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RUFINI:"AVVENTATO RIMANERE IN IRAQ. L'EMERGENZA E' ALTROVE" 10/9/04

Per Gianni Rufini, docente di peacekeeping, non ci sono più le condizioni di sicurezza necessarie perché le Ong operino in Iraq. "Non c’è nel paese una grave emergenza sanitaria - dice Rufini - e i bisogni essenziali della popolazione possono essere soddisfatti dal governo iracheno o dalle forze militari occupanti".

Gabriele Carchella

Venerdi' 10 Settembre 2004
“Se gli operatori di pace sono diventati vittime di aggressioni, lo si deve allo snaturamento del concetto di aiuto umanitario avvenuto negli ultimi anni”. Gianni Rufini, docente di peacekeeping, prova a rispondere alla domanda che in molti si pongono da quando, martedì scorso, un commando di uomini in divisa ha rapito Simona Torretta, Simona Pari e due operatori iracheni dell’associazione italiana “Un ponte per”: perché colpire due volontarie così vicine alla popolazione? “A partire dalla seconda metà degli anni ’90 e con maggior intensità dopo la crisi del Kosovo, - spiega Rufini - i paesi occidentali hanno perso il loro ruolo di pacificatori che intervengono per riportare assistenza e aiuti umanitari per diventare sempre di più parte dei conflitti”.
Quali sono i principi che dovrebbero ispirare l’intervento umanitario?
Sin dalla convenzione di Ginevra del ’49 si è stabilito che l’aiuto umanitario deve essere esente da influenze esterne: l’unico criterio guida è l’assistenza dei bisognosi. Per molti anni questi principi sono stati rispettati senza grandi problemi. C’erano poche organizzazioni umanitarie e tutte erano fedeli a un codice condiviso. Con l’avvento delle nuove guerre negli anni ’90 in Yugoslavia, Ruanda e Somalia lo scenario è però cambiato.
Qual è la percezione che gli iracheni hanno degli operatori umanitari?
La grande maggioranza degli occidentali presenti in Iraq sono militari impegnati in un’occupazione militare o uomini d’affari e tecnici che sfruttano le risorse del paese. E’ difficile, quindi, far capire alla popolazione che ci sono anche operatori umanitari che, mantenendo una posizione neutrale, vogliono solo assistere la popolazione e non hanno nulla in comune con chi ha effettuato l’occupazione militare. Le organizzazioni umanitarie, insomma, vengono messe sullo stesso piano degli altri occidentali. Per fortuna c’è anche chi sa distinguere. Ma non basta.
Questa confusione di ruoli può aver influenzato la decisione dell’Onu di non ritornare in Iraq?
Di sicuro la scelta delle Nazioni Unite non è legata solo a ragioni di sicurezza. C’è da augurarsi che il tentativo di mettere l’occupazione militare dell’Iraq sotto l’ombrello dell’Onu fallisca definitivamente. In caso contrario, le Nazioni Unite perderebbero la loro residua credibilità di istituzione al di sopra delle parti. In questo momento non ci sono le condizioni per un intervento autorevole dell’Onu in Iraq e Kofi Annan, che è un uomo molto prudente, è molto attento a tenere la sua organizzazione lontana dal pantano iracheno.
Non si può comunque negare che esista anche un problema di sicurezza.
Il problema della sicurezza c’è e coinvolge le organizzazioni umanitarie. Basti pensare che persino il Comitato internazionale della Croce rossa è stato colpito a Baghdad lo scorso anno. Rimanere ora in Iraq è una scelta avventata, perché la priorità deve essere la sicurezza degli operatori. Per di più, non c’è nel paese una grave emergenza sanitaria e i bisogni essenziali della popolazione possono essere soddisfatti dal governo iracheno o dalle forze militari occupanti. Le organizzazioni umanitarie dovrebbero invece interessarsi dei paesi dove c’è più bisogno di aiuto, come il Congo e più in generale l’Africa, dove ogni giorno muoiono migliaia di persone. Un po’ diverso è il discorso per le Ong che, come “Un Ponte per”, hanno fatto dell’Iraq il centro della loro missione e della presenza nel paese la loro ragion d’essere.
Cosa faranno le Ong italiane, ora che quelle internazionali sembrano intenzionate ad andarsene?
Le Ong italiane hanno dichiarato che valuteranno l’opportunità di restare in Iraq caso per caso. E’ ancora troppo presto per fare previsioni.


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