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BACHELET CONTRO SALVINI, MA E'SOLO IL PRIMO PASSO

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BACHELET CONTRO SALVINI, MA E'SOLO IL PRIMO PASSO

Il difficile lavoro del nuovo Alto Commissario per i Diritti Umani dell'Onu

Gianna Pontecorboli

Mercoledi' 12 Settembre 2018
'Taglieremo i contributi all'Onu'', ha minacciato un irritato Matteo Salvini quando, pochi giorni fa, Michelle Bachelet si e' permessa di criticare l'Italia durante la sua prima apparizione pubblica a Ginevra.
Per l'ex presidente del Cile che il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres ha scelto a luglio per sostituire Zeid Ra'ad All Hussein come Alto Commissario per i diritti umani si e' trattato probabilmente soltanto di un primo assaggio dei problemi che la aspettano nei prossimi quattro anni.
Michelle Bachelet d'altra parte, era arrivata solo da tre giorni nel suo nuovo ufficio ginevrino quando, all'inizio di settembre, le e' arrivata la prima notizia preoccupante. In Myanmar, il regime militare ha condannato a sette anni di prigione due giornalisti della Reuter colpevoli, apparentemente, di essere in possesso di documenti riservati.
'' Su diversi argomenti relativi a diverse parti del mondo , ho bisogno di maggiori informazioni e di un'analisi approfondita, '' , era stata la sua prima cauta e diplomatica reazione ,'' quello che posso dire e' solo che sono scioccata dopo aver scoperto che sono stati condannati a sette anni di prigione''.
Gia' dalle prime batture, comunque, si e' capito che Il lavoro che ha appena cominciato la mettera' sicuramente alla prova. E contemporaneamente mettera' alla prova i delicati equilibri tra chi, sotto il tetto del Palazzo di Vetro, si sforza di difendere i diritti umani delle popolazioni piu' minacciate e gli interessi di tanti paesi membri che spesso preferiscono non vedere.
Certamente, Michelle Bachelet e' stata scelta in un momento particolarmente delicato.
''L'odio e le diseguaglianze sono in crescita'',le ha ricordato un allarmato Antonio Guterres,''Il rispetto per il diritto umanitario e i diritti umani e' in declino.Gli spazi per la societa' civile si stanno restringendo, la liberta' di stampa e' sotto pressione''.
Dopo quattro anni di battaglie, il suo predecessore Zeid Al Hussein , che e' membro della famiglia reale giordana e in teoria erede legittimo al trono in Iraq , ha deciso di non ripresentarsi per un secondo mandato. E lo ha fatto senza nascondere le ragioni che lo hanno spinto a rinunciare all'incarico. A febbraio, durante I festeggiamenti per il settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale sui diritti umani, il diplomatico ha annunciato il suo ritiro e la sua decisione di '' non inginocchiarsi in segno di supplica di fronte a nessuno''. ''Voglio essere brutale'', ha detto, prima di denunciare ''l'azione minima'' della comunita' internazionale di fronte alle violazioni dei diritti umani. Senza giri di parole, Al Hussein ha indicato quelli che sono a suo giudizio i responsabili di una situazione sempre piu' critica, con i paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sempre pronti ad usare il loro diritto di veto al primo posto. ''C'e' la sensazione che i membri permanenti abbiano creato un'impasse con la propensione a usare il veto e paralizzare'', ha spiegato. Nel suo mirino, il principe giordano ha messo anche i governi populisti e autoritari, senza citare apertamente Trump, ma senza risparmiare critiche all'ungherese Vicktor Orban, colpevole a suo giudizio di ''aver abbandonato ogni pudore. ''Oggi l'oppressione e' di nuovo di moda, lo stato di sicurezza e' tornato, e le liberta' fondamentali vengono ritrattate in ogni regione del mondo''.Con l'amministrazione americana di Donald Trump, e con l'Israele di Netanyahu, i suoi rapporti sono stati spesso tesissimi.
''Il commissario uscente non ha mai perso l'occasione di inventare menzogne e menzogne quando si tratta di Israele. Durante il suo mandato, l'Alto Commissariato e' diventato il teatro dell'assurdo''. Ha commentato dopo il cambio della guardia l'ambasciatore israeliano all'Onu, Danny Danon.

