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Insoddisfatta del processo di pace, la minoranza musulmana dell'isola di Mindanao sposa il candidato di opposizione Fernando Poe

Martedi' 4 Maggio 2004
Con una fatwa contro la presidente Gloria Arroyo i leader islamici del Sud delle Filippine hanno sputato il rospo. Invitando i fedeli musulmani che vivono sull’isola di Mindanao (una orgogliosa minoranza di 5 milioni di persone, il 6% degli 81 milioni di filippini) a non votarla, nelle imminenti presidenziali del 10 maggio. Il Consiglio Supremo degli Ulama dei Bangsamoro (la comunità dei musulmani filippini) è uscito allo scoperto deplorando la politica della Arroyo ed esprimendo pubblicamente il suo sostegno al candidato di opposizione, il celebre attore Fernando Poe jr, outsider nella corsa a Malacañang, ma uomo che, grazie all’immensa popolarità e a qualche felice intuizione strategica nella campagna elettorale, è in netto vantaggio nei sondaggi e rischia di diventare il prossimo capo di stato.
Per Gloria Macapagal Arroyo, figlia d’arte (anche suo padre è stato presidente della Repubblica), studi economici in Inghilterra, salita al soglio presidenziale tre ani fa, dopo la rivoluzione non violenta denominata Edsa II, che destituì l’ex presidente Joseph Estrada (anch’egli un attore, molto amico di Poe), le cose si mettono male. La sua politica strettamente filoamericana ha creato malumori (Manila ha ospitato marine Usa con funzioni di addestramento nella lotta alla guerriglia, e mandato un contingente in Iraq) e la scelta del “pugno di ferro” verso i movimenti musulmani autonomisti del Sud ha finito per coinvolgere inevitabilmente la popolazione civile (vedasi gli sfollati nella regione di Cotabato), che oggi prende le distanze dalla presidente, come hanno fatto i sindaci di alcune città di Mindanao.
I musulmani dell’isola hanno diffuso un manifesto ufficiale, firmato anche dalla influente Associazione dei Mufti che indica Poe come “personaggio capace di portare rinnovamento sociale, sviluppo e unità” a Mindanao. D’altronde Poe, il candidato che sin dall’inizio è parso in grado di contrastare la Arroyo nella corsa presidenziale, se non altro sull’onda della celebrità e grazie all’appoggio di alcune lobby economiche, si è incuneato abilmente in una falla lasciata aperta dalla gestione politica della sua avversaria: si è presentato come il difensore della popolazione ridotta alla fame, sbattuta fra insicurezza e povertà. “Il problema della pace a Mindanao – ha detto Poe nel suo tour meridionale – è radicato nella povertà. Con la guerra totale dichiarata dal governo, i poveri sono diventati sempre più poveri”.
L’amministrazione Arroyo aveva siglato una tregua con i ribelli del Sud sin dal luglio 2003, quando è scomparso Hashim Salamat, capo storico della guerriglia musulmana del Moro Islamic Liberation front, sostituito da Ebrahim Murad, un militare con un approccio più moderato. Il cessate il fuoco avrebbe dovuto essere il primo passo per l’inizio di negoziati in vista di un accordo di pace, ma i mesi sono passati invano e solo nella primavere 2004, a ridosso delle elezioni, la commissione preposta ha avviato primi colloqui esplorativi, interrotti, con l’inizio della campagna elettorale. Un punto debole che Poe ha subito sfruttato, ergendosi a paladino dei diritti della popolazione di Mindanaao, segnata da terrorismo e violenza.
E che il vento in quel di Manila potrebbe cominciare a spirare in altre direzioni, lo si capisce anche dalle crepe formatesi all’interno della Chiesa cattolica, tradizionale sostenitrice della Arroyo. La presidente ricevette la sua investitura ufficiale dal Cardinale di Manila Jaime Sin, uomo che per trent’anni ha dominato e influenzato potentemente la scena politica a Manila. I suoi radio messaggi furono importanti nell’invitare il popolo a rovesciare la dittatura di Fernando Marcos (nel 1986), quanto a dimissionare il corrotto Estrada, proprio a favore della Arroyo, nel 2001.
Adesso però, negli ambienti cattolici si respira un certo malcontento, soprattutto per l’alto tasso di corruzione che eroderebbe una fetta del Pil incredibilmente alta: pari, secondo alcune stime, addirittura al 40%. Proprio sulla lotta alla corruzione, una delle accuse più cocenti verso l’amministrazione Arroyo, i vescovi hanno puntato il loro messaggio elettorale, una mossa che gli osservatori hanno interpretato come aperta critica verso la sua gestione. E se la Chiesa cattolica non offre indicazioni di voto e si limita fornire criteri (“valutate competenza, coscienza, onestà, programma di governo”) si attende ora il pronunciamento imminente della potente lobby religiosa Iglesia ni Kristo, una setta fortemente nazionalista di oltre 600mila aderenti che nei momenti elettorali votano compatti, seguendo le indicazioni nominali del loro leader. Se, come sembra, la Arroyo venisse scaricata anche da loro, le speranze di essere eletta calerebbero ancora. Proprio per questo ha lanciato in extremis due messaggi alla nazione: l’annuncio di voler formare un “governo di unità nazionale” che rilanci l’economia attraverso un piano di reindustrializzazione. Che passa per la costruzione di una ferrovia nell’isola di Mindanao, fortemente in debito di sviluppo e infrastrutture. Ma potrebbe non bastare a riguadagnare il consenso perduto.



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