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Strage a Kabul senza padrini

Ancora nessuna rivendicazione per la strage che ha ucciso oltre 80 persone ieri nella capitale afgana

Giuliano Battiston Emanuele Giordana

Giovedi' 1 Giugno 2017

Nel Paese che l’Unione europea considera ormai sicuro e dove i migranti sono obbligati a tornare, la guerra infinita continua a mietere vittime con atrocità sempre maggiori. Ieri mattina una cisterna per l’acqua caricata di esplosivo è saltata in aria nell’ora di punta, le 8 e trenta, uccidendo almeno novanta persone e ferendone quattro centinaia circa, molte delle quali medicate all'ospedale di Emergency, a poche centinaia di metri dal luogo dell'esplosione. Un bilancio che mentre scriviamo continua ad aggravarsi e che, nel tardo pomeriggio di ieri, non aveva ancora una paternità. I Talebani, con un messaggio affidato in tempi rapidissimi al loro sito ufficiale, hanno sdegnosamente rifiutato la paternità dell'attentato, chiarendo che il movimento non prende mai di mira la popolazione civile.

L’esplosione, che si è udita in tutta la città e il cui fumo ha invaso interi quartieri del centro, è avvenuta poco distante dalla porta d’ingresso della zona diplomatica dove ha sede anche l’ambasciata italiana, lungo una via molto frequentata dagli abitanti di Kabul e spesso intasata dal traffico. Sembra ricordare quella che, nel 2009, fece saltare in aria una cisterna di benzina davanti all’ambasciata tedesca che si trova appunto sull’ingresso della cosiddetta “green zone”. Da allora sono aumentati sbarramenti di cemento, poliziotti privati e controlli accurati ma nessuno è ancora riuscito a trovare la ricetta per impedire simili attentati, che colpiscono soprattutto i civili, fuori dai compound blindati della diplomazia.

La modalità della strage potrebbe far pensare a una mossa della fazione afghana Haqqani o della branca locale dell’autoproclamato Stato islamico. Da più di due anni il Califfo Abu Bakr-al-Baghdadi cerca di guadagnare terreno con i suoi uomini in Afghanistan. Finora i risultati sono stati deludenti. I barbuti della cosiddetta “provincia del Khorasan” vantano una presenza significativa soltanto in pochi distretti della provincia orientale di Nangarhar, al confine con il Pakistan, dove è scarso sia il controllo governativo sia quello dei Talebani, nemici acerrimi del Califfo. I suoi militanti sono però riusciti a firmare stragi di civili con grandi numeri, come quella che nel luglio 2016 ha colpito a Kabul un'imponente manifestazione della comunità hazara contro un controverso progetto energetico che prevede l'integrazione della rete elettrica afghana in un network regionale. Allora i morti furono 81 e l'obiettivo chiaro: soffiare sulle divisioni confessionali e comunitarie, colpendo gli hazara, la minoranza sciita della popolazione afghana, perlopiù sunnita.
Ma la memoria corre anche a episodi senza firma come il camion bomba esploso nell’agosto di due anni fa in un quartiere della capitale creando un cratere profondo dieci metri. Non ci furono rivendicazioni: qualcuno dice che allora i Talebani non abbiano voluto metterci la faccia, e che comunque oggi puntino a presentarsi come jihadisti più “moderati”, rispetto ai tagliagola di Al-Baghdadi. Quel che è certo è l'enorme cratere di ieri ha inghiottito l’autocisterna e portato all'altro mondo decine di impiegati, lavoratori informali, passanti, più di un giornalista. Vanno ad aggiungersi ai tanti morti della guerra afghana: secondo l'ultimo rapporto annuale pubblicato da Unama, la missione Onu a Kabul, nel 2016 le vittime civili sarebbero aumentate del 3% rispetto all'anno precedente, con 3,498 morti e 11,418 feriti. L'incremento è ancora più drammatico per i bambini: +24% rispetto al 2015, con 923 morti e 2,589 feriti.

Intanto un gruppo di famigliari di vittime del conflitto ha inviato a Unama una denuncia per portare davanti al tribunale internazionale dell’Aja i responsabili di crimini e abusi gravi. Il dito è puntato in particolare su Gulbuddin Hekmatyar, il capo mujaheddin che oggi gode dell’impunità che gli è stata garantita dal governo in cambio della smobilitazione del suo gruppo armato, l'Hezb-e-Islami. I suoi uomini per ora hanno rifiutato di consegnare le armi, e la comunità internazionale continua a girare la testa dall'altra parte, di fronte all'impunità che regna nel Paese e che alimenta un forte senso di ingiustizia.

Il presidente degli Usa Trump certo non se ne preoccupa. Piuttosto, pensa a come salvare la faccia in un conflitto ormai perso. Il generale John Nicholson, a capo delle truppe Nato e americane in Afghanistan, di recente ha definito la guerra come “in stallo”. Almeno un terzo del territorio nazionale è controllato dai Talebani. Sul resto del paese, il governo bicefalo del presidente Ghani e del quasi primo ministro Abdullah Abdullah fatica a esercitare il controllo. Per uscirne, Nicholson chiede più soldati sul campo. Americani e non solo. Tutti i partner “devono fare la loro parte”. Inclusa l'Italia, dicono a Washington.

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