Adesso, per occupare una delle posizioni piu' difficile e delicate nella galassia delle organizzazioni internazionali, quella signora sorridente e con la battuta pronta, che l'Assemblea Generale ha confermato con 193 voti a favore e un lungo applauso, ha senza alcun dubbio tutte le carte in regola.
Figlia di un generale dell'aviazione, Alberto Bachelet, torturato e ucciso in carcere dalla polizia segreta di Augusto Pinochet, Michelle nasconde in realta' dietro il suo sorriso un passato doloroso .
Lei stessa, a soli 23 anni, e' stata arrestata e torturata nel tristemente famoso carcere di Villa Grimaldi insieme alla madre, un episodio di cui spesso ha rifiutato di rivelare i dettagli piu' scabrosi .
Fuggite dapprima in Australia, le due donne avevano poi trovato rifugio nella Germania dell'Est, dove Michelle aveva continuato i suoi studi di medicina alla Humboldt University di Berlino. Neppure in esilio, pero', la tragedia l'ha risparmiata. Nella citta' tedesca, infatti, la giovane esule aveva ritrovato Jiame Lopez, suo compagno e membro, come lei, del partito socialista cileno.
Durante un suo viaggio in Cile, anche Jaime e' tuttavia caduto nelle mani della polizia di Pinochet, ed e' diventato, sembra dopo inenarrabili torture, uno dei tanti ''desparacidos'' .
Da questo passato doloroso, Michelle Bachelet ha sicuramente tratto la forza per lanciarsi in una prestigiosa carriera politica dopo il suo ritorno in Cile alla fine della dittatura
Ministro della salute nel governo di Ricardo Lagos, poi prima donna presidente nel 2006 e rieletta nel 2014 dopo una parentesi come capo di UN Woman, l'organizzazione appena creata al Palazzo di Vetro per la difesa delle donne, non ha mai cessato di battersi in difesa dei diritti delle donne e dei piu' deboli. Chi la conosce la considera una grande lavoratrice e una negoziatrice astuta.
Gli Stati Uniti e Israele, e' chiaro, non hanno ora nascosto la loro soddisfazione per la sua nomina. I dossier spinosi, pero' , sono gia' arrivati sul suo tavolo. Nella regione da cui Michelle proviene, l'America Latina, i segnali di crisi arrivano dal Nicaragua e dal Venezuela di Maduro. E molte critiche le sono gia arrivate per alcune sue decisioni passate nei confronti di Cuba.
In Africa come in Medio Oriente, e ovviamente in Myanmar, le persecuzioni delle minoranze religiose e degli omosessuali sono diventate piu' drammatiche . L'America di Trump, per ora, l'ha accolta con favore, ma il taglio dei finanziamenti deciso dalla Casa Bianca non facilitera' certo la sua vita.
Le vicende dei suoi predecessori, d'altra parte, non lasciano prevedere neanche per lei tempi tranquilli. Per una ragione o per l'altra, infatti, nessuno di loro ha completato il suo mandato con tranquillita'.
 

Nato nel 1993 , dopo la World Conference on Human Rights di Vienna, l'Alto Commissariato per i diritti umani aveva suscitato inizialmente molte speranze. Dopo la fine della guerra fredda, ci si attendeva che la democratizzazione e il rispetto dei diritti umani avrebbero facilmente prevalso. Dal suo ufficio di Ginevra, l'Alto Commissario avrebbe dovuto portare a termine una serie di obbiettivi ambiziosi, dal promovere e proteggere il godimento dei diritti civili, culturali, economici, politici e sociali delle popolazioni, all'assumere le iniziative per rimuovere gli ostacoli e dialogare con i governi per convincerli al rispetto dei diritti umani.
In venticinque anni di vita, purtroppo, le cose non sono sempre andate secondo le speranze. Dopo le dimissioni del primo Alto Commissario, Jose' Ayala Lasso, frustrato dalla mancanza di risorse , era stata la volta dell'irlandese Mary Robinson di scontrarsi con gli Stati Uniti a causa delle sue critiche nei confronti della prigione di Guantanamo. E una situazione analoga l'aveva subita anche la canadese Louise Harbor. La sudafricana Navy Pillay, che ha preceduto Al Hussein fino al 2014, ha avuto momenti difficili per difendersi dai critici che l'accusavano di essere troppo accondiscendente.
Adesso, e' Mary Robinson a dare il suo consiglio a Michelle Bachelet.
''Le voglio dare il consiglio che mi era stato dato da un amico poeta.''Se diventi troppo popolare in questo lavoro, non lo stai facendo bene'', mi aveva detto.''


Anche sul Corriere del Ticino







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