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BALDONI: TUTTE LE RETICENZE DELLA CRI 28/8/04

Come andarono veramente le cose nel tragico viaggio del giornalista del Diario? Ancora non c'è una verità ufficiale

Lettera22

Sabato 28 Agosto 2004
Anche se nelle prossime ore proprio il commissario Maurizio Scelli rischia di rimanere impallinato, il vecchio adagio “Non sparate sulla Croce rossa” non è mai stato tanto rispettato quanto a Bagdad nei giorni del sequestro di Enzo Baldoni. Persino il New York Times e Liberation davano ieri per buona la prima versione dei fatti sul tragico viaggio del giornalista e del convoglio della Croce rossa a Najaf. Baldoni, riferiscono molti giornali stranieri sull’onda di quanto sempre riportato dalla maggior parte della stampa italiana, venne sequestrato sulla strada che dalla capitale portava a Najaf, dove il pirotecnico pubblicitario milanese aveva in animo di intervistare Al Sadr. Ma le cose non sarebbero andate affatto così.
Baldoni venne sequestrato sulla strada per Bagdad al ritorno da Najaf il giorno dopo la sua partenza (giovedi 19) dalla capitale e dopo una notte passata col convoglio della Cri a Kufa. Baldoni Al Sadr se l’era già dimenticato e stava pensando a raggiungere a Bagdad un mutilato iracheno da portare all’ospedale di Emercency di Suleimanya. Inoltre, e qui sta l’ennesimo giallo sulla vicenda, al momento del sequestro, avvenuto dunque venerdi mattina nel triangolo maledetto Iskandariyah, Latifiyah, Mahmudiyah, a un pugno di chilometri da Bagdad, Baldoni e il suo autista non erano da soli.
Al momento del sequestro, secondo l’ultima ricostruzione del Diario, il settimanale con cui Baldoni collaborava, il convoglio della Cri era presente o quantomeno a distanza ragionevole per sapere quanto stava accadendo. Al giornale di Via Melzo si dicono certi di una versione che apertamente contraddice quella ufficiale secondo cui il convoglio della Cri non era mai neppure arrivato a Najaf. Versione che, tra mezze ammissioni, si sta sgretolando anche se è stato necessario che la verità venisse fuori ieri nei tg di mezzogiorno attraverso le parole dei giornalisti del Diario. Nel pomeriggio Scelli spiega, come raccontano oggi i giornali. Ma è tutta la verità? Lecito dubitarne dopo una settimana di silenzio.
Sulla vicenda ci sono da giorni diverse conferme della versione fornita dal Diario, come il resoconto di Helen Williams, una giornalista britannica che documenta sul web il viaggio a Najaf e il pernottamento a Kufa, con tanto di foto in cui si riconoscono Baldoni e i volontari della Croce rossa. Nel racconto della Williams però non si parla del sequestro e non è chiaro se, al momento dell’agguato, le diverse vetture del convoglio si siano separate o se già alla partenza da Kufa, fossero partite in tempi diversi. Visto che il cronista della Rai Pino Scaccia, anche lui nel convoglio partito giovedi alla volta di Najaf, era ritornato a Bagdad il giorno stesso, gli unici a poter mettere un punto alla vicenda sono gli uomini di Scelli che si sono però trincerati dietro un riserbo incomprensibile. Ci sono dunque almeno un paio di domande legittime. Dov’era il convoglio della Cri al momento del sequestro? Quando la Croce rossa ne venne a conoscenza? Come e con quale velocità, se ne erano al corrente, si mossero per metterne a parte le nostre autorità e quelle irachene?
Secondo il commissario Scelli, che ieri ha in parte risposto ai quesiti, la Cri “ce l’ha messa tutta”, facendo l’impossibile per salvare Baldoni e non c’è motivo di dubitarlo. Come non c’è motivo di dubitare che anche Frattini abbia fatto la sua parte. Ma allora perché tutta questa nebbia attorno al percorso e ai dettagli su come andarono le cose? Ieri Scelli ha fornito una nuova versione secondo cui il viaggio ci fu e fino a Kufa e che addirittura in parte i suoi uomini assistettero al sequestro. Ma ancora dice che il convolgio non andò a Njaf. In questa ridda di detto e non detto, di conferme e smentite, aver levato il coperchio dalla pentola potrebbe costare caro a Scelli, commissario per nomina governativa, già dato per scaricato da Palazzo Chigi. Non sempre il silenzio è d’oro.



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