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Tante le somiglianze nella scalata fortunata al potere di Berlusconi e Shinawatra in visita a Roma. Sarà lo stesso nelle sfortune poltiche?

Emanuele Giordana

Giovedi' 23 Settembre 2004

Dopo un’ora e mezza di anticamera nella dorica saletta di Palazzo Chigi dove il premier tiene i suoi incontri con la stampa, i giornalisti (pochi per la verità e soprattutto thai) sono stati sbrigativamente mandati a casa. A Silvio Berlusconi e Thaksin Shinawatra devono esser sembrati più che sufficienti telecamere e fotoreporter. Che dovevano immortalare qualche firma (della Moratti e di Urso in materia di collaborazioni varie, specie per il settore delle piccole imprese) e gli ampi sorrisi la cui arte è una delle carte migliori dei due premier. Non simili per altro solo in materia di presenza scenica.
I meno smaliziati hanno pensato ai normali ritardi di una visita ufficiale iniziata a ridosso dell’ora di pranzo. I più cattivelli hanno pensato che in fin dei conti alla stampa italiana la presenza del premier tahi non faceva un baffo. I più perversi hanno pensato che il roboante primo ministro thailandese abbia scelto di evitare domande imbarazzanti. E che in fondo anche Berlusconi abbia preferito evitare illazioni sul premier che più gli assomiglia. Somiglianza a 360 gradi. Anche nelle nubi che sovrastano la corsa verso fine mandato di entrambi.
La storia di Thaksin Shinawatra è una bella favola con lieto fine incorporato che di questi tempi sta però rischiando un finale a sorpresa. E che vale la pena di raccontare. Nel suo paese, il munifico regno di Sua Maestà Phra Chaoyuhao Bhumibol Adulyadej, Thaksin Shinawatra è, come Berlusconi nel paese di Carlo Azeglio Ciampi, il re indiscusso delle telecomunicazioni. Un imprenditore che qualche anno fa, quando il suo paese fu messo al tappeto dalla bolla speculativa che diede origine alla crisi finanziaria asiatica degli anni ’90, decise di scendere in campo per mettere mano, come un buon amministratore sa fare, alle disastrate vicende dell’economia nazionale. Per farlo si dota di una sorta di partito azienda dall’aria nazional popolare e dall’impatto populista cui dà il nome di Thai rak Tahi, traducibile con i Thai amano i Tahi. O se preferite Forza Thailandia. Mentre corre per la carica di premier, una serie di pasticcetti finanziari gli creano però qualche guaio con la magistratura che rischia di decapitargli una carriera tutta in discesa. Ma i problemi vengono risolti brillantemente e il rampante self made man, che proviene da una famiglia povera ma si è fatto strada tutto da sé, alla fine ce la fa. La sua riuscita elettorale, giocata in chiave anti politca, trionfa in una sorta di plebiscito nazionale e viene sospinta da promesse apodittiche: posti di lavoro, prestiti agevolati, rilancio dell’economia. Un patto con i tahi insomma, che Shinawatra si impegna a rispettare. E che per certi versi rispetta. Sul piano internazionale Shinawatra non ha dubbi e si schiera con gli Stati Uniti nella guerra all’Iraq. Non manda è vero grandi plotoni guerrieri, ma un corpo di 500 uomini composto soprattutto di personale sanitario e di ingegneri. La partenza viene festeggiata nei palazzi di Bangkok come la conferma che anche la Thailandia, beneficiata per questo da una serie di vantaggi commerciali con gli Usa, siede al tavolo dei potenti e dei vincitori.
E’ negli ultimi mesi che le cose cominciano a cambiare e che la parabola ascendente di Shinawatra inizia la fase di caduta. Anche le similitudini con l’Italia, che hanno fatto soprannominare Thaksim il “Berlusconi con gli occhi a mandorla”, si sono fatte meno evidenti. A meno che non siano un preludio funesto, e qualche segno già c’è, nelle fortune politiche del suo sorridente omologo italiano. La mazzata arriva dall’Iraq, quando il governo di Manila, altro strategico alleato di Washington in Asia, decide, dopo la vicenda dell’autista filippino sequestrato, di ritirare le sue truppe, come richiesto dai rapitori. Shinawatra, troppo scaltro per subire il ricatto, decide che forse anche i tahi farebbero meglio a tornare a casa prima del diluvio. La decisione gli costa cara. Bush si arrabbia e persino Kofi Annan suggersice un rinvio. A fine agosto però il contingente fa le valigie verso Kuwait City. Per il momento è così poi si vedrà. Shinawatra ha alcuni problemi da risolvere in casa: la turbolenza nel Sud del paese, attribuita all’islam radicale, e le imminenti elezioni del governatore di Bangkok, dieci milioni di abitanti, vera e unica grande metropoli del paese. Il resto è storia di ieri. Il candidato appoggiato (non ufficialmente) da Tahi rak tahi viene sonoramente sconfitto e Shinawatra perde la capitale mentre si avvicinano, nel 2005, le elezioni.
A Berlusconi non è andata così male. In Iraq ci siamo ancora e in fondo nel Lazio il centrodestra ha perso solo il Comune e la Provincia. Gli resta pur sempre Storace.



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