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IL SOGNO DIFFICILE DI PAMELA

Un'ex funzionaria dell'Onu scopre l'agricoltura per aiutare i giovani dello Zimbabwe. A sue spese

Gianna Pontecorboli

Martedi' 20 Novembre 2018
''Non potevo piu' vedere quei ragazzi che ciondolavano per strada , disperati, senza niente da fare. Dovevo fare qualcosa per loro'', dice Pamela Maponga.

Nata in Zimbabue, Pamela ha studiato nelle migliori Universita' del mondo, prima in Europa dell'Est, poi negli Stati Uniti, prima di essere assunta all'Onu, dove si e' occupata di disarmo e di molte altre questioni.

Quando, pochi anni fa, e' andata in pensione ha deciso di realizzare in proprio un vecchio sogno, quello di aiutare in maniera concreta quei giovani dall'aria sperduta che aveva osservato troppo spesso quando tornava a trovare la famiglia nel suo paese africano. E adesso la sua iniziativa, la Malitsatsi Estates, e' diventata un'azienda agricola rispettata e un esempio concreto di come , sia pure tra mille difficolta', si possono aiutare le giovani generazioni.

Il Corriere del Ticino l'ha intervistata.

D) Pamela, ci racconta la sua storia?

R) Ho lavorato all'Onu molti anni, soprattutto nel settore politico. Poi ho sentito l'esigenza di fare qualcosa di diverso. Avevo comprato in precedenza una piccola azienda agricola in Zimbabwe , con l'idea magari di andarci in pensione, ma quando ho lasciato l'Onu ho deciso di trasformarla in un progetto utile per tutta la comunita'.

D) Ha avuto un aiuto finanziario dalle Nazioni Unite o da altri per realizzare la sua nuova iniziativa?

R) No, e neppure l'ho finora veramente chiesto. L'ho finanziata interamente con i soldi che ho ricevuto come buonuscita dalle Nazioni Unite e non e' stato facile. L'Onu, si sa, tratta prevalentemente a livello statale e magari e' disponibile a finanziare progetti che siano lanciati dagli stati membri ma per un'iniziativa privata come la mia e' ben difficile che ci siano i fondi. Avevo trovato un donatore in Norvegia, siamo stati in contatto per qualche tempo, ma alla fine niente si e' concretizzato. E in Zimbabwe e' praticamente impossibile per un privato riuscire a ottenere un finanziamento, il paese e' in una profonda crisi economica, non circolano soldi.

D) Adesso comunque il suo sogno e' diventato realta'. Ce la descrive?

R) Siamo una societa' a responsabilita' limitata , con sede a Montgomery, in Bulawayo e la nostra missione ufficale e' di alleviare la poverta' e contribuire alla sicurezza alimentare della regione attraverso la creazione di lavori agricoli. Coltiviamo e inviamo al mercato patate e molti altri vegetali come pomodori, zucche, cocomeri, diversi tipi di lattughe, peperoni, fagiolini e cipolle.

Ora stiamo anche cominciando a lanciarci nella lavorazione dei nostri prodotti, produciamo cipolle e pomodori secchi e salse di pomodoro.

D)Quanti giovani lavorano nell'azienda?E come sono?

R) Abbiamo cominciato con una trentina, ma ora sono circa la meta'. La maggioranza di loro ha una ventina d'anni, solo alcuni, i piu' vecchi, arrivano a trenta e la maggioranza, per il momento, sono maschi, anche se avrei preferito che ragazzi e ragazze fossero in parita'. Io avrei voluto fare loro un contratto a lungo termine, ma poi ho avuto qualche difficolta' e ora li impiego con un contratto che rinnovo mese per mese. Per fortuna nella zona c'e' una scuola agricola cattolica , che era stata creata per i ragazzi senza alcuna istruzione, ma ora li educa dalle elementari fino al college, gli studenti sono molto preparati e ho cominciato ad assumerli spesso.

D) A parte il finanziamento, quali sono i problemi che incontra per far funzionare la sua azienda e essere veramente utile ai ragazzi che vi lavorano?.

R) I problemi piu' grossi sorgono sempre quando me ne vado. Finche' sono in Zimbabwe, le cose funzionano abbastanza bene. Purtroppo pero' io vengo spesso negli Stati Uniti, dove ho ancora casa e vivono i miei figli, e ogni volta che me ne vado cominciano i disastri, e' difficile trovare veramente chi possa prendersi le responsabilita' al mio posto, E poi ci sono gli enormi problemi dell'economia locale, le infrastrutture che c'erano sono state distrutte, la distribuzione e' un disastro, nelle citta' si trova tutto, ma nei paesi e' difficile far arrivare quello che produciamo. Tante volte non riusciamo a trovare i prodotti che ci servono , come i semi o i fertilizzanti, o il loro prezzo sale da un giorno all'altro.

Io sono stata fortunata, perche' ho cominciato a vendere i nostri pomodori a una grossa azienda che li inscatola, vorrei solo poterne produrre molti di piu' , diventerei la regina dei pomodori ! Il mio obbiettivo e' creare posti di lavoro, e proprio per questa ragione vorrei buttarmi sempre di piu' nei processi di lavorazione, in modo da far arrivare le nostre salse e i nostri pomodori secchi ai supermercati e magari anche esportarli. Ma gli ostacoli sono molti e devo fare un passo alla volta.

D)Com'e' il suo rapporto con i ragazzi che lavorano per la sua azienda? Capiscono e condividono il suo idealismo?

R) All'inizio non e' stato facile, perche' erano abituati al tradizionale rapporto tra i datori di lavoro e i dipendenti, ma adesso le cose stanno molto migliorando e cominciano a capire. Continuo a ripetere loro che la nostra e' una partnership, faccio quello che faccio non perche' ne ho bisogno, ma perche' non volevo piu' vederli disperati. Cerco di far capire che ci sono delle possibilita' di sviluppo. Il terreno dell'azienda e' vasto, in futuro potremo allevare polli e anche capre. Solo per fare un esempio in Zimbabwe i formaggi caprini sono importati dal Sud Africa e sono carissimi, se li potessimo produrre e vendere noi sarebbe un bene per tutti.

D)Pensa che esperienze come la vostra possano aiutare i piu' giovani, soprattutto nei paesi piu' poveri, a trovare una loro voce , come ha chiesto il segretario generale dell'Onu?

R) E' difficile da dire. Io cerco di non parlare di politica e di far capire che ognuno di loro ha diritto alla sua opinione, ma credo che stiano diventando piu' coscienti della realta' che li circonda e piu' pronti ad aprirsi. Anche perche' hanno tutti un cellulare in mano...

anche sul Corriere del Ticino







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