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SOLDATOV: ATTACCHI HACKER? "ORMAI CHIUNQUE Può PROVARCI"

Attacchi hacker, ingerenze informatiche, legami tra servizi segreti russi e lo staff di Trump, fake news: facciamo un po' di chiarezza e distinguo. Parla A. Soldatov, esperto russo di intelligence e cyber e co-autore di "The red web".

Lucia Sgueglia

Lunedi' 27 Febbraio 2017

Mosca - Dopo le dimissioni del Consigliere per la Sicurezza nazionale Flynn, negli Stati Uniti lo staff di Trump, resta nel mirino per i presunti contatti con i “servizi segreti russi”. Quanto sono plausibili?

Il problema è duplice. Nei vertici politici, e nei vertici delle aziende di stato, in Russia, ci sono molti funzionari dei servizi. Soprattutto ad alto livello. Di fatto si tratta di una zona grigia, perché non è sempre chiaro se si tratta di ex funzionari, o di 007 in attività, ed è molto difficile capire se siano più leali all’azienda o all’intelligence. Tanto più che la questione dell’appartenenza ai servizi, in Russia spesso rappresenta un segreto di stato. Ma gli stranieri che lavorano da tempo con il business russo, conoscono bene queste regole, quanto business e le aziende russe, siano strettamente legate allo stato e ai servizi, specie in era Putin. E fingere di non saperlo ingenuamente, è piuttosto strano. Quindi mi pare importante capire come mai nell’amministrazione Trump e nelle persone a lui vicine, ci si rifiuti di essere trasparenti su questo tema. I contatti sono stati confermati dagli stessi ufficiali russi.


A più di tre mesi dalle elezioni americane, non si spengono le polemiche sull’hackeraggio della posta elettronica del partito democratico. Si è trattato di una operazione compiuta su ordine del Cremlino, come sostengono alcuni?

Il problema è che la Russia, a differenzia ad esempio della Cina, in queste operazioni vengono usati non solo attori formali, cioè membri dei servizi, ma anche una grande quantità di attori informali, che non appartengono a nessun apparato burocratico. Possono essere attivisti, società di pubbliche relazioni, impiegati di compagnie tecnologiche, che hanno chiesto l’aiuto dello Stato. Se guardiamo alla ormai lunga storia degli attacchi hacker russi, quando è in gioco la reputazione del Cremlino, di solito Mosca cerca di usare proprio gli attori informali. Perché sono molto più flessibili, avventurosi ed efficienti, e soprattutto permettono al Cremlino di negare la propria responsabilità. È uno schema molto comodo, usato già da una decina di anni, in Ucraina, nei paesi Baltici, anche se Usa lo ha scoperto solo ora.
Ma al contrario di quanto molti pensano in Occidente, questi attori informali non sono sotto contratto dei servizi segreti, per allungare la corda tra il Cremlino e gli esecutori! Spesso hanno migliore accesso all’amministrazione presidenziale che i normali 007. Perché la Russia è un paese bizantino, con molta burocrazia. E perché un colonnello possa accordarsi su una operazione contro l’America, ci vogliono un sacco di passi formali e documenti. È molto più facile e rapido ottenere una approvazione e designazione diretta per un attore informale da qualcuno dentro l’amministrazione presidenziale.

Quanto agli Stati Uniti, sono il paese estero più importante per la Russia, come potenziale avversario fin dall’epoca sovietica. Penso che considerando l’importanza dell’obiettivo, e i rapporti personali di Putin con Hillary Clinton, molto negativi, non è possibile che questa operazione sia stata concordata a livello più basso del Cremlino. Ma lo scopo non era far vincere Trump, i dirigenti russi erano convinti che non avesse alcuna chance. Volevano solo sfruttare la situazione per indebolire Hillary Clinton il più possibile, perché da lei come presidente si aspettavano una posizione molto dura sulla Russia.

Con l'avvicinarsi delle elezioni in Francia, Olanda e Germania, c’è timore che le cosiddette “fake news”, notizie false o manipolate diffuse in rete, possano influenzare la politica europea. La loro origine è spesso attribuita alla propaganda russa. Cosa ne pensa Soldatov?

