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International IDEA lancia l'allarme sui rischi di degrado che minacciano molte democrazie, comprese quelle europee e nord-americane

Gianna Pontecorboli

Sabato 7 Dicembre 2019
L'Ungheria, la Polonia, la Serbia, la Romania. I paesi europei in cui la democrazia e' in serio pericolo sono ovviamente numerosi. Ma ve ne sono anche altri in cui i parametri che garantiscono il sistema mostrano chiari segnali di degrado, e tra questi vi sono l'Italia, il Portogallo, la Slovacchia e perfino l'Irlanda.
Nei giorni scorsi International IDEA, l'organizzazione intergovernativa dedicata alla promozione della democrazia e all'assistenza elettorale , ha presentato all'Onu il suo ultimo rapporto.
Intitolato ''The Global State od Democrazy 2019'' , lo studio traccia un panorama preoccupante. Negli ultimi quarant'anni, ha stabilito, il numero dei paesi che si definiscono democratici e' cresciuto nei cinque continenti. Tutta una serie di fattori, pero', stanno progressivamente indebolendo proprio quei sistemi che parevano piu' solidi, come quelli europei e il Nord America e minando dalle fondamenta quei principi che garantiscono ai cittadini il rispetto dei valori democratici.
Ne abbiamo parlato con Massimo Tommasoli, rappresentante permanente di International Idea all'Onu.
D) Quali sono i Paesi più a rischio, con particolare attenzione all'Europa ?
R)La metodologia di IDEA attribuisce per ogni paese un punteggio da 0 a 1 a cinque attributi che, nel loro insieme, definiscono le qualità della democrazia: governo rappresentativo; diritti fondamentali; pesi e contrappesi sul governo; amministrazione imparziale; e impegno partecipativo. In base a tale analisi, su 158 paesi del mondo compresi nello studio appena pubblicato, 97 sono democratici, 32 non sono democratici e 28 sono regimi ibridi.
Negli corso degli ultimi quindici anni la qualità della democrazia e' in generale declinata. Da un lato, si osserva un'erosione delle istituzioni democratiche, in forma più pronunciata in paesi come l'Ungheria, la Polonia, la Romania, la Serbia, la Turchia e in forma più blanda ma comunque significativa in paesi come l'India, le Filippine e l'Ucraina. In altri paesi ancora la situazione si e' talmente deteriorata che si può parlare, più che erosione, di una vera e propria caduta in forme di recessione, come nel caso del Nicaragua, del Pakistan o del Venezuela. Fa certamente riflettere che alcuni dei casi di erosione democratica si registrino in un continente, quale quello europeo, con un'alta percentuale di democrazie. L'Europa, infatti, ha il più grande numero di democrazie al mondo con ben 39 paesi democratici, pari al 40% del totale. Se consideriamo i dati relativi solo a questa regione, il 93% dei paesi europei sono democrazie. Sono inoltre europei la maggior parte dei paesi che hanno effettuato una transizione alla democrazia negli ultimi quarant'anni, cioè i paesi della cosiddetta terza ondata di democratizzazione iniziata con la rivoluzione dei garofani in Portogallo nel 1974. Dal 1975, infatti, un totale di 28 paesi europei hanno affrontato con successo un processo di transizione democratica, di cui 12 a seguito del collasso del blocco sovietico con la fine della guerra fredda. Eppure, nonostante l'alta concentrazione di democrazie, la regione europea mostra un declino nella qualità delle sue istituzioni democratiche, soprattutto per quanto riguarda due aspetti: il sistema di pesi e contrappesi, che comprende variabili come l'efficacia dei parlamenti, l'indipendenza della magistratura e l'integrità dei media; e la riduzione degli spazi per l'azione della società civile, spesso dovuta all'adozione di leggi restrittive.
Elementi di crisi di alcuni aspetti della vita democratica, inoltre, sono visibili anche in paesi democratici per uno o più degli attributi analizzati, come dimostrano la tendenza alla polarizzazione del dibattito politico in democrazie consolidate con la crescita di movimenti e partiti populisti, estremisti e anti-sistema caratterizzati da tratti di xenofobia, intolleranza e in alcuni casi aperto razzismo, i quali mettono talvolta in discussione diritti costituzionalmente garantiti.
D) Cosa ha portato a questo slittamento fuori dalle regole democratiche?
R)L'ondata dei populismi che l'Europa sta sperimentando trae origine da differenti fattori correlati tra di loro. Uno dei principali, che caratterizza soprattutto l'Europa occidentale, consiste nella crisi del sistema dei partiti politici e più in generale delle cosiddette istituzioni intermedie, come i sindacati e altre forme di associazionismo e partecipazione civica, che hanno svolto nel XX secolo una funzione essenziale nell'articolare istanze popolari sostenute dai cittadini in agende politiche condivise. In Europa centrale e orientale si rileva in particolare il fenomeno di partiti che, una volta al potere, mostrano tendenze autocratiche.
