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Salgono a 27 le vittime della cosiddetta "sindrome dei Balcani" tra i militari italiani. Ventisette come gli anni di Luca Sepe, il caporal maggiore morto ieri a Napoli, per un tumore che lo aveva colpito circa tre anni fa, di ritorno da una missione nei Balcani.

Gabriele Carchella

Mercoledi' 14 Luglio 2004
Alla carriera con le stellette aveva dedicato tutto se stesso. La sua passione Luca Sepe, caporal maggiore dell'esercito, l'ha pagata con la vita: si è spento ieri mattina a soli 27 anni nell'ospedale Cardarelli di Napoli, dove era ricoverato da alcune settimane in condizioni ormai disperate. Ma il suo non è un addio come tanti, perché il sospettato numero uno della morte di Luca si chiama uranio impoverito. Un killer che, secondi alcuni, sta mietendo vittime tra i nostri soldati senza che i vertici politici e militari si scomodino per capire cosa stia davvero succedendo. L'odissea del giovane soldato, nato a Cardito, in provincia di Napoli, comincia nel 2001, quando di ritorno da una delle sue missioni nei Balcani scopre che un linfoma di Hodgkin ha cominciato a succhiargli a poco a poco la vita. Luca, però, decide di non aspettare inerme il suo momento e investe le energie che gli rimangono per aiutare i colleghi. Quelli che come lui vanno nei Balcani, in Somalia, Iraq o Afghanistan innalzando il vessillo tricolore. Luoghi dove la morte sembra avere non tanto l'aspetto di luccicanti pallottole, ma piuttosto l'etere a consistenza di invisibili radiazioni. Su questi paesi, aerei Nato e caccia americani hanno infatti rovesciato una quantità imprecisata di ordigni all'uranio impoverito, una sostanza radioattiva in grado di impressionare una pellicola fotografica in poco più di un'ora. Luca cerca dunque di capire perché ha contratto la malattia che lo sta divorando. E se altri come lui rischiano la pelle. Decide allora di tornare nei Balcani per farsi esaminare il sangue all'Istituto oncologico di Sarajevo. Il ragazzo sembra farcela, ma è solo una tregua concessa dal tumore. Al suo fianco, fino all'ultimo, solo i familiari e pochi amici: il padre, che si accorge che la chemioterapia somministrata al figlio era sbagliata, la madre e la fidanzata Giusy. Anni di sofferenza in cui pochi si sono fatti avanti per dare una mano alla famiglia Sepe, che si ritrova a sopportare l'onere della malattia del figlio. Quando il padre è costretto a chiudere l'attività di antennista, i Sepe vanno avanti solo grazie agli aiuti di parenti e amici. Durante i tre anni di malattia, Luca ha trovato il sostegno del maresciallo del Cocer Domenico Leggiero, dell'Osservatorio per la tutela del personale civile e militare: «La sua morte è maledettamente uguale a tutte le altre morti sospette tra i nostri militari in missione all'estero. Luca è stato totalmente abbandonato dalle istituzioni e ha combattuto quasi da solo con la malattia e la sofferenza. Ha donato la vita per un'istituzione in cui credeva». E, in effetti, il caporalmaggiore Sepe doveva sentire la divisa come una seconda pelle se ha deciso, nel novembre scorso, di partecipare ai funerali per le vittime italiane di Nassiriya. «Voleva essere presente a tutti i costi - ricorda Leggiero, parlando con voce tremolante per la rabbia e l'emozione - per far capire che la divisa continuava a essere per lui un valore importante e per onorare quelli che amava definire i suoi colleghi. Ma anche quel giorno venne ignorato». Appena appresa la notizia, il sito internet dell'Osservatorio militare è stato listato a lutto, con il viso malinconico di Sepe che campeggia sullo sfondo nero. Con questa morte, ricorda l'Osservatorio, salgono a 27 le vittime dell'uranio impoverito utilizzato nelle armi in dotazione all'esercito italiano durante la guerra dei Balcani, mentre i malati sono 267. Cifre contestate dai vertici militari, per i quali è però sempre più difficile negare ogni forma di collegamento tra l'uranio impoverito e i decessi tra i militari italiani. Solo poche settimane fa, infatti, il ministero della Difesa è stato condannato a pagare oltre 500 mila euro alla famiglia di Stefano Melone, militare morto dopo una lunga malattia contratta in missioni all'estero.

Secondo Gigi Malabarba, capogruppo di Rifondazione comunista al Senato, non si possono più nutrire dubbi sugli effetti deleteri dell'uranio: «L'uso dei proiettili all'uranio impoverito sta causando una vera e propria strage tra i militari e seminando malattie tra le popolazioni residenti in prossimità dei poligoni di tiro». Non solo scenari di guerra, dunque, ma anche i poligoni sul territorio italiano dove si addestrano i nostri militari sarebbero a rischio. Ipotesi rigettata con forza dalla Difesa italiana, che smentisce l'uso dell'uranio impoverito nei poligoni. La lista delle potenziali vittime, però, non si limita al personale militare, ma comprende anche i civili che hanno la sfortuna di vivere nei luoghi colpiti dai bombardamenti o nelle vicinanze dei poligoni. Ma se è difficile tenere il conto dei casi sospetti tra le truppe, ancora più complicato è giungere a una stima dei civili colpiti. In questa oscura vicenda, neanche il mondo scientifico ha saputo accendere un po' di luce. Anzi, secondo Franco Accame, dell'Associazione familiari delle vittime delle forze armate, «la prima relazione della commissione Mandelli, incaricata dal governo di stabilire la pericolosità dell'uranio impoverito, è zeppa di gravi errori di metodo». In primis, la funzione statistica utilizzata avrebbe prodotto un grossolano «errore di calcolo». «Altro errore imperdonabile - continua Accame - è stato aver incluso nello studio anche i militari che rispettavano precise misure di sicurezza». Ma ancora oggi la prima relazione Mandelli è il documento di riferimento per il governo italiano. Con buona pace di Luca e dei suoi colleghi.

L'articolo è stato pubblicato oggi sul Manifesto



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