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IL VIAGGIO ITALIANO DI RIVETTE 31/5/04

Una retrospettiva con tutti i suoi film curata da Goffredo De Pascale. A Roma e Napoli. Inedito compreso

Attilio Scarpellini

Lunedi' 31 Maggio 2004

Jacques Rivette è un grande regista come Mallarmé era un grande poeta: l’influenza artistica di entrambi, va molto al di là dei rispettivi risultati sul mercato e, proprio come il poeta di Herodiade, anche il cineasta de La bella scontrosa non ha mai pensato di cambiare registro per compiacere il mutevole gusto dell’epoca. E così l’ironia della sorte ha voluto che, negli stessi giorni in cui sul megaschermo globale impazzano i ferri scintillanti di Troy e le onde anomale di Emmerich, questo regista che sposa la purezza alla frugalità si ritrovasse celebrato in blocco con una retrospettiva integrale della sua opera che si muove tra Roma (Sala Trevi) e Napoli (Istituto Grenoble). Organizzato dall’associazione culturale Deep e ideato dal critico Goffredo De Pascale, che al cinema di Rivette ha da poco dedicato una monografia, Viaggio in Italia di un metteur en scéne aprirà i battenti domani con un incontro all’Ambasciata francese presieduta con Maria Schneider (nella foto in un'immagine dell'epoca in cui ha girato con Rivette). E tra dibattiti e proiezioni (23 film in versione originale) proseguirà per venti giorni, ricapitolando un’opera che, più che a una normale filmografia, assomiglia a un lungo romanzo filmato pieno di intrecci e di rimandi sotterranei, di digressioni e di ritorni, una balzacchiana Commedia Umana trasposta sullo schermo. Questo “viaggio in Italia”, a dire il vero, è forse il primo per Jacques Rivette e non solo perché l’appartato maestro della Nouvelle Vague si sposta malvolentieri da Parigi. Ma perché i suoi film che spesso arrivano nelle sale in versione ridotta – accadde con La bella scontrosa, e di nuovo con Chi lo sa? il film con Sergio Castellitto uscito due anni fa – sono assai meno noti al pubblico italiano di quelli dei vari Truffaut, Rohmer, Chabrol, Godard, suoi compagni nell’avventura che, tra gli anni 50 e gli anni ’70, rivoluzionò il cinema francese e quello europeo, attirando l’attenzione persino della cinematografia indipendente americana. Il motivo? Rivette, che non ha mai aspirato come il suo grande amico Truffaut a un cinema popolare e che non ha mai conosciuto le folgoranti conversioni politiche di Jean-Luc Godard, è rimasto il cineasta più fedele alla poetica nata sulle pagine dei Cahiers du cinéma. Sbarcato nel dopoguerra da Rouen nella Parigi della Cinémathéque di Henry Langlois, anche lui come gli altri copains ha cominciato il suo percorso artistico non sul set, ma sulla carta, temprandolo nella critica esigente e intransigente dei Cahiers. Anche lui, prima di fare il suo cinema, lo ha studiato, anzi lo ha sognato, nella controluce del cinema degli altri, di quello che amava come di quello che detestava. Sono gli anni ’50, l’epoca in cui si vede cinque volte di seguito l’Otello di Welles, si cita Corneille per esaltare il genio di Howard Hawks e si spara a zero contro il “cinema di papà” dei Charles Spaak e dei Julien Duvivier. Nei dibattiti tra cinéphiles, il giovane Rivette si crea fama di ideologo insidioso: lo chiamano Padre Joséph, l’eminenza grigia. Il suo esordio, Le coup du berger, apologo sobrio ed amaro sulla vita coniugale borghese, è girato in ascetiche condizioni produttive nel 1956. Ma prima c’è stata una Lettera su Rossellini che è un manifesto di quello che sarà (e rimarrà) il suo cinema, a partire da Viaggio in Italia. Per Rivette la “macchina- miracolo che consente di catturare ciò che accade una sola volta” è lo strumento di una nuova incarnazione del mondo, l’apice e il compendio di tutte le arti. L’apprendista regista, insomma, prende alla lettera la lezione di André Bazin, il padre teorico del nuovo cinema francese: il cinematografo rivaleggia con le arti classiche, anzi le supera. Intrisi di letteratura e spesso ispirati ad opere letterarie – a Balzac, soprattutto, ma anche a Péguy o, come Susanna Simonin, la religiosa che scandalizzò la Francia gollista e bacchettona, a Diderot – i suoi film sperimenteranno una continua fusione tra i generi e le forme. Dal teatro, Rivette eredita una scrittura, la mise en scéne - il suo emblema stilistico - e a più riprese trasferisce sul set intere sequenze di opere drammatiche: in L’amour fou si mette in scena Racine, nel più recente Chi lo sa? la compagnia guidata da Sergio Castellitto è alle prese con un allestimento di Come tu mi vuoi di Pirandello. Ma anche la musica e la pittura sono ugualmente presenti nella sua opera. E non come citazioni o pretesti narrativi: in La bella scontrosa, il film tratto dal Capolavoro sconosciuto di Balzac, il corpo di Emmanuelle Béart è sottoposto a una lunga, straziante posa in tempo reale, e la mano che la ritrae è stata prestata a Michel Piccoli da Bernard Dufour, un vero pittore. In tutto ciò, Rivette non ha mai fatto un film sul cinema, lo ritiene “incestuoso”: l’occhio guarda ma non si guarda, la “macchina-miracolo” è destinata a captare il segreto del reale e a rendere anche l’invisibile animosamente visivo. Autore di un voluminoso Giovanna D’Arco (cinque ore di film diviso in due parti) di cui è protagonista Sandrine Bonnaire, Rivette coltiva un rapporto cinematografico persino con il sovrannaturale. Messa a confronto con le pulzelle di Dreyer, di Rossellini o di Bresson, la sua Giovanna è di gran lunga la più umana, la più quotidiana, la meno invasata. Quando il suo sguardo indulge sul miracolo, come nella Storia di Marie e Julien, il suo ultimo film che verrà presentato in anteprima alla retrospettiva Viaggio in Italia, lo fa attraverso la nitida presenza dei corpi. Il cinema, per questo regista ateo che non esita a dichiarare il suo debito nei confronti della sensibilità cristiana, è l’arte dell’incarnazione per antonomasia Non sorprende che a parlare dell’etica della grazia nella sua Religiosa, assieme al critico Adriano Aprà, scenda in campo anche Virgilio Fantuzzi, un padre gesuita. Né che il Fuori orario di Enrico Ghezzi, in contemporanea con la retrospettiva, gli dedichi una delle sue classiche nottate il 14 giugno. Ancora meno che a celebrare attraverso di lui lo scacco matto della Nouvelle Vague siano due suoi vecchi amici e collaboratori come Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, anch’essi cineasti di leggendaria purezza. Rivette è un maestro. Ma soprattutto, in un’epoca in cui per fare è obbligatorio rinunciare a sognare, è uno dei pochi che è riuscito a fare il suo cinema senza smettere di sognarlo.



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