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CRIMINE BIRMANO

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Rohingya, stop agli aiuti

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DRAMMA ROHINGYA (scheda)

Espulsione con profitto

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MYANMAR, IL TEMPO DEL NEGOZIATO

DRAMMA ROHINGYA (scheda)

Una persecuzione secolare e le difficoltà del governo democratico

Lettera22

Giovedi' 31 Agosto 2017

I recenti fatti nello Stato del Rakhine (Arakan) hanno purtroppo una triste storia alle spalle che si ripete da decenni.

Agli inizi di luglio nel capoluogo dello stato birmano del Rakhine, un gruppo di un centinaio di persone ha aggredito sette rohingya che si erano recati nel capoluogo Sittwe per depositare una denuncia. I sette fanno parte di una vasta comunità di sfollati interni concentrata in diversi campi sorti dopo una serie di pogrom contro questa minoranza musulmana che, nello stato di Rakhine, conta diverse centinaia di migliaia di individui. Sono stati circondati e presi a sassate. Sei di loro se la sono cavata, uno è morto. Non è chiaro come e quando la polizia sia intervenuta per calmare gli animi di attivisti buddisti che contano molto spesso nelle loro file i monaci color zafferano latori del messaggio compassionevole di Gautama Budda.
La cronaca offre spunti semi quotidiani su una vicenda, che sembra ormai senza soluzione per questa minoranza musulmana senza diritti, avvitata su almeno tre elementi: il primo è che la lenta emorragia dallo stato del Rakhine verso l’estero ha ormai ridotto della metà la popolazione rohingya in Myanmar. Il secondo è che la persecuzione smentisce – come per altro già accaduto nello Sri Lanka con la minoranza indù - la supposta pacifica convivenza di altre religioni con quella che, per definizione, dovrebbe essere per antonomasia la via spirituale più tollerante. Il terzo infine riguarda l’evidente manifesto di una contraddizione interna al sistema di potere birmano. Che, su quello che è stato addirittura bollato come un genocidio mascherato o una operazione di pulizia etnica, vede il governo democratico della Nobel Aung San Suu Khyi impotente e muto. Per scelta o per forza.

La frontiera che separa il Myanmar dal Bangladesh, lo stato confinante dove per i rohingya è più facile emigrare, è segnata da un fiume che diventa in sostanza un braccio di mare. La fuga verso questo Paese, musulmano e con tradizioni e costumi comuni anche ai rohingya birmani, data da diverso tempo. La gente si imbarcava e si imbarca su piccole piroghe per attraversare il braccio di mare quando le turbolenze e veri e propri pogrom anti musulmani ciclici mettono a rischio la vita di intere famiglie. Fatti gravi sono avvenuti nel 2012 con l’arrivo sulla scena di un monaco buddista ultra nazionalista che si è guadagnato persino la copertina di Time: Ashin Wirathu della Ma Ba Tha o Associazione patriottica del Myanmar (Pab) o Associazione per la protezione della razza e della religione. La persecuzione in casa e la fuga verso il Bangladesh (e verso Malaysia e Indonesia) è storia antica anche se ha visto un rilancio sia negli anni Ottanta (nel 1982 la giunta militare aveva varato una legge sulle nazionalità che negava quella birmana ai rohingya), sia nel 2012, sia a partire dall’ottobre del 2016 quando, in seguito a disordini alla frontiera (per l'uccisione di alcuni militari da parte di un gruppo radicale secessionista rohingya) si è scatenata una caccia all’uomo e la distruzione, documentata da foto aeree, di 1500 edifici: circondati, evacuati, dati alle fiamme. I numeri dell’esodo sono incerti perché molti dei campi in Bangladesh sono “informali” e c’è una grandissima mobilità interna (l’Unhcr controlla solo due centri) ma soltanto tra Natale e i primi di gennaio del 2017 si erano ammassati nei campi bangladesi oltre 30mila profughi.

Secondo il rapporto dell’Unhcr uscito il 20 giugno scorso in occasione nel World Refugee Day, il numero dei rohingya che hanno lasciato le loro case negli anni ammonta a 490.300 di cui 276.200 si troverebbero in Bangladesh. Si troverebbero perché per le autorità di Dacca i rohingya stimati in Bangladesh vanno da 300 a 500mila. Se in Myanamar sono senza documenti e titoli di proprietà e non sono riconosciuti come nazionalità – non possono candidarsi né dunque essere votati e rappresentati – in Bangladesh non va molto meglio. La condizione è precaria in un Paese povero e dove il dovere di solidarietà religiosa si scontra con la mancanza di lavoro e la competizione di manodopera a basso costo. Un fatto che per ora non ha creato ancora problemi. I rohingya sono effettivamente “omogenei” ai loro cugini del Bangladesh: parlano la stessa lingua e praticano la stessa fede. E’ il motivo, continuamente ribadito dai militari birmani, per cui in Myanmar sono considerati “immigrati” e dunque “non birmani”. L’origine della comunità è controversa, tanto da prestarsi facilmente a interpretazioni declinate politicamente. In più c’è di mezzo, come spesso accade, una frontiera che ha subito notevoli variazioni. Alla fine della prima guerra anglo-birmana nel 1926, venne firmato il Trattato di Yandabo con cui i birmani furono costretti a cedere le coste dello Stato dell’Arakan tra Chittagong, nell’attuale Bangladesh, e Capo Negrais (oggi nuovamente birmano). Che passarono sotto il controllo della Corona britannica o meglio della East India Company, che allora amministrava da Calcutta le terre del subcontinente indiano. L’Arakan è l’attuale Stato di Rakhine e che i Rohingya, che in parte lo abitano, chiamano Rohang. Poi l’Arakhan – dopo la decolonizzazione - tornò sotto Rangoon.

