanga stampato sui protagonisti del piccolo braccio di ferro tra il governo di Recep Erdogan e l’esecutivo dell’Unione Europea bisognerà aspettare almeno sino al 6 ottobre. Quando il commissario della UE deputato all’allargamento, il tedesco Guenther Verheugen, emanerà il suo verdetto. Scrivendo un sì oppure un no all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, nel rapporto da inviare al Consiglio dei capi di stato e di governo del prossimo dicembre.
L’ostacolo di questo sofferto percorso di adesione di Ankara all’Europa di Bruxelles si chiama adulterio. Un atto privato che la Turchia sotto l’attuale controllo di un islamismo di tipo soft voleva, invece, trasformare in un reato. Da inserire nel nuovo codice penale riformato in via di approvazione parlamentare.
Bruxelles ha fatto la voce grossa. E il premier Erdogan, più conservatore pragmatico che islamista, ha preso un aereo, è corso a incontrare Prodi e Verheugen. E ha poi promesso che l’adulterio non verrà criminalizzato. Tutti contenti, di fronte ai fotografi in attesa della notizia. Tutti, soprattutto, sollevati da un accordo che smussa le dure polemiche all’interno della politica europea, rinfocolate da quello che sarebbe potuto succedere nel parlamento di Ankara. E che, a dire il vero, potrebbe ancora accadere.
Se il premier Erdogan ha, infatti, preso un preciso impegno con i suoi due principali interlocutori nella Commissione, resta da vedere se il suo Partito della Giustizia e del Benessere lo seguirà, in questo doloroso compromesso. Non è detto, difatti, che il partito di maggioranza turco, che controlla agevolmente il parlamento, procederà compatto dietro al suo premier, domenica prossima. Quando i deputati, riuniti in seduta straordinaria, dovranno ratificare la promessa fatta da Erdogan ieri a Bruxelles. Accanto al settore conservatore, cui appartiene il premier, resta vivace quella parte islamista che vedeva nell’inserimento del reato di adulterio un altro passo in avanti verso il consolidamento di una morale controllata dallo Stato. Elemento tradizionale nella maggior parte dei paesi musulmani. A cui la Turchia nazionalista di Ataturk era sino a pochi anni fa sfuggita.
I deputati potrebbero comunque anche decidere che stornare l’emendamento sull’adulterio val bene una messa. Non tanto perché bramino di far parte del club europeo. Quanto per i tanti soldi che il Fondo Monetario Internazionale darà in prestito alla Turchia per sostenere la riforma economica triennale che Ankara deve presentare all’Unione Europea entro i primi di dicembre. E che sarebbero in forse se la Turchia dovesse provocare la UE su di un tasto così delicato come i diritti civili, costringendo Bruxelles a congelare il percorso di adesione.
In questo gioco, però, non è solo la Turchia a cercare finalmente una stabilità e un consenso allargato al proprio interno sull’ipotesi di ingresso nella UE. Lo è, allo stesso tempo, la politica europea. In crisi dopo che l’affaire sull’adulterio ha riaperto l’ormai annoso dibattito sulla Turchia, europea o invece estranea al Vecchio Continente. Erdogan, insomma, è riuscito a evitare il peggio perché a Bruxelles sedevano, ancora per poco, Prodi e Verheugen. Entrambi esponenti di una sinistra che preme per l’ingresso della Turchia per imbrigliarla in questo modo negli standard giuridici e culturali del Vecchio Continente.
Lo sguardo benevolente della sinistra potrebbe, però, non avere più la grinta e il potere avuto sinora, se la Turchia dovesse scantonare da un percorso già stabilito nel 2003. Lo testimoniano le immediate sortite del centro-destra francese e italiano, pronto a richiudere la porta dell’Europa in faccia ai turchi. Paventando la solita minaccia dell’Islam che ritorna in Europa come ai tempi dell’Impero ottomano.
Come se i musulmani turchi non fossero già, e in numero consistente, sul suolo europeo. Motivo per il quale, stavolta, Erdogan ha potuto trattare con un commissario dallo sguardo comprensivo. Vista la nazionalità di Verheugen. Con i milioni di turchi e curdi integrati a pieno titolo e da anni nel suo tessuto sociale, la Germania a guida socialdemocratica è l’elemento determinante di questa adesione. Anche se, ieri, sia Gerhard Schroeder sia Joschka Fischer si sono precipitati a sottolineare che lunga sarà la strada – tra i dieci e i quindici anni – che la Turchia dovrà percorrere per chiamarsi europea. Una sottolineatura che ha avuto il sapore di un avvertimento, per mettere in guardia Ankara dal tentare nuove sortite di questo tipo.


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