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CRI/IRAQ: UNA MISSIONE INIZIATA MALE 1/9/04

L’intervista apparsa ieri sul Corriere, dove un membro della Mezzaluna rossa accusa la Cri di imparzialita' è quella che ha messo il dito nella piaga. Chiarendo che la Croce rossa di Scelli era venuta meno a quei principi di autonomia, indipendenza e imparzialità, che sono alla base del movimento fondato, centocinquant’anni fa da Henry Dunant

Mercoledi' 1 Settembre 2004
Adesso che col commissario straordinario della Croce rossa italiana Maurizio Scelli è cominciato il tiro al piccione, verrebbe voglia di difendere questo giovane e brillante avvocato. Per quasi due anni ha agito indisturbato assumendosi, di ora in ora, sempre più ruoli: avanguardia della solidarietà italiana all’indomani della caduta di Saddam, abile tessitore della strategia del governo per verniciare di umanitaria la nostra missione militare in Iraq, infine mediatore per la liberazione degli ostaggi o, tutto andando male, per recuperarne i corpi straziati. E’ scivolato sulla disgraziata missione di De Santis e Baldoni, condotta contro la sua volontà certo, ma sfuggitagli di mano e, quel che è peggio, trattata con reticenza e bugie sin dal bell’inizio. A questo punto, tutta la stampa italiana che, salvo rare eccezioni, si era rifiutata di sparare sulle sue ambulanze in omaggio all’antico adagio umanitario che medici e barellieri godono di salvacondotto, ha cambiato idea. E l’intervista apparsa ieri sul Corriere, dove un membro della Mezzaluna rossa accusa la Cri di parzialita', è quella che ha messo il dito nella piaga. Chiarendo che la Croce rossa di Scelli era venuta meno a quei principi di imparzialità, indipendenza e neutralità, che sono alla base del movimento fondato, centocinquant’anni fa da Henry Dunant.
In realtà a ben vedere, la contiguità di Scelli col governo italiano era chiara sin dall’inizio. Da quando il commissario straordinario aveva organizzato, col beneplacito della Farnesina e la benedizione di Palazzo Chigi, un field hospital nella capitale irachena. Poiché l’ospedale da campo allestito a Bagdad si serviva di una scorta di carabinieri, i primi guai erano saltati fuori proprio con Ginevra, la sede storica del movimento. Che aveva inviato a Scelli un altolà. La Croce rossa non può farsi scortare dai soldati in una situazione di conflitto. Scelli aveva fatto spallucce. L’ospedale benedetto da Roma, per essere sinceri, non era piaciuto nemmeno agli americani. E fu seccante per un governo così appiattito sulle direttive di Washington che a storcere il naso sul field hospital fosse stato nientedimeno che Andrew Natsios, amministratore di Usaid, l'agenzia statunitense alla cooperazione. Natsios aveva chiesto chiarimenti sull'operazione al nostro ambasciatore negli Stati Uniti Sergio Vento. E gli aveva espresso la preoccupazione che la popolazione locale potesse privilegiare l'italico ospedale rispetto alle strutture nazionali che, a detta sua, avevano un sufficientemente "alto livello di quadri intermedi". Paradossalmente Natsios diceva la stessa cosa di diverse Organizzazioni non governative italiane, che avevano giudicato l’ospedale del tutto inutile. Ma il capo di Usaid poteva ben chiudere un occhio su un’operazione che tanto stava a cuore a Roma e che per Frattini rappresentava un ottimo “biglietto da visita” per l’Italia. Il problema era tornato fuori quando anche l'Office of reconstruction and humanitarian assistance, il primo ufficio civile impiantato dagli americani per amministrare il dopo Saddam, aveva fatto sapere di non essere contrario per principio all’ospedale, a patto che vi fosse l’approvazione degli iracheni. Il fatto è che quando Stephen Browning dell'Orha si era poi incontrato con Ali Abbas, l’ex direttore generale della sanità irachena si era espresso molto negativamente sugli ospedali in scatola di montaggio. Che, scrissero a Roma i nostri diplomatici nella relazionare il suo punto di vista, "mal si integrerebbero con le strutture esistenti".
La cosa però andrà avanti lo stesso. Anche perché l’ospedale da campo incassa subito ottimi risultati: il 14 maggio dell’anno scorso, a pochi giorni dall’impianto del field hospital nella capitale, il ministro Carlo Giovanardi risponde a Rifondazione comunista che, a soli 4 giorni dal suo funzionamento, oltre 300 persone hanno fatto ricorso alla sola sezione chirurgica e sottolinea che si tratta di “...pazienti inviati dall’autorità irachena”. Quanto alla scorta militare, che suscita i timori dei rifondaroli e la diffidenza della Croce rossa internazionale, Giovanardi risponde che è necessaria per problemi di sicurezza. Mette insomma subito la sordina al sospetto che comincia a farsi strada: che in qualche modo cioè, l’imparziale, autonoma, indipendente Croce rossa stia facendo un favore al governo, rendendo umanitaria e quindi digeribile la missione dei nostri soldati.
Scelli esce indenne dalle polemiche perché la difesa d’ufficio arriva sempre dal governo. A difendere l’ospedale, oltre ai ministri di Berlusconi, ci pensano quasi tutti i sottosegretari degli Esteri, tirati in ballo da diverse interrogazioni dell’opposizione. E’ con la prima crisi degli ostaggi che le cose si complicano. Com’è noto quella vicenda resta ancora oggi densa di punti oscuri. Non è chiaro come fu fatta la trattativa né esattamente attraverso quali canali. Nonostante la riservatezza richiesta per condurre il negoziato, Scelli non aveva mancato di farsi notare. E di utilizzare la Croce rossa e i suoi convogli come grimaldello e arma di pressione sulla trattativa per la liberazione dei sequestrati. Benché proprio per la sua vicinanza col governo italiano Scelli fosse il mediatore meno indicato, il commissario straordinario fece di tutto per mettersi in mostra e prendersi il merito dell’operazione.
Lo scivolone grosso però arriva con la vicenda Baldoni, ancora contornata di misteri, lacune, zone d’ombra che in parte Scelli avrebbe chiarito nel recente incontro con Enrico Deaglio, il suo primo e più implacabile accusatore quando il settimanale si era reso conto che il commissario, nel reiterare che il viaggio del suo convoglio si era fermato a Kufa, senza raggiungere Najaf, non diceva la verità. Il resto è cronaca.
Scelli sta facendo di tutto per far tornare a casa il corpo senza vita di Baldoni, l’unico risultato che ancora potrebbe valergli una medaglia. Quanto al governo, la sensazione è che stia solo cercando una motivazione onorevole per scaricarlo senza che tutta la vicenda Croce rossa, sinora biglietto da visita umanitario in Iraq, non si trasformi nell’ennesima Waterloo della campagna irachena. Prima che questo accada Scelli potrebbe forse farsi da parte, anticipando la sua estromissione da parte di Berlusconi, visto che la nomina del commissario straordinario è governativa. L’unico che ha titolo per farlo è l’uomo che su quella poltrona lo ha messo.



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