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Due ragazze di 29 anni che hanno scelto di dedicare la loro vita agli altri. Simona Torretta e Simona Pari, impegnate da anni nel settore umanitario, hanno deciso con coraggio di andare a lavorare in un paese che sembra conoscere solo la legge della violenza, invece di trascorrere i loro migliori anni nella sicurezza della terra natale e di un impiego tranquillo.

Gabriele Carchella

Mercoledi' 8 Settembre 2004
Poteva sembrare un vezzo. Ma in realtà quell’apparire sempre in ordine, pur nella confusione e nella perenne emergenza di una città come Baghdad, riusciva a mantenere intatta la femminilità di Simona Torretta. Che in un paese dove ogni cosa sembra allo sfascio è un sottile messaggio di speranza. Adesso lei e Simona Pari, sodali nella guerra che si combatte senza armi ma con l’impegno umanitario, sono scomparse. Rapite da una drappello di uomini armati e sparite nel nulla insieme a due operatori iracheni, un ingegnere e una donna. Il sequestro delle due giovani volontarie dimostra che in Iraq non basta più essere pacifisti e vicini alla popolazione per garantirsi l’immunità. Il salto di qualità era del resto già evidente all’epoca degli attentati dello scorso anno contro la Croce rossa e il quartier generale dell’Onu. Ma in pochi si aspettavano un’aggressione come quella di ieri, perpetrata contro un “Un Ponte per”, Ong che sin dalla sua nascita, nel 1991, è impegnata in Iraq in numerosi progetti umanitari che vanno dall’assistenza sanitaria all’educazione. E che si è costruita negli anni un nome rispettato sia ai tempi di Saddam che in questo anarchico dopoguerra. Simona Pari e Simona Torretta rappresentavano a Baghdad l’Ong e soprattutto il credito che il Ponte poteva spendere nel paese attraverso canali ormai a lungo testati. Che adesso potrebbero forse essere attivati per sapere qualcosa sul loro destino.
Il rapimento è avvenuto in pieno centro nella sede che l’Ong condivideva con altre due organizzazioni non governative, l’Ics e Inersos, una palazzina circondata da un cortile poco distante dall’Hotel Palestine e dagli altri grandi hotel dove è ospitata la comunità internazionale. Un attacco nel cuore di Baghdad che fa pensare a un’operazione pianificata e non condotta da dilettanti. L’edificio è composto solo da alcune stanze abbastanza spoglie affacciate su un cortile che, due giorni fa, è stato colpito da un missile. Un caso? Al Ponte avevano sminuito, pensando a un errore. Ipotesi su cui adesso non scommette più nessuno.
Il sequestro ha provocato la reazione della autorità italiane, tra cui il presidente Carlo Azeglio Ciampi, che ha chiesto ai prefetti di Roma e Rimini di comunicare alle famiglie delle due volontarie che sta seguendo da vicino lo svolgersi degli eventi. Il sostegno e la fiducia dei loro cari trapelano intanto dalle prime dichiarazioni a caldo dei genitori. Anna Maria Torretta, appena appresa la notizia si è detta “sicura che Simona saprà fare fronte anche a questa difficile situazione. Sono fiduciosa e ottimista”. Una forza d’animo confermata dalle autorità che hanno fatto visita ieri alla famiglia, - tra di loro il prefetto di Roma Serra – che hanno trovato la mamma e le sorelle di Simona “molto serene”.
Delle due italiane rapite ieri, Simona Torretta, romana di soli 29 anni, è la veterana: capo missione di Un Ponte per nella capitale, vive in Iraq da cinque anni e lavora per il Ponte dal ‘96. Il suo primo viaggio in Iraq risale a dieci anni fa, quando nasce in lei l’amore per il paese. Un amore forte, cresciuto negli anni, tanto che allo scoppio dell’ultima guerra decide di rimanere a Baghdad, vivendo sotto i bombardamenti dei caccia alleati momenti difficili, che raccontava ai giornalisti con naturalezza senza mai cadere nell’autocelebrazione. E sono forse la naturalezza e l’affabilità con cui disimpegna il suo delicato incarico le caratteristiche che più colpivano chi ha conosciuto Simona nei caotici mesi che segnano la fine del rais e l’inizio del dopoguerra.
Meno esperta di Iraq, ma non di aiuto umanitario, è l’altra volontaria rapita, Simona Pari, anche lei ventinovenne. Giunta a Baghdad nel luglio del 2003, aveva già maturato esperienza sul campo in Afghanistan con l’Ong “Save the children” e poi in Kosovo, Albania e Montenegro. La sua vocazione si deve alla mamma Donatella: “ Questa voglia di aiutare la gente me l’ha trasmessa mia madre Donatella. Per me – dice - è sempre stato un modello forte, mi ha insegnato a non avere paura”.




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