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VIA DA BAGDAD? NON PER LE ONG ITALIANE 9/9/04

E sulla trattativa il Ponte, Ics e il Comitato Fermiamo la Guerra chiariscono: la faccia il governo ma senza pasticci e senza intermediari terzi

Emanuele Giordana

Giovedi' 9 Settembre 2004
Via dall’Iraq. Da Bagdad a Bruxelles, da Roma agli uffici distaccati a Kuwait City ed Amman, la frase rimbalza tra le centinaia di operatori umanitari delle organizzazioni non governative che lavorano nel paese. Una decisione già presa da alcuni, una possibilità per altri, un no fermo invece dalle Ong italiane che, nonostante il rapimento delle due operatrici di “Un ponte per”, hanno deciso, pur con qualche distinguo, di restare.
La notizia della partenza degli umanitari si diffonde in mattinata quando il coordinatore delle attività delle Ong internazionali a Bagdad, Jean-Dominique Bunel, dice ai giornalisti che “la maggioranza delle organizzazioni internazionali” si starebbe preparando a fare le valigie. “Alcuni - aggiunge - sono già partiti” e altri starebbero aspettando la messa a punto dei piani di evacuazione e un posto sugli aerei. Pieni sino a venerdi. Quanto alle associazioni italiane la posizione è invece molto diversa, anche se articolata. Dalla segreteria nazionale del Coordinamento delle Ong italiane fanno sapere che quelle presenti in Iraq (una decina) - sia le aderenti al Coordinamento, sia altre che operano in territorio iracheno - resteranno. Il Consorzio italiano di solidarietà, una sigla del Coordinamento che raccoglie decine di associazioni, chiarisce che la sua presenza "non è in dubbio" anche se sono state "temporaneamente sospese le attività e la partenza per Bagdad degli operatori italiani”. Un altolà al fuggi fuggi dunque, ma anche una particolare attenzione a tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza.
Solo “Un ponte per”, l’organismo di Pari e Torretta, prende tempo. Per ora l’ufficio di Bagdad è chiuso, poi si vedrà. C’è altro cui pensare: salvare le due giovani ragazze rapite. Fabio Alberti, presidente del Ponte, parla a chiare lettere: il Ponte non cercherà trattative coi sequestratori, né il Comitato Fermiamo la guerra, di cui fa parte, interferirà con le iniziative istituzionali "che ci auguriamo - dice - di alto profilo e senza gli errori del passato”. La parola dunque a Palazzo Chigi, senza se e senza ma, pur se in Italia e in Iraq il Ponte ha organizzato decine di iniziative di appoggio a una soluzione pacifica del sequestro. Sulla trattativa interviene anche Giulio Marcon dell’Ics e chiarisce: "Il governo assuma il pieno coordinamento delle iniziative, senza confusioni come nel caso di Baldoni, e senza affidarle a soggetti terzi come la Croce rossa italiana”.
Ma in queste ora la polemica col governo, di cui le Ong italiane non hanno mai condiviso la linea bellicista, è l’ultima delle preoccupazioni. Il Ponte e diversi comitati pacifisti si stanno dando da fare a raccogliere solidarietà. Che puntualmente arriva. Oggi i bambini con cui Pari e Torretta lavoravano, manifesteranno nel centro di Baghdad insieme alle loro madri. Venerdi una fiaccolata a Roma e, nelle prossime ore, un appello di premi Nobel per la pace, mentre già si sono attivate alcune comunità islamiche italiane. Un appello per la liberazione delle due volontarie è stato rivolto, via Al Jazeera, dalla fondazione ''Aiutiamoli a vivere'' insieme ai responsabili del campo profughi di Jenin, in Palestina, mentre si accavallano le iniziative locali. Come l’appello congiunto del sindaco di Ravenna e dei rappresentanti del centro di cultura e studi islamici della Romagna. Una sorta di diplomazia parallela “alla francese” dunque, che coinvolga la società civile italiana e i musulmani in Italia come in Iraq. Anche l’Europa è vicina: Echo, l'ufficio umanitario della Commissione Ue, continuerà a sostenere le Ong italiane, ha fatto sapere il commissario Poul Nielson.





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