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Ascesa e caduta di un commissario straordinario

Emanuele Giordana Gianni Rufini

Venerdi' 3 Settembre 2004


Emanuele Giordana Gianni Rufini

Sta passando delle pessime giornate il commissario della Croce rossa italiana Maurizio Scelli. L’agguato e la morte di Enzo Baldoni sembrano essersi messe di traverso, come un macigno, su una brillante quanto rapida carriera. La nomina a commissario di un ente benefico che ha una lunga tradizione di neutralità e umanitarismo, è stata sancita sulla Gazzetta ufficiale (la nomina del commissario è governativa) nell’aprile del 2003. Ma la sua ascesa ai vertici della Cri, di cui era vice commissario dall’ottobre del 2002, era già cosa fatta da dicembre e il giovane avvocato, cui era andata male nel 2001 la corsa per un seggio alla camera nelle file di Forza Italia, stava già scaldando i motori in perfetta sintonia con la presidenza del Consiglio e la Farnesina. Di buone protezioni, oltre che al governo, Scelli ne godeva anche in Vaticano per il quale, tra l’altro, era stato Coordinatore del Comitato organizzatore del Giubileo degli ammalati. Ma dalla sua nomina in poi sarà soprattutto a Palazzo Chigi, anziché Oltretevere o verso la Svizzera, che Scelli guarderà con maggior attenzione.

Un passo indietro

Ma prima di questa stagione occorre fare un passo indietro. Altrimenti non si capisce cosa abbia fatto Scelli, non tanto della sua legittima carriera personale, quanto dell’organismo che dirige e nel quale, sin dall’inizio, la sua nomina ha sollevato polemiche. Polemiche sempre molto sotto le righe, come vuole il codice di condotta dell’organizzazione fondata da Jean-Henri Dunant, uomo nato in una famiglia agiata ma che aveva finito i suoi anni in un ospizio per poveri ed era passato in breve tempo dalla fama all’oscurità e dall’agiatezza alla bancarotta. Morto in solitudine, emarginato da quella buona società ginevrina di cui era stato vanto, Dunant era vissuto con una costante passione umanitaria e la Croce Rossa è il suo monumento vivente. E’ insomma il nobile antenato dell’intero Movimento.
In Italia, senza star a risalire ai tempi di Maria Pia Garavaglia o, ancora prima, di Maria Pia Fanfani, un tornado di donna che per anni si identificò e fu identificata con la Croce rossa italiana, fino al 2002 al vertice della Cri c’era Staffan De Mistura. Per anni responsabile dell’Ufficio delle Nazioni Unite di Roma e poi inviato da Kofi Annan in Libano, il personaggio aveva scelto un profilo basso, consono non solo al suo carattere di abile e accorto diplomatico, ma soprattutto allo spirito dello statuto del trattato internazionale, comunemente conosciuto come la Convenzione di Ginevra, che dodici nazioni avevano sottoscritto il 2 Agosto del 1864, e in cui si erano accordate per garantire neutralità al personale sanitario, consentire i rifornimenti medici e adottare uno speciale emblema identificatore: croce rossa su campo bianco.
De Mistura sapeva bene che le quattro successive Convenzioni di Ginevra del 1949 rappresentavano il momento piú alto del rapporto tra etica e politica nella storia dell’ultimo secolo. Ma anche che si reggevano su un equilibrio difficile, come emerse durante la seconda guerra mondiale quando, la consegna del silenzio, impedì alla Croce rossa di denunciare i crimini nazisti contro gli ebrei. Esperienze, riflessioni e il lavoro giuridico di decenni hanno portato allo sviluppo di quello che chiamiamo umanitarismo e che tenta di coniugare spirito di solidarietà, azione sul campo e aspirazione ad una maggiore giustizia fra gli uomini e che ben si riassume nei principi guida del Movimento: umanità, neutralità, imparzialità, indipendenza, volontariato, unità e universalità.
Essendo anche un uomo dell’Onu, soprattutto i due principi di imparzialità e neutralità, De Mistura li aveva ben presenti. E aveva mantenuto la Cri nei sicuri binari che si diramano dalla Federazione e dal Comitato internazionale con sede a Ginevra. La sede della Croce rossa italiana è a Roma ma le linee guida vanno sempre concordate con Ginevra. Ogni istituto nazionale ha la sua autonomia ma non ce l’ha rispetto ai principi del Movimento. De Mistura lo sapeva. Si può dire lo stesso di Maurizio Scelli?

