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A TUNISI, IN CERCA DI UNITA'. IN SHA'ALLAH 21/05/04

Si apre sabato a Tunisi il summit della Lega Araba saltato a marzo.

Irene Panozzo

Venerdi' 21 Maggio 2004
In sha’Allah il vertice dei capi di stato dei 22 paesi che formano la Lega Araba, cancellato all’ultimo minuto a fine marzo, si farà. A poche ore dall’apertura del summit, prevista sabato mattina a Tunisi, non c’è ancora la certezza assoluta che alla fine, con due mesi di ritardo sulla data iniziale, i lavori inizieranno davvero. Ed è ancora più difficile dire se porteranno a un risultato positivo. Al di là delle ottimistiche dichiarazioni ufficiali dei principali protagonisti, arrivate comunque solo a ridosso dell’incontro, le possibilità che il vertice abbia reale successo sono poche. O quantomeno questo quello che temono tutti: politici, osservatori e giornalisti.
I punti in agenda sono gli stessi di marzo, e non si tratta di temi di poco conto: la situazione in Palestina, la guerra in Iraq, la democratizzazione della regione e la riforma della Lega Araba. Una volta saltato l’appuntamento di marzo, gli stati arabi si son trovati ad appianare le divergenze e a dover organizzare il vertice al più tardi entro fine maggio, per cercare una via d’uscita dall’empasse e una voce comune su temi così determinanti per il futuro della regione prima del G8 di giugno.
Ma di fatto gli scogli che hanno causato l’affrettata e poco elegante decisione della Tunisia di rimandare il summit sono ancora tutti lì, pronti a intralciare il passo. Anzi, se possibile, la prospettiva sembra ancora più nebulosa di quanto non fosse due mesi fa. Da allora, la situazione in Iraq, come anche quella nei territori palestinesi, in particolare nella striscia di Gaza, si è ulteriormente deteriorata, senza che questo peggioramento sia stato bilanciato da un chiarimento nelle intenzioni e nelle posizioni dei diversi stati membri della Lega Araba.
Questo almeno quello che si può capire dall’esterno. Perché in realtà il gran lavorio diplomatico necessario a ricucire lo strappo di marzo e a trovare una base comune da cui prendere le mosse, se non un vero e proprio accordo, è stato coperto dal silenzio. La tre-giorni diplomatica, che ha riunito i ministri degli esteri dei paesi della Lega al Cairo due settimane fa per definire il programma del summit e preparare le bozze di intesa su cui lavorare poi a Tunisi, si è svolto a porte chiuse. Nel frattempo, le notizie che riguardavano l’organizzazione del vertice, a partire anche solo dalla data e dalla sede, sono scomparse dalle pagine dei giornali, per farvi ritorno negli ultimi giorni, con molti “forse” e molti “però” e solo nelle pagine interne.
Lo scetticismo si respira. E se su Iraq e Palestina c’è quantomeno la comune condanna contro Stati Uniti e Israele – ma anche in questo caso, al di là della propaganda ad uso e consumo interno, i singoli paesi hanno poi risposte diverse, quando non divergenti – sull’altro principale argomento in agenda, ovvero la ricerca di una via araba alle riforme e alla democratizzazione della regione richieste dagli Usa, con ogni probabilità non si andrà al di là di qualche dichiarazione di principio su good governance e lotta al terrorismo.
A limitare ulteriormente le possibilità di successo dell’appuntamento di Tunisi potrebbero contribuire anche le defezioni, sia quelle previste che quelle inattese e importanti. Una tra tutte getta una chiara luce sulle tensioni presenti tra i vari paesi e sulle scarse speranze che gli stessi governi arabi ripongono nel vertice. L’Arabia Saudita, che nei mesi scorsi aveva lavorato assieme all’Egitto ad un piano di riforme per il mondo arabo che venisse dall’interno, in contrapposizione alla “Greater Middle East Initiative” proposta dall’amministrazione Bush, ha annunciato che invierà a Tunisi solo una delegazione ministeriale, mentre il principe reggente Abdallah non si presenterà.
L’impressione è quindi che, di nuovo, anche in un momento così difficile e delicato per il mondo arabo – o forse proprio per questo –, gli stati della regione continuino a essere incapaci di trovare una voce unica. E, nel caso di Arabia Saudita, Egitto e Giordania, a sentirsi schiacciati tra il bastone e la carota americani, costretti, per ragioni di equilibrio tra politica interna e alleanze internazionali, a dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Ma difficilmente questo potrà bastare.



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