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Domani alle urne 43 milioni di Filippine. Favorita l'Arroyo

Emanuele Giordana

Domenica 9 Maggio 2004
Opinionisti, sondaggi, boatos di colpi di mano si sono inseguiti fino all’ultimo minuto nella campagna elettorale appena conclusa nelle Filippine, dove oggi 43 milioni di aventi diritto sceglieranno il loro futuro presidente. Nell’arcipelago delle 7mila isole, si eleggeranno anche 12 senatori e 200 deputati, oltre a 48mila amministratori della funzione pubblica locale. Trecentomila i seggi e 400mila i candidati, anche se tutti gli occhi sono puntati su due personaggi: l’attuale presidente, Gloria Macapagal Arroyo, della solida aristocrazia locale formata da un pugno di famiglie, e Fernando Poe, un attore che, dopo le molte parti cinematografiche, ha optato per un ruolo istituzionale.
Per l’Arroyo, salita al potere sulla scia di un forte movimento di piazza e con i buoni auspici della Chiesa oltre che dell’oligarchia economica locale, i tre anni di presidenza sono stati difficili. Anche se la signora di Malacaňang, studi negli Stati Uniti e un inglese fluente, ha saputo gestirli con piglio deciso, sopravvivendo a un mini golpe militare, alla guerra in Iraq (dove ha inviato un contingente), e all’insurrezione armata nel Sud del paese. Pur se il processo di pace si è arenato e i separatisti hanno annunciato l’astensione dal voto.
Poe è invece un uomo dell’ultimo momento. Si è candidato in dicembre contando soprattutto su due cose: sulla sua fama come attore di pellicole di genere, dove inequivocabilmente faceva l’eroe dalla parte del popolino. E sull’amicizia dell’ex presidente Joseph Estrada, eliminato a furor di popolo ma rimasto nel cuore di molti outsider, compresa la potente lobby di origine cinese con la quale l’ex attore prestato al palazzo, che preferiva il tagalog all’inglese, si trovava a suo agio. Ma non è bastato.
Benché all’inizio Poe sembrasse davvero una sfida pericolosa, la tendenza finale par favorire l’Arroyo. Anche se tutto è possibile in un voto che, come sempre più spesso accade, sarà deciso dagli indecisi: il 30%, secondo l’informata testata asiatica AsiaTimes. Proprio AsiaTimes ha fatto della campagna di Poe un’analisi impietosa: l’uomo capace di reggere ore e ore di riprese cinematografiche, si è reso antipatico alla stampa e ai suoi beniamini per le reazioni stizzite davanti ai cameraman e per aver rifiutato lo scontro pubblico con gli avversari. E benché lo slogan di Poe fosse “Il mio partito è il popolo”, è proprio verso il popolo che Fernando non ha saputo correre. Una mancanza di capacità organizzativa che ha fatto perdere alla sua coalizione il vantaggio ottenuto con l’effetto sorpresa, coi sondaggi iniziali che lo davano favorito e con lo smarrimento iniziale creato negli avversari.
E’ stata invece la macchina da guerra del partito dell’Arroyo la carta vincente della presidente che, dopo una “melina” di “mi candido, non mi candido”, alla fine è entrata nel gioco elettorale utilizzando tutta la potenza della sua struttura: un numero enorme di candidati, presenza capillare nei 40mila barangay (villaggi) del paese e una raccolta fondi che ha saputo toccare i tasti giusti. Inoltre, contrariamente a Poe, l’Arroyo ha puntato sul programma, riempiendolo di contenuti. Poe invece, il programma non ce l’ha o, se ce l’ha, non è stato in grado di comunicarlo.
Gloria Arroyo ha puntato sui risultati (pochi) ottenuti in economia, promettendo che le riforme appena iniziate sarebbero andate avanti. Poco importa se ci sono 16 miliardi di dollari di debito estero, se la promessa di rinascita economica è rimasta in gran parte sulla carta, se la moneta è sotto tiro. Meglio investire su qualcuno che, almeno, sa parlare in tv, si è laureata negli Stati Uniti e si circonda di uno staff che appare all’altezza del compito.
La campagna elettorale è stata turbata dalla morte di una settantina di persone nelle sole fila dei candidati e relativi collaboratori, e gli schieramenti sono rimasti in forse, tra defezioni e passaggi da una parte all’altra, fino all’ultimo. Ma adesso Gloria sa ad esempio di poter contare sulle due potenti sette di El Shaddai e dell’Iglesia ni Cristo, che controllano milioni di voti. Che si aggiungono a quelli garantiti dalla potente Chiesa cattolica che, qualche giorno fa, ha chiamato i suoi sacerdoti a difendere i seggi da possibili abusi e colpi di mano.






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