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Le universita' americane fanno finta di non vedere quello che accade perche' non giova al buon nome e soprattutto ai bilanci. Ma ora c'e' chi dice basta

Gianna Pontecorboli

Mercoledi' 15 Giugno 2016
Per gli studenti universitari americani, la ''graduation'' e' un rito, per ringraziare chi li ha istruiti e guardare al futuro. Quest'anno, pero', la grande festa e' stata amareggiata dal sospetto che le istituzioni accademiche grandi e piccole , per paura di perdere il buon nome e soprattutto i soldi delle rette, preferiscano spesso non vedere quello che accade nei campus.

A farsi interpreti di una protesta che cova da tempo sotto la cenere sono stati la settimana scorsa i laureandi di Stanford.

Finito l'incubo dello studio, la graduation e' infatti normalmente il momento di ascoltare i discorsi di rito e indossare con orgoglio la cappa nera o viola e il grande cappello da lanciare in aria. Nella prestigiosa universita' californiana, c'e' una tradizionale parata allo stadio degli studenti travestiti da dinosauri o da astronauti. Insieme ai finti soldati romani e ai finti leoni, pero', i laureandi di quest'anno hanno mostrato ai genitori e agli amministratori anche dei grossi cartelli per chiedere agli adulti un'azione piu' energica per ''insegnare ai propri figli a non violentare'' , e a Stanford di '' non proteggere i violentatori''.

Il problema, ovviamente, non e' nuovo. Nei dormitori dei campus, si sa, i ragazzi e le ragazze bevono spesso piu' di quanto dovrebbero, la droga circola in abbondanza, e una liberta' sessuale mal intesa si trasforma troppo spesso in episodi di autentica violenza nei confronti di partner piu' o meno consenzienti.

I numeri parlano da soli. Secondo un rapporto del Dipartimento dell'Educazione, nel 2014 circa 100 college e universita' hanno riportato piu' di 10 casi di violenza sessuale, la Brown University e l'Universita' del Connecticut ne hanno denunciati 43, Harvard ben 33. Un sondaggio del Washington Post e della Kaiser Family Foundation del 2015 ha rivelato che una ragazza su cinque ha subito un attacco sessuale durante gli anni del college. E malgrado molte promesse, prevenzione e appoggio alle vittime lasciano ancora a desiderare.

A spingere gli studenti di Stanford alla protesta, qust'anno, sono stati soprattutto due recenti casi di cronaca che hanno turbato l'intero mondo accademico e hanno mostrato come, per difendere il loro nome e i loro bilanci, troppo spesso gli amministratori preferiscano mettere l'intera questione sotto il tappeto.

Giusto la settimana scorsa, un ex atleta della squadra di nuoto di Stanford, Brock Turner, e' stato condannato a sei mesi di prigione e tre anni di liberta' vigilata per aver tentato di violentare una ragazza incosciente in un angolo buio del campus. La giovane vittima, che era stata salvata da un gruppo di studenti che passavano per caso, ha poi raccontato a tutti su Internet le conseguenze della sua spaventosa avventura. Durante il processo, l'accusa aveva chiesto una pena molto piu' severa, e la sentenza benevola del giudice della contea di Santa Clara, Aaron Pesky, ha suscitato molte proteste.

''Abbiamo deciso di usare il clamore suscitato da questo caso per mettere l'accento su un problema piu' vasto'', ha spiegato al Washington Post Jonathan Fiske, uno degli organizzatori della protesta, '' e' una questione di pubbliche relazioni. Stanford vuol mantenere un' immagine incontaminata e nasconde la realta' sotto il tappeto.''

Ancor piu' ambiguo, poi, il secondo caso, che ha avuto come protagonista Kenneth Starr, l'ex giudice diventato famoso per la sua inchiesta sul comportamento di Bill Clinton al momento dello scandalo di Monica Lewinsky. Dopo aver abbandonato la carriera legale, Starr era divenuto nel 2010 presidente di una piccola universita' privata texana legata ai fondamentalisti cristiani, la Baylor.

A fine maggio, con una mossa a sorpresa, Starr e' stato licenziato, dopo che un'inchiesta ordinata dalla stessa universita' a uno studio legale ha dimostrato che le giovani vittime della violenza erano spesso state convinte a tacere e che, malgrado una legge federale voluta da Obama, la Title IX, la risposta ai casi denunciati era stata ''totalmente inadeguata'' . Dopo il licenziamento, Starr ha rilasciato una dichiarazione in cui si e' detto ''contrito''. ''Voglio dire alle vittime che non sono state trattate con la cura e l'appoggio che meritano e che sono dispiaciuto'', ha spiegato. Parole tardive, che hanno convinto poco i laureandi di Stanford.

anche su Corriere del Ticino










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