Mi pare che qui mescoliamo molti problemi diversi, e come spesso accade cerchiamo di trovare un motivo unico che spieghi tutto, dando colpa dei nostri problemi e fallimenti a fattori esterni. Purtroppo la situazione è un po’ più complicata.
Per me dietro c’è una crisi più ampia della società europea, dove molti cittadini hanno perso fiducia nei media tradizionali. I partiti europei tradizionali, specie in Austria e Germania, non sanno usare bene i social network. Invece i movimenti anti-establishment, a lungo esclusi dai media tradizionali, sono più abituati e abili a sfruttarli.
La propaganda russa che spesso si considera di successo, in realtà funziona in modo piuttosto stupido: hanno semplicemente capito che bisogna offrire alle persone ciò che vogliono sentire.
Se guardiamo alle storie più clamorose storie di fake news, raramente il Cremlino ha saputo creare una narrativa, inventare un tema totalmente nuovo e proporlo al pubblico europeo, ma ha piuttosto sfruttato problemi già esistenti, come la crisi dei migranti. Organi come Russia Today o Sputnik creati per il pubblico di lingua inglese, hanno cercato di sfruttare questo trend che è apparso prima di loro, e che non dipende da loro, e lo hanno fatto in modo efficace e forse più creativo degli altri. Ma hanno confini limitati di successo, il loro pubblico è molto inferiore a quanto si pensa.
Per riassumere: non penso che ci sia stato un qualche piano globale (per influenzare il mondo con fake news, o diffonderle). Notiamo ad esempio come si è sviluppata Russia Today. Hanno cominciato con solita e piuttosto prevedibile propaganda, tipo Putin e la Russia sono il meglio, vi mostriamo tre film su Siberia. Ma rapidamente hanno capito che la domanda della società, soprattutto quella europea, era orientata invece sulle teorie cospirologiche, e han cominciato a sfruttarla. Non l’hanno creata loro, ma il Cremlino l’ha capito forse prima di altri e ha cominciato a sfruttarla con successo per la propaganda. Dietro c’è un problema gigante, un fenomeno globale: la completa perdita fiducia di molti europei verso i media e le fonti tradizionali di informazione.

Ma esiste un “interesse russo” che punta a destabilizzare per via digitale l’Occidente? Questi attacchi si ripeteranno?

Si. Credo purtroppo che la possibilità di ingerenze future, con l’aiuto di qualche operazione cyber, siano piuttosto alte. La prima volta che si parlo di minaccia di possibili cyber-attacchi fu venti, 25 anni fa, tutti temevano una sorta di Armageddon elettronico, attacchi a centrali elettriche, gli americani ne parlavano continuamente. Ma non è mai successo. Poi hanno cominciato a usare internet per diffondere disinformazione, se ne occupavano soprattutto attori informali, organizzazioni terroristiche. In seguito, è apparso un nuovo elemento: dal 2015 cominciamo a osservare primi attacchi seri a infrastrutture reali, cioè l’attacco a centrale elettrica in Ucraina. Perché ora? Perché oggi rispetto a 25 anni fa è possibile purtroppo non solo rompere o hackerare qualcosa, ma allo stesso tempo influenzare il modo in cui la gente percepisce l’evento, ad esempio un attentato terroristico, formare la rappresentazione di lettori o spettatori su ciò che accade. Due piccioni con una fava.
Oggi a livello tecnico, attribuire chiaramente attacchi hacker a questo o quello stato o governo o servizio, resta molto difficile, è una zona ancora molto grigia. Tanto più che costa molto poco, ormai possono farlo tutti, non solo la Russia. I mezzi usati dagli hacker russi, sono tecnicamente piuttosto semplici, e possono essere usati anche da altri paesi, in 5 anni persino la Nord Corea può ottenerli. Quindi dopo le elezioni americane, molti paesi, anche con un cattivo potenziale tecnologico, possono pensare: perché no, perché non provarci?

L'intervista è stata trasmessa in parte dalla RSI (Radio Svizzera italiana) di Lugano



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