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Le api per ripristinare le aree degradate da incendi: una ricerca del progetto Mediterrranean CooBEEration, presentata ieri a Bologna, apre nuovi scenari contro il degrado ambientale

Lettera22

Martedi' 11 Aprile 2017

Bologna - Un convegno internazionale dedicato alle api e alla biodiversità, ieri nel capoluogo emiliano, ha visto la presentazione di una ricerca dedicata al ruolo dell'apicoltura nel recupero delle aree degradate o desertificate da incendi e impoverimento dei terreni a seguito di calamità o abbandono. Ma a ripristinare la vegetazione ci pensano le api. Un concetto condiviso, ma sul quale non vi erano però, almeno fino ad oggi, dati certi e controprove misurate ad attestarne l'impatto.

La ricerca presentata ieri al Convegno "L'ape per la salvaguardia della biodiversità" è stata condotta in determinate aree di macchia mediterranea in Italia e in Tunisia per testare il contributo, attraverso l'ape domestica, al ripristino vegetazionale delle zone a seguito di incendi o altre calamità. Promosso da Felcos Umbria (Fondo di Enti Locali per la Cooperazione decentrata e lo Sviluppo umano sostenibile) e Apimed (Federazione Apicoltori del Mediterraneo) e finanziata dall'Unione Europea, lo studio si è svolto (per la parte italiana) tra il 2015 e il 2016 in Liguria, in una zona soggetta a incendi, dove in due aree di 400 m2 ciascuna, distanti tra loro qualche chilometro, una con la presenza di alveari, e quindi ben “servita” dalle api, e l'altra senza alveari, sono state delimitate cinque parcelle sperimentali in cui condurre ogni 15 giorni rilievi sulla vegetazione e sugli insetti impollinatori, rivolti soprattutto all'ape. Le ricerche effettuate in campo e quelle collegate agli effetti dell'impollinazione, condotte in laboratorio, hanno consentito di stabilire l’importanza strategica di questi meravigliosi organismi che accelerano il ripristino della vegetazione anche in condizioni estreme. I dati cambiano in base alle tipologie di piante presenti nelle diverse zone di macchia mediterranea, ma quello che emerge è che su alcune specie vi sono produzioni di oltre il 50% in più di semi. Le api domestiche sono generalmente conosciute perché producono il miele, ma non si aveva ancora la giusta consapevolezza di quanto fossero indispensabili non solo il mantenimento della biodiversità, ma anche per il ripristino di aree soggette a stress di vario tipo. A differenza degli altri insetti impollinatori, inoltre, l'ape domestica può essere aiutata in questo compito dall'uomo attraverso dei nutritori con soluzioni zuccherine che vengono posti tra tetto e soffitto dell'alveare. In conclusione: attraverso gli alveari di api domestiche si può intervenire in maniera significativa (e con tempi più rapidi) per la ripresa della vegetazione di alcuni territori. I dati della ricerca saranno pubblicati nelle prossime settimane su riviste scientifiche internazionali.

La sperimentazione è stata condotta dal DipSA (Dipartimento di Scienze Agrarie) dell’Università di Bologna, dal DISAFA (Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari) dell’Università di Torino e dall'INAT (Istituto Nazionale Agronomico della Tunisia), ed è inserita all'interno del progetto di cooperazione “Mediterranean CooBEEration”, volto a sostenere l’apicoltura e il suo ruolo strategico per la salvaguardia della biodiversità, per il miglioramento della sicurezza alimentare e per lo sviluppo socio-economico.

Le specie più attrattive per gli insetti impollinatori e più diffuse, come l’Erica arborea, il Cisto a foglie di salvia (Cistus salviifolius) e la Ceppica (Dittrichia viscosa), sono state maggiormente frequentate dagli insetti pronubi, e segnatamente dell’ape domestica, nella zona con gli alveari. L’incidenza dell’azione dell’ape si è manifestata nel numero di semi prodotti dalle piante mediterranee prese come modello, che è risultato più alto nell’area sperimentale vicina agli alveari, in particolare per Erica arbora, rispetto all’area senza alveari. La cospicua produzione di semi correlata con la presenza di Apis mellifera e il potenziale di diffusione dei semi stessi, si può considerare un sicuro indice dell’incremento della biodiversità in zone degradate.

Partito nel febbraio del 2014, in questi tre anni di attività il progetto Mediterranean CooBEEration ha coinvolto numerosi Paesi del Mediterraneo, tra cui in particolare il Libano, i Territori palestinesi, il Marocco, l’Algeria, la Tunisia e l’Italia. Oltre a DipSA, DISAFA e INAT, i partner del progetto sono e UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo).



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