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UN PONTE PER/ I DUBBI E LE DOMANDE SUL SEQUESTRO 8/9/04

Chi ha interesse a colpire un'organizzazione che, nel bene e nel male, ha fatto di tutto per essere neutrale e aiutare chi ha bisogno? E' quello che ci si chiede dopo il sequestro di Simona Torretta e Simona Pari

Lettera22

Mercoledi' 8 Settembre 2004
Alla sede di “Un Ponte per”, nel quartiere multietnico di Piazza Vittorio a Roma, alle emergenze sono abituati. Ma forse questa volta nemmeno loro erano preparati, nonostante siano presenti in Iraq dalla prima guerra del Golfo, a dover rispondere alla domanda che circola insistentemente in queste ore. Perché proprio il “Ponte”? E perché, prima del rapimento di Simona Torretta e Simona Pari, due veterane dell’organizzazione, una schicchera aveva centrato in pieno la sede dell’organizzazione nel cuore della capitale, a pochi metri dall’hotel Palestine, condivisa con altre due Ong, Intersos e il Consorzio italiano di solidarietà (Ics)? Per sua fortuna l’Ics aveva appena ritirato i propri expat lasciando sul campo, come molte Ong hanno fatto, solo gli operatori locali. Dopo che due missili avevano colpito la sede delle tre organizzazioni, la prima reazione era stata quella di pensare a uno sbaglio, ma adesso – rapimento in pieno giorno e in un ufficio assai noto – la tesi dell’errore appare peregrina. Inoltre, fa notare un umanitario di quella piccola triade, la sede è in pieno centro. In un luogo dove fare un rapimento, insomma, non è proprio una passeggiata. Così le piste sono diverse: il gruppo terrorista che spara nel mucchio e che è per il tanto peggio, tanto meglio. La guerriglia che combatte l’occupazione straniera e che ha qualche idea bizzarra in testa (ma non si capisce quale). Il gruppo infine che voleva invece proprio colpire gli umanitari più vicini al movimento pacifista. Quei rompiscatole, insomma, disposti a dar da bere anche ai soldati del Madhi pur di far arrivare l’acqua a Najaf, una delle ultime mete dei viaggi umanitari che Simona Torretta coordinava durante la battaglia al mausoleo.
Come che sia, si alza il livello dello scontro, come si diceva una volta, e chi è in mezzo è in mezzo. E prendere in mezzo “quelli del Ponte”, come vengono chiamati gli umanitari di Piazza Vittorio, è la cosa più facile del mondo. Esposti e riconoscibili da oltre 13 anni, da quando iniziarono a portare aiuti nell’Iraq di Saddam assediato da un embargo che “Un ponte per” contestava apertamente e che gli è valso più di una polemica.
Sotto i missili anche durante il bombardamento di Bagdad durante l’attacco della coalizione, “quelli del Ponte” han sempre tenuto botta polemizzando tra l’altro con la Croce rossa di Scelli, a loro dire troppo schiacciata sulle posizioni del governo. Fu il Ponte a denunciare l’invio del famoso ospedale da campo come un’inutile e costosa operazione in una città che vantava quaranta ospedali. Cattivi rapporti dunque con la Cri del commissario Scelli e cattivi rapporti anche con le autorità italiane quando il Ponte decise, capofila di una serie di Ong, che non avrebbe fatto solidarietà in Iraq coi soldi del governo.
La polemica annunciata si è già fatta viva a poche ore dal sequestro. Se è vero che un innalzamento del rischio di nuovi possibili rapimenti di civili italiani (in particolare di donne) era stato registrato dal Sismi, come avrebbe riferito Pollari, nel corso dell'audizione di ieri a Palazzo San Macuto, perché “quelli del Ponte” erano così esposti a un possibile sequestro? Non era per loro prevista alcuna protezione salvo i due uomini disarmati assoldati dalle Ong forse per tener lontani i rompiscatole?
D’altro canto, nella stessa comunità degli umanitari, che oggi si sente – è il caso di dirlo – sotto tiro, circola anche un’altra domanda: perché continuare a correre rischi in una situazione dove l’Onu ha già pagato per prima un enorme tributo? In una situazione dove ormai si spara sulle ambulanze e dove la confusione è grande sotto un cielo da mille e un mistero? Domanda da rivolgere anche al governo che, al di là di tiepidi richiami, non ha mai detto quel che è ormai sotto gli occhi di tutti: l’Italia non è in grado di garantire l’incolumità dei suoi civili in Iraq. Bastava un telegramma. Per favore fate le valigie. O ci scappa il sequestro




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