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I CHIARIMENTI DELLA CRI NON CONVINCONO DIARIO 29/8/04

Al settimanale però i dubbi non sono del tutto fugati. La valutazione di Deaglio è che il colloquio è stato “esauriente” e ha “chiarito” molto sul ruolo della Cri ma non tutti gli aspetti controversi che circondano l’agguato a Baldoni sul quale, fanno sapere in Via Melzo a Milano, “Diario continuerà ad indagare”

Emanuele Giordana

Domenica 29 Agosto 2004
Sulla morte di Enzo Baldoni “Diario della settimana”, il settimanale per il quale scriveva il giornalista ucciso in Iraq, ha avuto chiarimenti dalla Croce rossa. Ma non sufficienti a fugare tutti i dubbi. Per quattro ore ieri a Roma, si sono incontrati il commissario straordinario della Cri, Maurizio Scelli, e il direttore di Diario, Enrico Deaglio, accompagnato dal giornalista Gianni Barbacetto. ''C'e' stato un chiarimento completo su tutto'', ha dichiarato Scelli, secondo cui Deaglio si è dimostrato ''un uomo di grande onestà intellettuale''. Al settimanale però i dubbi non sono del tutto fugati. La valutazione di Deaglio è che il colloquio è stato “esauriente” e ha “chiarito” molto sul ruolo della Cri ma non tutti gli aspetti controversi che circondano l’agguato a Baldoni sul quale, fanno sapere in Via Melzo a Milano, “Diario continuerà ad indagare”. I contorni ancora oscuri della morte del giornalista sono per Scelli l’ennesimo intoppo su una carriera rapidissima e brillante ai vertici della Cri.
Fino al 2002 al vertice della Croce rossa italiana c’era Staffan De Mistura, per anni responsabile dell’Ufficio delle Nazioni Unite di Roma. Ma poi De Mistura, che aveva mantenuto la Cri nei sicuri binari che fanno capo alla federazione e al Comitato internazionale con sede a Ginevra aveva lasciato per andare in Libano, dov’è tutt’ora, a rappresentare Kofi Annan. La nomina di Maurizio Scelli a commissario di un ente benefico che ha una lunga tradizione di neutralità e umanitarismo viene sancita sulla Gazzetta ufficiale (la nomina del commissario è governativa) nell’aprile del 2003. Scelli però è già attivo da tempo. La “liberazione” dell’Irak è appena avvenuta e l’Italia vuole fare la sua parte. E Scelli ha preparato, con i finanziamenti della Farnesina, un Ospedale da campo per la capitale irachena che dovrà dare una mano a un paese devastato dai bombardamenti. L’operazione parte il 13 maggio e diventa anche una sorta di biglietto da visita di quella che per il governo è una “missione umanitaria”, avanguardia che prepara l’invio delle nostre truppe, che seguirà a breve, per aiutare la coalizione a ricostruire il paese distrutto.
Benché poi le cose siano andate diversamente e l’Irak sia precipitato nel caos, i primi mesi dell’ospedale di Scelli sono gloriosi. C’è abbastanza calma per curare e inviare i malati gravi agli ospedali italiani che si prestano con grande solidarietà ad appoggiare l’operazione umanitaria. Le polemiche però sotto traccia sono già iniziate. Il Comitato internazionale della Croce rossa a Ginevra non ha gradito che l’ospedale sia scortato dai nostri carabinieri. Ne nasce un piccolo scontro diplomatico con i nostri rappresentanti a Ginevra ma la cosa finisce lì. A Bagdad però le Organizzazioni non governative, presenti nel paese ben prima della Cri, condannano l’operazione: costosa, dicono, e inutile. E sventolano una direttiva dell’Organizzazione mondiale della sanità che mette in guardia sull’allestimento di nuovi ospedali. Meglio, dicono, far funzionare quelli esistenti e non creare costosi doppioni. La vicenda arriva sui giornali e in parlamento ma alla fine scema. C’è altro cui pensare. La guerra divampa in piccoli e grandi scontri e presto conosce la drammatica stagione dei sequestri. Scelli, che sostiene di vantare ormai un grosso credito da spendere in Iraq, si offre come mediatore nel primo caso che riguarda il rapimento di quattro italiani, uno dei quali viene ucciso. L’operazione di salvataggio, lunga e controversa, crea altre polemiche anche sul ruolo anomalo della Croce rossa. Ma alla fine Agliana e Cupertino e Stefio tornano a casa. E anche Scelli incassa un’altra vittoria personale.
La vicenda di Baldoni gli si mette però nuovamente di traverso e per oltre cinque giorni la Croce rossa si rifiuta di andar oltre una versione dei fatti che, inizialmente, aveva fatto terminare il viaggio del convoglio Cri a pochi chilometri da Bagdad. Solo l’altro ieri Scelli ha ammesso che il viaggio fu sino a Kufa e che addirittura i suoi uomini furono presenti all’agguato. Ma le zone d’ombra restano ancora tante. Suscita perplessità anche il ruolo di mediatore che Scelli continua a volersi attribuire, mischiando pericolosamente un’organizzazione neutrale per statuto con le strategie del governo italiano. E continuando probabilmente a suscitare malumore a Ginevra e tra parte dei suoi stessi sottoposti



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