Il motivo etnico religioso, in un Paese dove la minoranza musulmana conta comunque 5milioni di persone, non è però l’unico alla base dell’espulsione. In un articolo scritto per il britannico The Guardian la sociologa Saskya Sassen ha ricordato che “...in Myanmar, i militari si sono accaparrati (grabbing) vaste porzioni di territorio di piccoli proprietari fin dagli anni Novanta, senza compensazioni e minacciando chi si opponeva. Questo land grabbing è continuato nel tempo ma si è esteso enormemente negli ultimi anni. All'epoca dei fatti del 2012, la terra destinata a grandi progetti era aumentata tra il 2010 e il 2013 del 170%. Nel 2012 la legge sulla terra è stata modificata per favorire grandi acquisizioni aziendali”. In sostanza, sostiene la docente della Columbia University, il governo ha messo in pratica un piano che cede porzioni di territorio a grandi compagnie in grado di investire e migliorane lo sviluppo rurale ma con effetti nefasti: “Dobbiamo chiederci – scrive ancora - se la persistente persecuzione dei Rohingya (e di altri gruppi minoritari) non possa essere in parte generata da interessi militari ed economici, piuttosto che da questioni prevalentemente etnico/religiose... di recente, il governo ha assegnato 1.268.077 ettari nell'area abitata dai Rohingya per lo sviluppo rurale aziendale; Questo è un bel salto rispetto alla prima allocazione formale del 2012, per soli 7.000 ettari. In una certa misura l'attenzione internazionale sulla religione ha messo in ombra acquisizioni di terra che hanno colpito milioni di persone, tra cui la comunità rohingya”. Una chiave di lettura che aggiunge un elemento poco indagato.

Di fronte a tutto ciò, da qualsiasi verso si prenda la questione, l'espulsione dei rohingya è un fatto. Un fatto che ha visto sia le Nazioni unite sia singoli governi (quello della Malaysia ad esempio) prendere posizione come hanno fatto, alcuni mesi fa, anche 13 premi Nobel, vincitori di un premio per la Pace che è stato attribuito ad Aung San Suu Kyi nel 1991. Ma la signora non ha reagito. Il suo silenzio è stato molto criticato e così la missione di cui aveva incaricato Kofi Annan nel 2016 che, al suo ritorno dal Rakhine, ha difeso il silenzio della Nobel e negato il termine “genocidio” utilizzato dalla Malaysia. Per la verità Suu Kyi ha fatto più di un passo formale: oltre alla missione Annan ne ha sostenuta una nazionale e ha scritto ai militari per avere spiegazioni. Ma si è opposta a una indagine indipendente dell’Onu e, soprattutto, non ha mai preso di petto la questione limitandosi a dire, in una intervista alla Bbc, che i rohingya “possono tornare e saranno i benvenuti”. Ma in che condizioni?

Il suo partito, che ha vinto le prime elezioni libere nel 2015, ha guadagnato la presidenza della repubblica e la maggioranza in parlamento. Ma i militari controllano, per volere della Carta costituzionale, parte del parlamento: 56 seggi dei 224 (ossia il 25%) alla Camera alta e così alla Camera bassa (Pyithu Hluttaw) dove i rappresentanti dell'esercito hanno diritto a 110 seggi su 440 (sempre il 25%). Un peso non indifferente. Inoltre, la legge stabilisce che non può essere presidente del Myanmar chi abbia sposato uno straniero o i cui figli lo siano: poiché Suu Kyi aveva un marito britannico e ha due figli col passaporto del Regno unito si è dovuta accontentare di un ruolo di consigliera e di ministra degli Esteri. Infine, i militari hanno negoziato il controllo tre ministeri chiave: Difesa, Interni e Frontiere. Schiacciata tra un potere formalmente in mano sua ma in realtà ancora in gran parte sotto la minaccia dei militari, la Nobel fa i conti con il rischio sempre possibile di un ennesimo colpo di Stato. E vuole evitare che il dossier rohingya dia ai fautori di un golpe una carta da giocare.



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