La missione “umanitaria” italiana

Quando Scelli si trova al timone della Cri succedono molte cose che tirano in ballo le organizzazioni umanitarie. Il 20 marzo del 2003 i primi missili americani colpiscono Bagdad. Il 9 aprile la statua del dittatore nel centro della capitale cade sotto i flash di decine di fotografi. Blitzkrieg sventolata in faccia agli scettici, la guerra adesso è finita e bisogna ricostruire. L’Italia, che al conflitto non ha partecipato, vuole fare la sua parte. Ma sarà una parte “umanitaria” e la missione militare così verrà definita il 14 maggio dal ministro Antonio Martino che spiega come “...Senato e Camera hanno impegnato l’Esecutivo all’avvio dell’intervento umanitario...” e che “l’azione promossa dal Governo è ... per assicurare alla popolazione irachena gli aiuti umanitari necessari ... realizzare le opere immediate e urgenti di ripristino della funzionalità delle infrastrutture e di quei servizi che servono a garantire agli iracheni le migliori condizioni di vita possibile”.
Quando Martino illustra i destini di “Antica Babilonia”, la parte più “umanitaria” dell’operazione è in realtà già scattata. Agli inizi di aprile il ministro Franco Frattini ha spedito in Iraq una missione esplorativa con 40 tonnellate di aiuti d'emergenza sotto lo sguardo attento delle telecamere e, a metà maggio, battezza la partenza dei volontari della Croce rossa di Scelli che volano a Bagdad per montare un ospedale da campo. Alla sicurezza dell’ospedale dovranno pensare i carabinieri, 15 dei quali, già giunti a Baghdad il 7 maggio, rappresentano – dice ancora Martino - “il primo segno concreto della presenza militare italiana in territorio iracheno, con evidenti scopi umanitari...”.
L’operazione ospedale da campo parte il 13 maggio. Concordata col governo e finanziata coi fondi della cooperazione della Farnesina ha un costo previsto che si aggira sui 10 milioni di euro. Il sospetto che sia fuori luogo la contiguità tra governo e Croce rossa, tra missione umanitaria militare e missione umanitaria tout court, sfiora poche persone. Che male c’è a creare un ospedale in un paese devastato dalla guerra? E via libera dunque anche per i soldati, visto che a Bagdad la guerra è vinta ma l’insicurezza regna sovrana.
In realtà a Ginevra hanno fin da subito storto il naso. Sempre sotto traccia, come vuole la regola del silenzio, ma utilizzando, quelli si, tutti i canali ufficiali.

Ginevra prende le distanze

Jakob Kellenberger, presidente dal 2000 del Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) si lamenta direttamente con i nostri diplomatici a Ginevra. Secondo quanto dice al nostro ambasciatore Paolo Bruni la Cri sarebbe "venuta meno alle regole del Movimento", limitandosi a informare dell’ospedale il Cicr ma bypassandone il coordinamento, obbligatorio in caso di conflitto armato. A Ginevra proprio non è piaciuto che l’ospedale abbia una scorta armata. Una scelta "non conforme" ai principi del Movimento e suscettibile di creare problemi allo stesso Cicr e alle altre società nazionali, mettendo in discussione "indipendenza, imparzialità e autonomia" della Croce rossa. Il Cicr declina "ogni responsabilità sugli esiti" di un’operazione che potrebbe portare a spiacevoli confusioni e danneggiare un Movimento che porta, tra le sue insegne, una sbarra rossa tracciata su un fucile.
La Farnesina fa orecchie da mercante e, tanto per sottolineare da che parte sta l’Italia, dà istruzioni ai nostri diplomatici perché facciano sapere al Cicr che l’ospedale "corrisponde a una precisa richiesta dell'amministrazione americana", che è un "motivo d'orgoglio e non di rancorosa deprecazione". Se la cosa lascia perplessa Ginevra, neppure a Bagdad l’iniziativa viene accolta con favore. Sono perplessi molti medici iracheni, senza salario da 12 mesi, e che avrebbero bisogno di buste paghe anziché di doppioni in una città che conta una quarantina di nosocomi. Attaccano a muso duro anche le Organizzazioni non governative, presenti nel paese ben prima della Cri, che condannano l’operazione: costosa, dicono, e inutile. E per non passare come i soliti radicali antiberlusconiani, sventolano una direttiva dell’Organizzazione mondiale della sanità che mette in guardia sull’allestimento di nuovi ospedali in Iraq. Meglio, dice l’Oms, far funzionare quelli esistenti e ripristinare le scorte.
Ma la polemica arriva solo su qualche giornale e produce solo rare interrogazioni parlamentari. A cui è facile rispondere. Il field hospital lavora bene e fa del bene. In Italia moltissimi ospedali danno una mano ai malati trasferiti d’urgenza con mirabili e rapidissimi ponti aerei. Come contestarlo? Chi osa, per dirla in uno slogan, sparare sulla Croce rossa?

