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Presidio contro la guerra a Milano

VIGILIA DIFFICILE PER IL WARGAME DELLA NATO

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CASO BOSIO, LA FARNESINA LO SOSPENDE 8/4/14

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KAZAKISTAN, MARCIA INDIETRO DEL GOVERNO 13/7/13

ESPULSIONE O RENDITION? LA TRAMA OSCURA DIETRO LA STORIA DI ALMA 11/7/13

LE ONG ITALIANE NON LASCERANNO L'IRAQ. CON QUALCHE DISTINGUO 10/9/04

Le organizzazioni non governative del nostro paese resteranno in Iraq

Emanuele Giordana

Venerdi' 10 Settembre 2004
Il fuggi fuggi dall’Iraq non riguarda il volontariato italiano. A ribadirlo è l’Associazione delle Ong italiane, un cappello che ne raccoglie oltre 160, nove delle quali lavorano in Iraq. E non se ne andranno. ''Il volontariato italiano non ha alcuna intenzione di lasciare l'Iraq'', dice il presidente dell’Associazione Sergio Marelli, poco prima dell’incontro ad Amman tra una sua delegazione e Jean-Dominique Bunel, il coordinatore delle attività delle Ong internazionali a Baghdad che ieri si è dimesso proprio per motivi di sicurezza. A scatenare le polemiche era stata proprio una sua dichiarazione sul fatto che, dopo il rapimento delle due volontarie di “Un ponte per”, molte organizzazioni umanitarie stavano lasciando l'Iraq. ''Proprio due giorni fa – ha detto ancora Marelli - sono partiti per Bassora due volontari di Intersos'', l’associazione che condivideva con il Ponte la sede dove sono state sequestrate Pari e Torretta. In Iraq sono presenti nove Ong italiane: Cesvi, Cosv, Terres des Hommes, Coopi, Gvc, Avsi, Movimondo, Iscos ed Emergency e, sempre secondo Marelli, “lasciare ora i territori in guerra sarebbe un comportamento contrario al mandato stesso delle nostre associazioni umanitarie”. I volontari italiani pensano inoltre che proprio la loro presenza, benché ridotta, possa servire a mettere a disposizione delle istituzioni una vasta rete di contatti maturata col lavoro sul campo.
Naturalmente le posizioni sono variegate. Nicola Perrone del Cipsi, un organismo che raccoglie 34 Ong italiane, spiega la scelta di non essere andati in Iraq perché “non si fa cooperazione al seguito degli eserciti e delle guerre e non si possono lanciare bombe e portare cerotti”. E per Gianni Rufini, docente di peacekeeping e aiuto umanitario, “rimanere ora in Iraq è una scelta avventata, perché la priorità deve essere la sicurezza. Inoltre – aggiunge - non c’è nel paese una grave emergenza e gli umanitari dovrebbero interessarsi di paesi dove c’è più bisogno”.
Già dal giorno del rapimento comunque, le varie associazioni si erano attivate per ridurre al minimo le presenze dei volontari italiani, precauzione per altro già presa diversi mesi fa: da primavera infatti, col crescere della violenza, gli umanitari italiani - una trentina - si erano ridotti della metà. E molti erano già stati “decentrati” negli uffici di Amman o di Kuwait City. Sono alcune decine di migliaia gli iracheni assistiti dalle organizzazioni umanitarie italiane non governative, attive nelle zone di Bagdad, Kirkuk, Bassora ma anche a Najaf dove proprio Simona Torretta portava cibo e acqua per la popolazione locale isolata dall’assedio al mausoleo di Ali occupato dai miliziani di Al Sadr. Le attività di soccorso umanitario delle Ong italiane riguardano soprattutto le emergenze sanitarie ma anche il settore educativo e dei servizi.








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