La globalizzazione economica e culturale ha trasformato la struttura sociale e la cultura politica di molti paesi europei. Tra i fattori che nutrono il variegato apparato dei populismi estremisti, si possono includere la caduta della fiducia nei partiti politici tradizionali e una crisi delle istituzioni della democrazia rappresentativa, oltre alla frammentazione e polarizzazione della sfera pubblica, ulteriormente acutizzate dal' emergere di nuove tecnologie di comunicazione e dai social media. I fattori socio-economici che sono cavalcati dai nuovi populismi sono la trasformazione del mercato del lavoro, che mette in crisi i fondamenti sui quali si e' sviluppato lo stato sociale nel secolo scorso, un aumento delle disuguaglianze e delle disparita' sociali che ha il benessere raggiunto nella seconda meta' del Novecento soprattutto dai ceti medi; e un divario sempre più in aumento tra le aspettative dei cittadini e la capacita' dei sistemi democratici di assicurare sviluppo in un quadro di stagnazione e in alcuni casi di recessione economica. A ciò si aggiunge il successo di politiche identitarie e di sicurezza, caratterizzate da accenti xenofobi, in seguito alle difficolta' mostrate dalle democrazie europee nel gestire in maniera equilibrata ed efficacia, nel rispetto dei diritti umani, le crisi determinate dai flussi migratori provocati dalle crisi economiche nel continente africano e  dai flussi di rifugiati provocati dai sanguinosi conflitti in atto nelle regioni dell'Africa settentrionale e del medio oriente.
D) Cosa si sta facendo, a livello di UE, ONU e altre organizzazioni per denunciare queste situazione ed eventualmente porvi rimedio?
R)Le organizzazioni intergovernative, come quelle comprese nel sistema delle Nazioni Unite, o transnazionali, come l'Unione Europea, stanno mostrando una crescente difficolta' ad affrontare efficacemente il problema dell'erosione democratica, anche a causa della crisi del multilateralismo nel quale si dibatte la comunità internazionale. Le Nazioni Unite hanno sempre avuto problemi a trattare esplicitamente il tema della democratizzazione perché alcuni paesi membri dell'ONU, inclusi la Russia e la Cina, sono regimi autoritari i quali ritengono che l'assistenza multilaterale rivolta al rafforzamento delle istituzioni democratiche non rappresenterebbe altro che una forma di ingerenza negli affari interni di paesi sovrani. Le retoriche sovraniste che stanno emergendo, e in alcuni prevalendo, in alcune democrazie occidentali rischiano inoltre di indebolire il limitato impegno dell'ONU in alcuni campi dell'assistenza alla democrazia, come il sostegno ai processi elettorali o il rafforzamento delle istituzioni della società civile in paesi in transizione.
Con la stessa difficolta' si confrontano istituzioni regionali come l'Organizzazione degli Stati Americani che, a fronte di fenomeni di recessione democratica come quelli rilevati in Venezuela, non e' stata in grado di incidere nonostante essa potesse contare su uno quadro normativo importante come la Carta Democratica Inter-Americana approvata nel 2001. In effetti, tale Carta si focalizza sulla rottura dell'ordine democratico a seguito di un colpo di stato, ovvero del fenomeno che ha distinto la regione latino-americana negli anni sessanta e settanta, mentre le modalità post-moderne di sovvertimento delle costituzioni democratiche, come si può notare dalle crisi in Venezuela e in Bolivia, non assumono più la forma di un golpe ma seguono ormai altri percorsi, come riforme costituzionali che moltiplicano i mandati presidenziali o riforme del sistema giudiziario che riducono l'indipendenza della magistratura.
L'Unione Europea si conferma come un importante donatore nel campo della democrazia e dei diritti umani, ma l'erosione democratica che lambisce anche alcuni dei suoi paesi membri non e' priva di conseguenze, osservabili ad esempio nella difficolta' a parlare con una voce sola a proposito di crisi di democrazie fragili in altre regioni, come l'America latina o l'Africa. Esistono inoltre evidenti incoerenze tra le politiche affermate in ambito UE, da ultimo con le conclusioni del Consiglio europeo del 14 ottobre 2019 sulla democrazia, e interessi particolari sostenuti da priorità strategiche o commerciali dei suoi paesi membri.
La strada per porre rimedio alla situazione e' semplice da definire ma difficile da attuare. Si dovrebbe innanzitutto migliorare la qualita' della democrazia al di la' delle elezioni, rafforzando le istituzioni formali (come i parlamenti, il sistema giudiziario, i partiti politici) e quelle informali (come la società civile e il sistema dei media) che sono al cuore delle democrazie funzionanti; approfondendo i processi democratici attraverso la partecipazione dei cittadini; rafforzando la rappresentazione politica delle donne e di gruppi marginalizzati; e riducendo la polarizzazione politica e sociale. In secondo luogo, e' essenziale far si' che la democrazia sia in grado di garantire sviluppo , combattendo la piaga della corruzione, ricostruendo la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche e privilegiando politiche di sviluppo sostenibile. In terzo luogo, i soggetti che promuovono la democrazia dovrebbero migliorare l'efficacia della loro azione. Ciò riguarda le istituzioni multilaterali e le organizzazioni internazionali, sia intergovernative che non governative, che dovrebbero adattare le loro iniziative ai contesti locali, invece di proporre interventi tecnocratici finalizzati solo a creare vuote architetture istituzionali.




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