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MANILA, MIGLIAIA IN PIAZZA PER IL RITIRO DALL'IRAQ 16/7/04

I filippini chiedono a gran voce la liberazione dell'ostaggio rapito in Iraq e il ritorno in patria delle truppe dal paese che fu di Saddam. Tra l'imbarazzo della presidente Gloria Arroyo e l'irritazione degli Usa

Josè Meneo

Venerdi' 16 Luglio 2004
MANILA – Esultanza, abbracci e sorrisi hanno salutato nel centro di Manila l’annuncio del governo di ritirare le truppe dall’Iraq. Fra gli attivisti che da giorni promuovono con costanza manifestazioni di piazza quotidiane in favore di Angelo De la Cruz, il lavoratore filippino tenuto in ostaggio in Iraq, comincia a circolare un moderato ottimismo. Anche perché fonti diplomatiche filippine a Baghdad hanno assicurato che “De La Cruz è vivo”, e si hanno notizie di pressioni e trattative parallele a quelle istituzionali, intavolate dai leader musulmani filippini di Mindanao (la grande isola del Sud dell’arcipelago), per salvare la vita dell’ostaggio.
Tutto il paese è in trepida attesa. Tutti parlano di Angelo per le strade, e i mass media occupano gran parte del loro spazio con la vicenda. Angelo è già un eroe nazionale, che ritorni in patria o che venga giustiziato. E’ divenuto il simbolo dei lavoratori filippini che sudano sangue all’estero, lontani dalle loro famiglie, per sbarcare il lunario. E che, con le loro cospicue rimesse, tengono a galla un’economia in difficoltà.
Ironia della sorte, ora anche il governo sta mostrando una certa attenzione per la sua storia, e ha già annunciato che, comunque si risolverà il caso, darà alla sua famiglia una casa di 60 mq, un piccolo appezzamento di terreno, e un prestito garantito dal Ministero dell’Agricoltura.
Ma intanto, nonostante il quadro “promettente”, il destino di De La Cruz resta appeso a un filo. Tutti gli sforzi del governo per ottenerne il rilascio finora non hanno sortito effetto. Il gruppo delle Brigate Khalid iban al-Walid ha chiesto, in cambio della vita di De La Cruz, il ritiro dei 51 militari filippini impegnati nella coalizione in Iraq, composta da 43 soldati e 8 agenti di polizia. Inizialmente aveva dato un ultimatum di 72 ore, poi allungato fino al 20 luglio.
Dopo alcune oscillazioni, su pressione dell’opinione pubblica, la presidente Gloria Arroyo ha annunciato due giorni fa il ritiro delle truppe filippine, inviate in Iraq come sostegno simbolico all’alleato americano. Dopo questa mossa, che ha suscitato il disappunto degli Stati Uniti, dell’Australia e anche, in misura meno evidente, di Corea del Sud e Giappone, le speranza di rivedere De La Cruz vivono sono cresciute sensibilmente. Molti pensano ai pericoli che corrono gli altri 4.000 filippini impiegati attualmente in Iraq e ai milioni di lavoratori emigrati nei diversi paesi del Medio Oriente.
Era la quarta volta che De La Cruz, 54 anni, padre di otto figli, si recava in Medio Oriente per motivi di lavoro. Nell’aprile 2003 è partito alla volta del Kuwait per poter pagare la cure mediche necessarie a uno dei suoi figli, affetto dalla sindrome di Down. La sua famiglia vive in una piccola casa di bambù, in un villaggio della provincia di Pampanga, 50 km a Sud di Manila. Ogni mese Angelo inviava a casa fra i 7.500 e i 15.000 pesos (fra i 150 e i 300 euro), lavorando come autista di autotreni che trasportano merce fra il Kuwait e l’Iraq, pur sapendo di correre dei rischi.
Da sabato scorso la presidente Arroyo ha imposto un silenzio stampa sulla questione dell’ostaggio, per non compromettere i negoziati in corso e per salvaguardare la famiglia di De la Cruz, presa d’assalto dai mass media. Zenaida, moglie di Angelo, e i suoi figli sono stati infatti trasferiti in un casa all’interno dell’ex base aerea americana nella zona di Pampanga, e hanno incontrato anche la presidente Arroyo che, con un abile mossa pubblicitaria, è stata ripresa mentre li consolava.
La presidente ha inviato una piccola “forza di pace” in Iraq nel settembre 2003, sperando che le Nazioni Unite o gli Usa finanziassero la missione, fatto non verificatosi, e che ha costretto Manila a sborsare denaro pubblico per mantenere la spedizione irachena. Questo ha già fatto storcere il naso a numerose organizzazioni civili e partiti politici, che hanno contestato la scelta della Arroyo.
Il sequestro di Angelo ha fatto traboccare il vaso e generato una mobilitazione popolare. Organizzazioni non governative come Bayan, gli attivisti per i diritti umani di Karapatan, le donne dell’associazione Gabriela e numerosi altri corpi della società civile filippina hanno organizzato manifestazioni di protesta, chiedendo al governo di ritirare le truppe dall’Iraq per salvare De la Cruz.
Dopo giorni di mobilitazione, la Arroyo, appena riconfermata per sei anni alla guida del paese, dopo le presidenziali del maggio scorso, ha annunciato la volontà di ritirare il contingente militare “il più presto possibile”, richiamando da subito gli otto agenti di polizia. Anche perché la presidente ha annunciato di voler creare un governo di “unità nazionale” e aveva dunque necessità di non spaccare il paese su un caso così delicato.
Ma, secondo la le Ong, il rientro delle truppe non basta: “Il governo dovrebbe ritirare anche l’appoggio politico e morale all’amministrazione Usa per l’occupazione dell’Iraq”, ha detto Denny Beltran, portavoce di Bayan. Il governo, dice, “ha compiuto un errore madornale nel sostenere la guerra e l’occupazione irachena, che non hanno nessuna giustificazione legale e morale”.






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