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Venticinque anni fa nasceva la nostra piccola associazione. Con una scommessa senza confini

Emanuele Giordana

Sabato 3 Novembre 2018


Circa 25 anni fa, un gruppetto di ex redattori dell’Avanti! - storica testata socialista – espulsi prematuramente dal mercato del lavoro editoriale che si avviava a diventare sempre più asfittico, ebbero un’idea. Che allora sembrò balzana. Anziché tentar la sorte in altri giornaloni, pensarono di metter su una sorta di cooperativa di nicchia che vendesse materiali ai giornali. Quella, gli anni Novanta, era l’epoca della nascita dei “service”, agenzie specializzate che fornivano materiale grezzo alle redazioni. Foto e testi venduti un tanto al chilo con la propria firma che non aveva diritto di apparire. Noi, che eravam tutti social-libertari, scegliemmo un’altra via. Agenzia si, ma purché si acquistasse l’articolo firmato e a un prezzo che comprendesse anche la nostra dignità. Fondammo un’associazione – con la forma più semplificata di fiscalità – dedicata alla politica estera, un settore che, forse oggi un po’ meno di allora, era una nicchia assoluta. “Siete folli”, disse qualcuno. Ma vincemmo la scommessa.

Ci vollero quattro anni per poter dire di aver scavallato il dosso: quattro anni di attese interminabili davanti al telefono (fisso e muto), guardando con le difficoltà di allora le prime rozze pagine web e aspettando che il giornalone di turno dicesse “compro”. Il primo articolo ce lo pubblicò il Mattino di Napoli e poi il manifesto ci fece il nostro primo contratto, seppur verbale, per il quale venivamo pagati sempre con una certa regolarità. Era l’inizio (difficile) e ci salvò il sussidio di disoccupazione percepito dall’Avanti! Le imprese editoriali, anche piccole, hanno sempre bisogno di un piccolo capitale e 4 anni sono il periodo minimo per dire se funzionano.

Poi ci furono un paio di avvenimenti che cambiarono la storia del mondo e ci dissero bene. L’11 settembre trovò le redazioni scoperte sul lato islam e in genere sulla politica estera. I giornali, le radio, le tv scoprirono che bisognava pur dir qualcosa e fu allora che buttammo la nostra anima sul piatto. Il segreto di quel piccolo successo stava nel fatto che avevamo coniugato il giornalismo, ossia l’inevitabile superficialità della cronaca quotidiana, all’approfondimento necessario a comprenderla. Eravamo insomma studenti che non avevano mai smesso di studiare. Ognuno con la sua piccola nicchia nella nicchia: Lucia parlava russo. Paola il tedesco. Mauro Martini – il grande Mauro – le lingue slave. Io mi arrangiavo con malese e spagnolo. Attilio con un ottimo francese, Sergio con l’hindi e così via. Avevamo una piccola marcia in più ma soprattutto avevamo conservato la nostra dignità. Di firma, di uomini, di donne.

No, c’era anche un’altra cosa. Forse la più importante. Avevamo – abbiamo – una struttura gerarchica orizzontale. Chi fa il direttore (oggi è il turno di Giuliano Battiston) più che gli onori si becca gli oneri. Il denaro era ripartito sulla base del lavoro che uno aveva svolto, mai sull’anzianità o sulla gerarchia. I “giovani” che mano a mano entravano nel gruppo avevano gli stessi diritti delle vecchie carampane del gruppo storico dei fondatori. Ciò ha rinsaldato un rapporto non solo professionale dove nessuno, mai, avrebbe potuto dettare la linea. A parte consigliare di usare quella ferroviaria.

Oggi? Ci siamo apparentemente dispersi. Chi lavora in qualche giornale, chi nel mondo non profit, chi nell’editoria, chi si è ritirato in campagna, chi vive a Hong Kong o a New York. Chi, come me, a Crema. Il mondo dei giornali è cambiato e la Lettera di allora doveva modificarsi. Una di noi – Tiziana Guerrisi - ha proseguito sulla quella scia fondando Next. Era tra noi la più giovane e dunque la più adatta a un’iniezione creativa che ha partorito una nuova esperienza professionale. Ma il gruppo è rimasto. Scrive libri, partecipa a progetti, si riunisce spesso per via telematica e non ha smesso di pensare e direi, se me lo concedete, di volersi bene. Anche 25 anni dopo.

Auguri Lettera22



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