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Terremoto nel capitalismo cinese

La richiesta della vigilanza bancaria di approfondimenti sui prestiti contratti da quattro colossi intenti nelle acquisizioni all'estero dimostra che nessuno è al riparo

Andrea Pira

Martedi' 27 Giugno 2017
Non importa quanto un gruppo sia grande o quanti miliardi abbia speso in giro per il mondo contribuendo all’immagine della Corporate China. La richiesta dell’autorità cinese di vigilanza sulle banche di valutare l’esposizione debitoria degli istituti nei confronti dei privati che negli ultimi anni più di altri hanno contribuito alle acquisizioni all’estero sta lì a dimostrare che nessuno è intoccabile. La prima avvisaglia si ebbe già a fine 2015, quando Guo Guangchang, fondatore di Fosun e soprannominato dalla stampa il Warren Buffet cinese, sparì per alcuni giorni, apparentemente coinvolto nella campagna anticorruzione lanciata dal governo.

Assieme alla conglomerata Dalian Wanda di Wang Jianlin, alla holding Hna e alla compagnia d’assicurazione Anbang, Fosun è uno dei gruppi i cui prestiti sono finiti sotto la lente della China Regulatory Banking Commission. Complessivamente gli investimenti condotti dal 2015 dai quattro colossi le cui operazioni possono rappresentare secondo l’autorità un rischio sistemico, pesano 57 miliardi di dollari, secondo i calcoli di Dealogic. Ma dietro l’ansia da m&a rischia di celarsi una bolla del credito che le autorità cinesi intendono disinnescare anche perché i timori per l’eccesso di debito sono già costati alla Repubblica Popolare il declassamento da parte di Moody’s, che a fine maggio ha tagliato il rating di Pechino da AA3 ad A1.

Nel corso dell’anno, scrivono gli analisti di Morgan Stanley nel loro outlook semestrale, la dirigenza cinese manterrà quindi un atteggiamento interventista per contenere la leva finanziaria e i rischi. Una strategia che, secondo le previsioni, dovrebbe portare nel 2017 a un rallentamento della crescita del credito: +13% contro il +16 dello scorso anno e il +14,5 del 2015.

La necessità di garantire stabilità si intreccia peraltro con l’inclusione di 222 titoli A-share, ossia scambiati sulle borse della Repubblica Popolare, nell’indice emergenti di Msci. Un passo simbolico verso l’internazionalizzazione del mercato dei capitali cinese, commenta Janus Henderson, salutato però dopo appena 36 ore dal tonfo delle tre quotate finite nel mirino della Crbc.

Anche se la verifica richiesta agli istituti viene definita «normale amministrazione» dalla Industrial and Commercial Bank of China, una delle banche che dovranno passare al vaglio i prestiti concessi, giovedì 22 giugno, quando la notizia è iniziata a trapelare, alcuni commentatori hanno sottolineato il rischio politico che incombe sulle imprese cinesi.

Soltanto una settimana prima Wu Xiaohui, presidente di Anbang, è stato arrestato. Da tempo la compagnia, che nel 2015 acquistò per 2 miliardi il Waldorf Astoria di New York, era nel mirino della stampa economica nazionale per presunte irregolarità. A finanziare la campagna di acquisizioni sarebbe stata soprattutto la vendita di rischiosi prodotti finanziari che promettevano rendimenti molto più alti dei concorrenti. Ad attirare l’attenzione dei regolatori è stata però nel 2016 la decisione di ritirare di colpo l’offerta da 14 miliardi di dollari per gli hotel Starwood, lasciando strada libera alla fusione con Marriott e accendendo una spia sulle disponibilità del gruppo.

Dubbi sulla provenienza delle risorse sono stati sollevati anche nei confronti di Hna; la conglomerata, che spazia dal trasporto aereo agli hotel, si è buttata nella finanza, salendo nei mesi scorsi al 10% di Deutsche Bank e diventandone primo azionista. Proprio mentre in Cina imperversava la stretta sugli investimenti all’estero.

Scritto per Milano Finanza



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