La strage di Nassirya

Quando nel novembre del 2003 avviene la strage di Nassiriya, che lascia sul terreno i primi soldati italiani, in molti aprono gli occhi sulla confusione creata attorno alla “missione umanitaria” dei “nostri ragazzi”. Che si scoprono in guerra, costretti a maneggiare mitragliatrici e cannoni anziché cazzuole e biscotti proteici. Ma la polemica non sfiora Scelli che intanto ha sistemato in modo stabile il suo ospedale a Bagdad e che organizza convogli per gli iracheni bisognosi. Se a questo punto avesse tenuto un profilo basso, come si addice agli umanitari, la Croce rossa forse si sarebbe tenuta fuori dalla bufera e forse, contando sul tempo, avrebbe anche fatto rientrare la polemica con Ginevra con cui i rapporti sono rimasti tesi. Ma Scelli sembra invece convinto che l’azione umanitaria della Croce rossa italiana costituisca un credito da spendere. A favore dell’Italia. Ritiene che, come ha reiterato il 28 agosto a Repubblica parlando del possibile recupero del corpo di Enzo Baldoni, si possa far leva “...sul potere che i nostri interlocutori iracheni si giocano con le comunità locali, con la possibilità che attraverso di noi possono far curare le persone”. Sembra di capire che Scelli sia convinto che gli aiuti umanitari si possono negoziare e che dunque la sua appartenenza alla Croce rossa gli fornisce un’arma importante. Spendibile, all’occorrenza, in qualche delicata mediazione. Se utilizzare gli aiuti come arma di pressione appare assai dubbio, di per sé non c’è niente di male a fare i mediatori. Ma perché la cosa funzioni, altrimenti ci può benissimo pensare l’intelligence, occorre effettivamente essere imparziali e autonomi. Non aver nulla a che fare con il governo coinvolto nella trattativa. Non sembra questo il caso.

Mediatore imparziale o agente governativo?

L’occasione per proporsi come mediatore nelle vicende irachene viene fornita a Scelli da un nuovo capitolo della guerra in Iraq: i sequestri. Ma anche, è bene dirlo, dalla palude di difficoltà in cui sembrano dibattersi i nostri 007. Scelli invece i canali li ha e quando scoppia il caso di Quatrocchi, Agliana, Stefio e Cupertino, si fa in quattro. Com’è noto tre degli ostaggi verranno liberati e uno ucciso. Ancora non è chiaro come, da chi, in che modo fu condotta la trattativa. Ai dubbi sulle controverse versioni emerse a puntate, suggellate dal bizzarro video della liberazione in stile berretti verdi e dall’imbarazzante teatrino del governo, cominciano a unirsi i primi commenti sul ruolo di Scelli, sul suo protagonismo e soprattutto sui suoi legami troppo stretti col governo. “C'è più di una perplessità – scrive il 23 maggio scorso l’Unità - sulla "gestione mediatica" che sta portando avanti Maurizio Scelli...più che perplessità, sarebbe meglio dire che c'è molta irritazione. Perché già ad aprile, quando per alcune ore sembrò fatta, Scelli giocò di anticipo, avvertì alcune testate giornalistiche, quasi che la consegna dei tre ostaggi dovesse avvenire in diretta. Poi ci fu la doccia fredda e la trattativa subì un brusco rallentamento”. In giugno, sempre sull’Unità, Enrico Fierro si chiede: “Perché si costringe la Croce rossa italiana ad indossare l'elmetto e a scendere, pugnale tra i denti, nell'agone politico? Qual è la convenienza a trasformare un’istituzione umanitaria in una sezione militante del governo? E soprattutto a chi giova? .... queste domande dovrebbero indurre il dottor Maurizio Scelli ad una maggiore sobrietà”.
Scelli scampa però alle polemiche sul primo sequestro anche perché, fatti salvi gli attacchi dell’Unità, del Manifesto e qualche dubbio che comincia a farsi strada anche su Repubblica, la stampa italiana preferisce non sparare sulla Croce rossa. Per almeno due buoni motivi. Il primo è che effettivamente la Croce rossa ha un credito da spendere. Non tanto per merito di Scelli, quanto per i meriti acquisiti dall’intero Movimento da quel lontano 1864. Condannare o fare le pulci a un’organizzazione che cura i feriti e porta medicine è sempre una cosa antipatica. Il secondo è che la Croce rossa, come tutte le organizzazioni umanitarie, è spesso, in Iraq come altrove, il solo passaporto per andare nei luoghi di conflitto, se si vuole evitare di essere embedded nei carrozzoni dei militari o nelle jeep della guerriglia. Sono utili due volte: non solo per la logistica, ma perché, essendo parte terza – neutrali, imparziali, autonomi – consentono ai cronisti di scrivere ciò che vedono e non solo, come accade con militari e guerriglieri, ciò che vogliono venga visto. Ma nel caso della Cri è ancora così? Probabilmente si. Probabilmente si tratta solo di un incidente di percorso, coinciso con le scelte controverse operate in Iraq, e che oggi si chiama Enzo Baldoni. Proprio la verità sul suo tragico percorso, da Bagdad a Najaf e ritorno, è l’ultimo bastone tra le ruote nella rutilante e controversa ascesa, non tanto della Croce rossa, quanto del commissario straordinario Maurizio Scelli.

Questo articolo è una versione ridotta rispetto a quello pubblicato sul Diario da oggi in edicola



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