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KOSOVO, LA TRATTA DELLE SCHIAVE 7/5/2004

Migliaia di donne dell'est comprate e costrette a prostituirsi. Amnesty denuncia il coinvolgimento impunito dei militari Ue

Lucia Sgueglia

Venerdi' 7 Maggio 2004
Un vero e proprio «centro di smistamento» per il traffico delle donne provenienti dall'Est e destinate alla prostituzione nella Ue. Ma anche un luogo di sfruttamento sessuale diretto delle vittime della tratta. Con pesanti responsabilità del personale Onu e Kfor. Questo sarebbe diventato oggi il Kosovo post `99 - recentemente colpito da nuova violenza etnica - secondo un rapporto diffuso ieri da Amnesty International dal titolo «So does that mean I have rights?». Dal 1999 ad oggi, quello che era un piccolo affare locale si è trasformato in una vera e propria industria su vasta scala, gestita dalle gang criminalli locali, spesso in collaborazione con le forze di polizia, e favorita dal precario status istituzionale e legislativo della regione, che alimenta traffici di ogni tipo. Ma i primi responsabili di questa escalation sarebbero proprio le migliaia di operatori internazionali e peacekeepers presenti in Kosovo, che hanno contribuito in questi anni a foraggiare ampiamente alcuni settori dell'economia a scapito di altri. E, nel caso della prostituzione, a farli prosperare.

Immediatamente dopo l'arrivo delle truppe Nato-Kfor (erano 49.000 nel 1999), nuclei di prostituzione si svilupparono intorno alle basi militari, che costituivano la maggioranza della clientela. Le donne erano spesso reclutate nell'Europa dell'Est con l'inganno o la promessa di un lavoro, poi vendute a diversi padroni per somme dai 50 ai 3500 euro, infine private del passaporto prima di arrivare a destinazione e dunque ridotte in schiavitù. Una volta arrivate in Kosovo, queste venivano sottoposte a ogni tipo di maltrattamento, fino alle vere e proprie violenze o torture. Impossibile per queste donne ‘senza identità’ ribellarsi ai propri aguzzini, impossibile ancor oggi persino appellarsi alle forze di polizia, che spesso finiscono per avallare gli abusi con la scusa dell’illegalità delle “trafficate”. Le quali, se arrestate, subiscono un trattamento al di sotto di qualsiasi standard di diritti.

All'epoca furono identificati diciotto bordelli destinati esplicitamente ai militari Nato, in tutti e quattro i settori in cui era allora suddivisa la regione. Coinvolti gli statunitensi di Gnjilane/Gjilan (dove si trova Camp Bondsteel); i tedeschi di stanza a Prizren; gli italiani di Pejë/Pec; e i francesi di Mitrovica, che avrebbero gestito direttamente alcuni bordelli. Ai militari si aggiunse poi il personale Unmik e quello delle 250 Ong presenti allora in Kosovo.

Inizialmente, la comunità internazionale costituiva l'80% della clientela dei trafficanti sessuali: oggi la percentuale è scesa al 20-30%, facendo largo sempre più agli utenti locali. In molti casi membri di Kfor e di Unmik erano direttamente coinvolti nella tratta, come avvertì l'Osce a soli tre mesi dalla fine dei bombardamenti.

Già nel novembre 2000 una massiccia operazione di polizia aveva indotto alla chiusura una rete di bordelli nella zona di Kosovo Polje, gestita in collaborazione da serbi e albanesi. Nel 2001 fu stilata persino una lista dei locali off limits per il personale internazionale, ma nel luglio 2003 si contarono circa 200 locali di vario tipo - frequentati quasi esclusivamente da personale straniero - dove si esercitava il mercato del sesso: bar, ristoranti, club come il Miami Beach di Pristina, dove le ballerine venivano costrette a prostituirsi sotto pesanti minacce e violenze.

Oggi nella piccola provincia serba del Kosovo arrivano migliaia di donne straniere (provenienti in maggioranza di Moldavia, Romania, Bulgaria e Ucraina), perlopiù condotte qui attraverso Serbia o Macedonia, per poi essere istradate verso Olanda, Inghilterra, Italia, via Albania o Bosnia. E purtroppo alle donne dell'Est si sono aggiunte in tempi più recenti giovanissimi adolescenti kosovare sfruttate dal mercato interno della prostituzione, e protagoniste di abusi d'ogni tipo. Vittime di una società fortemente maschilista, che condanna le vittime della prostituzione alla vergogna e a divenire delle ‘intoccabili’ una volta uscite dall’incubo.

Ora il rapporto di Amnesty mette alla sbarra direttamente il personale Onu e i militari della Kfor, chiedendo un immediato intervento dell'Unione Europea. Sia il personale Unmik che quello della Kfor però, è protetto dall'immunità totale accordatagli dalla risoluzione Onu 1244/99, e non può essere perseguito salvo diretta indicazione del Segretario generale dell'Onu o dei rispettivi comandanti nazionali della Nato. Per quanto se ne sa, fino ad oggi quasi nessuno è stato perseguito per crimini connessi alla prostituzione commessi in Kosovo, fatta eccezione per una decina di poliziotti sollevati poi dal proprio incarico e rimpatriati. Secondo Unmik, le uniche azioni legali fino ad oggi intraprese a riguardo contro propri membri risalgono al periodo compreso tra gennaio 2002 e luglio 2003, quando furono messi sotto accusa “fra 22 e 27 soldati della K-for”. Ma non è noto quale sia stato il giudizio finale a loro carico.

Cosa si può fare, nella situazione di forte instabilità normativa vissuta ancor oggi dal Kosovo? Nel 2000 l'Unmik, preoccupato per la rapida escalation del fenomeno, ha formato una speciale unità (TPIU) per combattere il traffico e la prostituzione. Nel 2001 è arrivata finalmente anche una prima regolamentazione che dichiarava punibili i responsabili della tratta, e che prevedeva per la prima volta anche la protezione e l'assistenza delle vittime del traffico. Ma finora è rimasta inattiva.




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