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DIMENTICARE MOUSSA

I CENT’ANNI DEL MUSEO EGIZIO (1)

paola caridi

Giovedi' 12 Dicembre 2002
Nulla, in cento anni, è stato stravolto. Il Museo Egizio è come lo hanno visto in questi cento anni egittologi, viaggiatori solitari, turisti di massa. Un luogo magico, dove la grande civiltà faraonica è concentrata nella teoria di sale e salette, grandi armadi e piccole teche che si susseguono sui due grandi piani del Museo come in un magazzino della memoria dell’umanità. Tutto meno un museo contemporaneo, di quelli che accompagnano il visitatore con una cura a volte eccessiva in un percorso didattico unico, senza la possibilità di perdersi e di decidere una direzione individuale. Più che un museo della fruizione, quello Egizio del Cairo è ancora un museo della conservazione. Del catalogo, dell’enumerazione. Un luogo dove si scoprono angoli nascosti ogni volta che si torna a visitarlo, nella penombra dei finestroni che danno luce al grande atrio del pianterreno. Ogni volta che si seguono le interminabili pareti piene di sarcofagi, le sale di canopi, barche, statuine, oggetti inventariati capillarmente. Sino ad arrivare, ogni volta stupiti come se fosse la prima, alla stravolgente bellezza della maschera del giovane Tutankhamon.
Impossibile, d’altro canto, catalogare nella mente quei circa 50mila oggetti esposti al pubblico, un terzo dei 160mila che, man mano sempre più velocemente, il Museo è arrivato a contenere. Impossibile anche per chi lo dirige, visto che – in occasione dei festeggiamenti del centenario – giovedì verrà aperta una mostra sui “Tesori nascosti” del palazzo di piazza Tahrir in cui, al pubblico, sono stati presentati 250 reperti rinvenuti tra i tanti contenuti nei sotterranei. Ora ristrutturati per l’occasione.
Il Museo disegnato dall’architetto francese Marcel Dourgnon, costruito peraltro dall’impresa italiana di Giuseppe Garozzo e Francesco Zaffrani, era stato pensato un secolo fa per contenere solo alcune migliaia di reperti. E sistematizzare in un posto più consono gli oggetti contenuti in un altro museo istituito poco meno di mezzo secolo prima, quello del Bulacco, nel quartiere alle spalle dell’attuale edificio. A volere la costruzione di un nuovo, importante museo, furono gli uomini che dirigevano il Service des Antiquites, l’organismo che diede la spinta propulsiva all’egittologia. Non solo i due francesi che lo diressero, Auguste Mariette e il suo successore, Gaston Maspero. Ma anche i due italiani che con loro collaborarono: Luigi Vassalli, conservatore del museo del Bulacco, e poi Alessandro Barsanti.
Ora i francesi non ci sono più, a gestire l’egittologia. Sono in tutto e per tutto gli egiziani a custodire, molto gelosamente, il proprio patrimonio. E a chiedere il rientro dei capolavori sparsi per mezzo mondo. Lo ha fatto ancora una volta ad alta voce Zahi Hawass, il segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità del Cairo, parlando della restituzione di ciò che è andato fuori dai confini egiziani dopo le spedizioni napoleoniche.
È vero che le centinaia di migliaia di reperti conservati in terra d’Egitto sono solo una parte della storia della grande civiltà faraonica. Spezzettata nelle sale dei musei di mezzo mondo, a New York come a Torino, a causa del lavoro sistematico delle missioni archeologiche fatto in almeno due secoli di campagne di scavo. Sotto ogni bandiera nazionale.
Ma la questione potrebbe prendere, ora, nuova linfa dopo la dichiarazione sottoscritta da alcuni dei più grandi musei del mondo contro la restituzione dei capolavori ai paesi da cui provengono. Colossi del calibro del Solomon Guggenheim e del Metropolitan di New York, assieme al Louvre, agli Staatsmuseum di Berlino, al Prado di Madrid e al Rijksmuseum di Amsterdam si sono definiti come “musei universali” che consentono all’intera umanità di ammirare patrimoni artistici altrimenti difficili da raggiungere. Si attendono, a questo punto, reazioni e polemiche.



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