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TROPPI RISCHI PER I CASCHI BLU

14 militari della Tanzania impegnati in una missione di pace sono stati uccisi a dicembre in Congo, gli ultimi di una lunga serie di vittime. E ora l'ONU vuole correre ai ripari

Gianna Pontecorboli

Domenica 1 Aprile 2018
All’inizio di dicembre, 14 caschi blu della Tanzania sono stati uccisi in una zona isolate del Congo, il Kivu, dopo un attacco attribuito alla Allied Democratic Forces, un gruppo di ribelli di ispirazione islamista nato in Uganda e che ora opera nella parte orientale del Congo.
Il brutale attacco ha riportato l’attenzione su un problema spesso ignorato da chi si occupa di quanto avviene all’Onu. Proprio in un momento in cui i tagli voluti da Donald Trump minacciano le 15 missioni di pace in cui l’organizzazione internazionale e’ attualmente impegnata e che sono state finora finanziate per oltre il 28 per cento proprio dagli Stati Uniti , il numero delle vittime tra i 117.000 soldati della pace sta salendo drammaticamente.
Se prima del 2010 le morti causate da un attacco armato erano in media 14 all’anno, adesso il loro numero e’ salito a circa 35 e nel 2017 sono state addirittura 60.
Le ultime stragi hanno ora spinto il segretario generale Antonio Guterres a chiedere ‘’una revisione ad alto livello delle fatalita’ dovute ad atti di violenza durante le missioni di pace’’ e a creare un ufficio apposito finanziato in larga misura dalla Cina.
‘’Questi attacchi deliberati contro i caschi blu sono inaccettabili e costituiscono un crimine di guerra’’, ha dichiarato il segretario generale Guterres, dopo l’attacco ai caschi blu della Tanzania,’’ non ci deve essere impunita’per queste aggressioni, in Congo o da nessun’altra parte’’.
In realta’, il compito di Guterres e del nuovo progetto chiamato ‘’Improving Pracekeeping Security’’ non sara’ facile. Con il passare degli anni, le missioni di pace sono diventate piu’ complesse e piu’ ambiziose, ma anche piu’ pericolose di quanto non fossero quando furono create nel lontano 1948 . Mentre i primi ‘’caschi blu’’ erano spesso disarmati, adesso per gran parte delle missioni piu’ difficili , in Mali , in Congo, a Darfur o in Sud Sudan, i militari inviati dal Palazzo di Vetro hanno l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ad utilizzare ‘’tutti i mezzi necessari ‘’per proteggere i civili e gli scontri sono frequenti.
A pagare il prezzo piu’ alto per la nuova situazione sono tutta una serie di paesi, in genere molto poveri, in gran parte africani o asiatici, che offrono la maggior parte delle truppe impegnate nelle missioni di pace. Adesso, soltanto circa 6000 degli oltre 100.000 caschi blu sono europei, mentre oltre la meta’ proviene dall’Africa. Per loro, mandare i soldati e’ spesso un impegno prezioso per sanare i bilanci. Per ogni casco blu inviato in una missione di pace, infatti, l’organizzazione internazionale paga al paese che lo invia un salario di 1,400 dollari al mese e il compenso per le famiglie di ciascuna delle vittime e’ salito recentemente a 70,000 dollari. Cosi’ quando recentemente 47 soldati del Chad sono stati uccisi durante una missione in Mali, il presidente Idriss Deby si e’ ben guardato dal minacciare un ritiro delle sue truppe, ma ha chiesto all’organizzazione internazionale di aumentare il supporto finanziario.
Per di piu’, perseguire chi attacca le truppe di pace non e’ facile. Sul campo talvolta i soldati della pace non sono del tutto graditi, sia perche’ ci sono stati diversi oscuri episodi di abusi sessuali che hanno messo in allarme le popolazioni, sia perche’ il loro ruolo e’ visto con sospetto dai governanti locali . In altri casi, le forze dell’ordine locali non sono in grado di intervenire nelle zone piu’ remote per assicurare alla giustizia chi ha attaccato le missioni di pace. Dopo la chiusura dei tribunali internazionali per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia e in Rwanda, la Corte Criminale Internazionale ha avviato diverse inchieste per i crimini commesso nei confronti dei caschi blu in Chad, nella Repubblica Centrafricana e a Darfur per l’uccisione di 10 soldati africani , ma nessuno e’ stato in realta’ ancora perseguito.
Adesso, il progetto di Antonio Guterres prevede la creazione di una squadra investigativa speciale incarica di intervenire rapidamente per aiutare il paese ospite e i responsabili militari delle missioni in caso di incidenti. E le nuove direttive potrebbero comprendere la cattura dei sospetti e il loro trasferimento per essere perseguiti. Le critiche di chi teme un’eccessiva aggressivita’ da parte di quelle che dovrebbero essere delle truppe di pace, tuttavia, cominciano gia’ a circolare.

Anche su Corriere del Ticino



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