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LA "BOMBA ATOMICA" IRACHENA 14/7/04

Secondo uno scienziato italiano, le bombe all'uranio impoverito scagliate sul suolo iracheno rischiano di produrre effetti devastanti sulla popolazione, paragonabili a quelli dell'atomica lanciata su Nagasaki nel 1945. E intanto i soldati continuano a morire.

Mimmo De Cillis

Mercoledi' 14 Luglio 2004
Per l'uranio impoverito si continua ad ammalarsi e morire. L'ultimo caso sarebbe quello di un elicotterista sardo che ha scoperto di avere il cancro al ritorno della missione a Nassiriya, anche se l'insorgere del tumore non si può ancora attribuire alla missione «Antica Babilonia» in Iraq. Il maresciallo Giovanni Pilloni, 36 anni, originario della provincia di Oristano, è tornato nel dicembre scorso in Italia e, scoperto il male, ha dovuto sottoporsi a cicli molto pesanti di chemioterapia. Pilloni, che prima dell'Iraq è stato anche in Somalia, Kosovo e Macedonia, ha confermato di non aver mai avuto in dotazione, nelle sue diverse missioni, mascherine o guanti per evitare il rischio di una contaminazione da uranio impoverito. Ora del suo caso si sta occupando la dottoressa Gatti del policlinico universitario di Modena, che ha già scoperto tracce di metalli pesanti nei tessuti dei militari italiani ammalatisi di tumore al ritorno dalle «missioni di pace». Il caso di Pilloni è stato un campanello di allarme che parte della comunità scientifica non ha voluto trascurare. Un recente studio del prof. Massimo Zucchetti, fisico nucleare docente al Politecnico di Torino, ha valutato la radioattività e le possibili morti conseguenti, nella spedizione bellica irachena del 2003, partendo dal dato di 1.800 tonnellate di uranio impoverito riversate sul suolo. Si tratta di una quantità devastante, circa quattro volte superiore a quella utilizzata nel 1991 (circa 500 tonnellate). Le conclusioni di Zucchetti, condivise da numerosi scienziati nucleari, affermano che la radioattività in Iraq è notevolmente più alta che in ogni altro conflitto recente. E i suoi effetti, afferma lo studioso, a livello di decine di migliaia di morti per tumore che ci si dovrà attendere nei prossimi anni, sono comparabili a quelli della bomba atomica scoppiata su Nagasaki nel 1945.

Intanto l'Osservatorio militare denuncia che sono già 27 i morti e 267 i malati per quella che è stata definita la «Sindrome dei Balcani». Soldati che hanno contratto tumori al sistema emolinfatico dopo una missione in Bosnia o Kosovo. Ieri la morte di Luca Sepe, pochi mesi fa quella del caporale maggiore Melis hanno riportato la fibrillazione nell'opinione pubblica, mentre altre famiglie di ragazzi in divisa chiedono chiarezza e giustizia: come quelle di Andrea Antonacci, Ronaldo Colombo, Luigi d'Alessio, Pasquale Cinelli, Mario Ricordi, tutti deceduti nel 2000. Cinque anni dopo la prima coraggiosa denuncia, quella della madre di Salvatore Vacca, morto di leucemia di ritorno dalla Bosnia, i parenti delle vittime e due associazioni contestano le conclusioni della commissione medica presieduta dal professor Francesco Mandelli, che escludeva una correlazione tra uranio impoverito e tumori nei soldati.

Secondo l'Osservatorio militare quella relazione è viziata da un errore di fondo che, se fatto in cattiva fede dal ministero della Difesa, sarebbe un maldestro esempio di insabbiamento. I vertici militari italiani sono accusati di aver avvertito tardivamente i nostri soldati sul reale pericolo dell'uranio impoverito. Oggi al ministero assicurano che i soldati italiani sono adeguatamente protetti e controllati al ritorno dalle missioni. Sulla spinta delle polemiche il direttore generale della Sanità militare, generale Michele Buonvito, ha annunciato l'avvio di un nuovo studio su mille militari italiani impiegati in Iraq, per stabilire se esiste una relazione tra l'esposizione all'uranio impoverito e l'insorgere di tumori. L'indagine partirà ad agosto e i primi risultati si avranno all'inizio del 2006.

L'articolo è stato pubblicato oggi sul Manifesto



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