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Ritiro parziale delle truppe da Beirut, pressioni su Hamas. E forse buoni uffici sulle due Simone

Paola Caridi

Mercoledi' 22 Settembre 2004
Eppure qualcosa si muove. E anche in fretta. Non sono neanche passate due settimane dallo strano ultimatum di un mese sulla presenza militare in Libano, lanciato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu alla Siria, e Damasco lancia un sorprendente ballon d’essai. Decide, in tutta fretta, il ridispiegamento delle sue truppe dai dintorni di Beirut verso la frontiera comune tra i due paesi. Pochi i militari spostati: appena mille rispetto ai 20mila presenti in Libano. Pochi anche i chilometri (qualche decina) che separano Beirut dalla valle della Bekaa. Ma il segnale è decisamente importante.
Intanto per i tempi molto veloci, appena pochi giorni, in cui il ridispiegamento – iniziato ieri – sarà completato. Lo hanno deciso ieri mattina i ministri della difesa di Libano e Siria, riuniti a porte strachiuse a Beirut assieme ai loro capi di stato maggiore.
La Siria prova, in questo modo, a rendere meno tesa la corda diplomatica che la sta strangolando dall’inizio di settembre. Complici la Francia e gli Stati Uniti, che non vogliono da Bashar el Assad complicazioni ulteriori in una regione che di problemi ne ha già a iosa. Lascia andare un po’ le briglie in Libano, insomma, dove i sentimenti antisiriani stanno montando velocemente. Non solo spostando qualche pedina militare, ma per esempio moderando la pressione sulla libertà di espressione. Con il benestare all’intervista con Walid Jumblatt, diventato uno dei più fieri avversari della presenza di Damasco in Libano, in agenda in uno dei programmi più ascoltati della LBCI, un’altra delle tv arabe molto seguite nell’intera regione.
La tregua sul fronte occidentale, quello con il Libano, apre le trattative sul fronte più caldo, quello orientale. Il ruolo della Siria in Iraq è stato considerato sin dall’inizio molto ambiguo. Ed è fare piena luce su questa ambiguità, la cosa che più interessa agli americani. Disposti, a questo punto, anche a venire a patti col diavolo, cioè con quella Siria di Bashar che continuano a minacciare da mesi di sanzioni e quant’altro, ritenendola implicata nell’appoggio di qualche guerriglia o almeno dei vecchi baathisti di Saddam. Da giorni si susseguono indiscrezioni sui contatti sottotraccia che americani e siriani hanno a vari livelli, politico ma anche economico. Contatti che devono avere alle spalle qualche consigliere del papà di George Bush jr, visto che già nella prima quella del Golfo la Siria riuscì ad ammorbidirsi. Tanto da partecipare alla coalizione che intervenne per liberare il Kuwait occupato da Saddam Hussein. Allora c’era a Damasco il più scaltro Hafez el Assad, e a Washington Bush padre, notoriamente in ottimi rapporti con i paesi arabi.
La situazione, ora, è decisamente più deteriorata, per gli Usa, nei confronti dei regimi arabi. Ma, allo stesso modo, anche Bashar è in una posizione più debole di quella di suo padre. E dunque più sensibile alle proposte di intesa che gli vengono presentate.
Qualche proposta, in effetti, deve essere arrivata, visto quello che – per esempio - Bashar è riuscito a fare con Hamas, da sempre protetta da Damasco. Il suo leader, Khaled Mashaal, ha accettato finalmente di andare al Cairo per parlare con gli egiziani e aprire qualche spiraglio sul dialogo interpalestinese per la gestione di Gaza dopo il disimpegno israeliano. Non casualmente dopo la visita a sorpresa che il presidente egiziano Hosni Mubarak ha compiuto nella capitale siriana. Nessuno sa quello che i due si sono detti, anche se qualche osservatore – come il sempre acuto intellettuale libanese Ghassan Tueni – ha addirittura ipotizzato uno scambio per Damasco: la fuoriuscita dal Libano in cambio di una soluzione sul Golan. Ipotesi poco realistica, visto che l’Israele di Ariel Sharon, in estrema difficoltà sul disimpegno da Gaza, non potrebbe sopportare la separazione da un altro pezzo di territorio. Dove, peraltro, di coloni non ce sono 8milamila, come nella Striscia, ma più di 20mila.
Le supposizioni, però, rischiano di sviare l’attenzione sui fatti. Già di per sé significativi. Come la richiesta da parte di Mashaal, e dunque di Hamas, alla guerriglia irachena di mettere la parola fine sulla stagione degli ostaggi, liberandoli. Un impegno, quello sugli ostaggi, di cui la Siria sembra si sia fatta carico anche direttamente. Damasco starebbe fornendo i suoi servigi per tentare di risolvere il caso delle due Simone e degli altri due volontari rapiti assieme a loro due settimane fa. Un coinvolgimento, questo, che poggia su di una eredità preziosa lasciata al nostro ministero degli esteri dalla diplomazia di marca andreottiana, e dallo stesso divo Giulio ai tempi in cui era a capo della Farnesina. Una eredità fondata sugli ottimi rapporti intrattenuti con Damasco, con Beirut e anche con Teheran. Che ora sono venuti utili.


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